Chiudere gli occhi per vedere meglio

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Pietravairano, 11 agosto 2016

Solennità di Santa Chiara d’Assisi

Celebrazione Eucaristica presieduta da S. E. Mons. Arturo Aiello

Monastero S. Maria della Vigna e degli Angeli

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Saluto iniziale

 

A volte andiamo in apnea di luce.

Non c’è solo un’apnea di aria, di ossigeno, ma anche un’apnea di luce quando, per tanti motivi, legati al nostro pellegrinaggio, finiamo nelle tenebre. Allora desideriamo uno sprazzo di luce, una sorsata di luce. È quello che siamo venuti a fare a questa fontana, che si chiama Chiara, dono di Dio, capolavoro della grazia di Dio, che illuminò il cielo di Assisi, e non solo.

A lei ci rivolgiamo, chiedendo la sua intercessione per le nostre notti, per i nostri attraversamenti, per le nostre apnee di luce.

Nella tua luce vediamo la luce, nella luce dei Santi vediamo la luce di Dio.

Ci lasciamo lavare dalle nostre tristezze e dal nostro buio, per essere inondati, illuminati d’immenso.

Per questo, chiediamo perdono dei nostri peccati.

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Omelia

 

Noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono d’un momento, quelle invisibili sono eterne.

L’espressione dell’apostolo Paolo, valida per ogni cristiano (a volte pensiamo che la vita consacrata sia “altro” dalla vita battesimale, ma ne è solo una radicalizzazione), lo sono in modo tutto speciale per coloro che seguono il Signore più da vicino, avendo cura di educare lo sguardo. Oggi l’arte di educare lo sguardo mi sembra irrimediabilmente perduta … Una volta si insegnava alle donne ad abbassare gli occhi, e non solo ad esse. Credo che la mia generazione sia stata l’ultima ad essere educata ad abbassare lo sguardo; oggi speriamo che questa tendenza possa invertirsi, perché non solo le donne debbono abbassare lo sguardo, ma anche gli uomini.

Dobbiamo imparare a guardare.

Vedere è diverso da guardare, perché vedere è un fatto fisiologico, non include una scelta, invece guardare è un vedere doppio, è un vedere addizionato, è un vedere con la volontà, è voler vedere, tant’è che molte cose dovremmo imparare a non vederle!

Noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili.

C’è una scelta da operare anche per noi, questa mattina, su cosa vedere, su cosa guardare.

Ci sono cose che si guardano e ci appesantiscono, ce ne sono altre che ci mettono ali.

Ci sono cose che si guardano e ci infangano, ce ne sono altre che sprigionano luce.

Per noi, essere qui è un privilegio, ascoltare i canti delle monache è un privilegio, canti limati fino all’inverosimile, serenate d’amore a Cristo, “il più bello tra i figli dell’uomo”, com’è scritto nel Salmo 44 che abbiamo utilizzato come risposta alla Prima Lettura.

Tu cosa guardi?

Dimmi cosa guardi e ti dirò chi sei. Dimmi cosa guardi e ti dirò ciò che diventerai, perché noi diventiamo ciò che guardiamo.

Se è vero quello che sto dicendo, siamo già condannati, perché abbiamo scelto di vedere ciò che si sfarina in un attimo, invece di poggiare lo sguardo sulle cose invisibili, che non sono d’un momento ma eterne, cioè non passano, e che ci insegnano a guardare Gesù, parlandoci con le parabole del Regno, dicendo che bisogna vendere tutto per acquistare il campo dov’è nascosto il tesoro, o svendere tutta la collezione dei nostri giorni per acquistare un momento di grazia luminosa.

“Cosa vedi?”, chiede Gesù a un cieco che gradualmente sta per essere rimesso nello stato della visione.

A volte dimentichiamo che “vedere” è legato anche a “visione”, perché non si vedono le cose allo stesso modo. Adesso tutti vedete questo leggìo, vedete questa Madonna, la statua di Santa Chiara, il Vescovo, e vi sembra di vedere la stessa cosa, ma non è così. Ognuno di voi vede una cosa diversa, perché “vedere” è legato a “visione”, un termine che noi normalmente leggiamo in negativo (un visionario è uno che non ci vede bene, uno che stravede, che vede cose che non ci sono). In realtà la visione è la possibilità di vedere oltre il visibile, per attraversare – dicevo all’inizio della celebrazione – tante notti. Solo chi ha una visione chiara di sé, della vita, del mondo, degli altri, di Cristo, può insegnare ad altri a vedere, e può attraversare mille difficoltà senza perdere l’orientamento.

Nella piccola Assisi, ci furono due persone in contemporanea ad avere una visione, non un’apparizione. “Visione” non significa “apparizione” di Cristo, della Madonna, degli angeli, ma è un modo di vedere, è un’angolazione, una veduta, una facciata.

Noi, purtroppo, viviamo di facciata, ma la facciata è un’altra cosa, perché ci protende verso spazi ampi. L’Assisi di Francesco e Chiara si muoveva nella primavera dei comuni, nella primavera del Medioevo che andava sciogliendosi, nel tempo in cui si aprivano le strade del commercio.

Nelle vene di Francesco scorreva il sangue di un commerciante, nel senso più alto del termine. I padri antichi parlavano dell’Incarnazione come di un commercio sacro. Chi aveva venduto la divinità per acquistare l’umanità? Cristo Signore.

Ebbene, in quella Assisi, piccola e litigiosa, due giovani ebbero una visione, cioè videro. Videro e capirono ciò a cui sia urgente legare il cuore, la mente, il corpo e la giovinezza (finché c’è), per non perdere tutto.

Chiara – di cui, oggi, non solo le Clarisse ma la Chiesa intera si gloria – fu una donna precoce nel capire, al punto da fuggire, rifuggendosi non nelle braccia, ma nella visione che un suo compaesano, Francesco, aveva già avuto.

È una visione in cui vorremmo entrare anche noi in questa Eucaristia, per capire quanto tempo abbiamo sprecato per cose inutili, fissando lo sguardo su ciò che adesso c’è e tra un attimo è “pula che il vento disperde”. Avere questa visione ci farà fare un’operazione commerciale di grande valore che ci assicura l’eternità, dove acquistiamo il campo dove è nascosto il tesoro del Regno.

Questa visione fu così forte da contagiare tanti uomini dietro a Francesco, tante donne dietro a Chiara, ieri come oggi. Dopo tanti secoli, quella luce, accesa e posta sul candelabro, ancora risplende (Gesù dice che non si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma per metterla sopra il lucerniere), quella luce è una stella ancora vivissima nel firmamento della santità, e nella storia della vita consacrata nella Chiesa, al punto che donne, giovani e belle, lasciano cadere tutte le promesse fatue di questo mondo, per aderire all’unico Sposo fedele, all’unico vero Sposo, l’unico vero maschio che sia mai esistito.

Forse la parola “maschio” vi sembra fuori luogo in una festa così luminosa, perché dice volgarità, porta con sé un peso, una prosaicità; invece Chiara, che fissò lo sguardo su Gesù come risposta ad una chiamata (Gesù aveva fissato lo sguardo su di lei), si innamorò con la sua femminilità. A volte dimentichiamo che Gesù sia un maschio, e Lo pensiamo così etereo, così asessuato, così spirituale da non poter soggiogare lo sguardo di una donna.

Siamo andati dietro a Lui, forse i frati andarono dietro a Francesco, ma Francesco andava dietro a Gesù. E le figlie andarono dietro a Chiara, ma Chiara andava dietro a Gesù: era Lui la visione, era Lui la luce del mondo, era Lui Colui nel quale rimanere, come abbiamo ascoltato dal Vangelo, per portare molto frutto. Ancora oggi cogliamo frutta fresca, polposa, dall’albero di Francesco e dall’albero di Chiara!

Chiediamo questa grazia, carissimi.

Le cose che passano sono d’un momento, quelle invisibili sono eterne, e che non ci accada che la visibilità ci faccia perdere di vista ciò che è dietro, ciò che non è immediatamente percepibile, ma è ciò che rende possibile anche la vita d’ogni creatura, che pur ci affascina, ma che dovrebbe richiamare all’Amore che v’è dietro, che v’è nascosto, da cui anche il fiore prende il suo colore e il suo profumo, da cui anche la stella prende il suo splendore, e gli uccelli la loro leggerezza. Guardiamo le creature per arrivare al Creatore. Francesco è stato un maestro nella contemplazione del Creato, ma l’immagine di lui come di un ambientalista, che oggi si dà, è quanto mai riduttiva! Non fissava lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Così anche Chiara.

Carissime sorelle, che siete lì in alto “appollaiate”, noi siamo fieri d’avere due Monasteri di Clarisse sul territorio della nostra Diocesi, siamo fieri che un’impollinazione misteriosa vi portò qui un po’ d’anni fa, a fiorire su questa “pietra”, siamo fieri di voi, perché rappresentate il meglio della nostra Chiesa, la parte eletta, chi vede meglio perché ha chiuso gli occhi sulle cose visibili. Aiutateci a vedere, dateci un po’ del vostro collirio, direbbe il testo dell’Apocalisse, per guarire le nostre cecità. Infondete nei nostri giovani quell’astuzia che vi ha fatto lasciare case, futuri matrimoni, feste, banchetti, passeggiate, paesaggi alpini o croati, per rinchiudervi qui, in questo orizzonte così piccolo, asfittico (la vostra Madre si rinchiuse nel piccolo convento di San Damiano), infondete nei nostri giovani il desiderio delle cose che non passano, perché non abbiano, ogni sera, ad essere delusi. Quello che chiediamo per i figli lo chiediamo anche per noi adulti che, forse, non abbiamo più il coraggio di indicare mete invisibili.

Tu diventi ciò che vedi: pensate che cosa significa questo per certe navigazioni in internet, di cui so solo dai racconti e non per mio merito!

Che il Signore ci affascini di questa fiaba antica – che ieri ti illuse, che oggi mi illude, o Ermione (Gabriele D’Annunzio) – ma noi vogliamo innamorarci di questa fiaba dell’amore. Chiunque si innamori, non si innamora di una persona, si innamora dell’Amore, e l’Amore è più grande delle persone che fanno scattare in voi certe dinamiche – forse chimiche? – almeno nell’esperienza sensibile, perché prende il cuore e il corpo, il passato, il presente e il futuro, e li lancia in una meravigliosa avventura.

I vostri amori, prima o poi, finiscono. C’è l’Amore che rimane, che è Gesù. E Gesù è il Sovrano delle cose invisibili, quelle eterne, che non passano mai. Noi possiamo aderire a ciò che non passa, siamo qui per questo, siamo qui per leggere anche il segno del Monastero di Pietravairano, che ci richiama ad alzare lo sguardo e a percepire che forse abbiamo capito poco o nulla. Ma siamo ancora in tempo.

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Saluto finale

 

Vorrei dire a Giulia, che ha fatto parte della delegazione alla GMG della nostra Diocesi, raccogliendo lo sguardo di due milioni di giovani, che questo tempo di attesa non ti pesi. Le cose che si attendono sono maggiormente desiderate, l’attesa incentiva e accende il desiderio. Quindi essere stata, a nome della nostra Diocesi, in quella grande assise dei giovani, provenienti da tutto il mondo, ti renderà domani possibile la vita in un orizzonte apparentemente così scarno e così breve, così piccolo. Aver abbracciato duemila giovani, ti aiuterà domani a portare nella preghiera le loro giovinezze perché possano fiorire.

 

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Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

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