Perché sei venuto?

pellegrino

San Clemente di Galluccio, 10 settembre 2016

Celebrazione Eucaristica presieduta da S. E. Mons. Arturo Aiello

in occasione della Peregrinatio delle spoglie di Sant’Antonio Abate

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A volte, carissimi, ci aspettiamo dei miracoli dai Santi secondo noi, come le guarigioni, che pure avvengono, ma che non sono la cosa più importante. In questi giorni, a San Clemente, sta avvenendo un miracolo: l’affluenza di tante persone, provenienti da ogni parte.

Saluto quelli provenienti, con il loro parroco, dalla Diocesi di Sora-Cassino e quelli provenienti dalla nostra Diocesi.

Perché siete venuti qui? È una domanda importante che troviamo scritta nei grandi santuari: “Pellegrino, perché sei venuto?”. Vuole portare il pellegrino al motivo più grande dei disagi incontrati per raggiungere un luogo di culto (magari col pullman il disagio è meno gravoso che non a piedi).

Perché sei venuto? Perché sei qui?

C’è una risposta molto semplice: sono venuto a vedere un santo. I santi uniscono, attraggono, invece il demonio separa. Quando a casa vostra ci si separa, non ci si capisce e non ci si comprende, è in azione il demonio. Quando invece riuscite a mettere insieme i figli, i genitori, generazioni diverse, a comporre in armonia anche i dissidi, abbiate per certo che là c’è Dio, l’intercessione della Beata Vergine Maria e dei santi.

In questi giorni, San Clemente diventa un luogo d’attrazione, non perché sia una località particolarmente bella o turistica, anche se ci sono delle bellezze qui (lo dico per quelli che vengono da altrove), ma l’attrazione è dovuta all’urna che contiene i resti mortali di un santo che, come dicevo ieri, ha inventato la vita religiosa attraverso il ritiro. Oggi vogliamo vedere, invece per Antonio era meglio non vedere, era meglio non sapere certe cose, era meglio ritirarsi per incontrare Dio, come Gesù nel deserto.

Dopo Antonio, questo esempio fu seguito da tanti, al punto che – dicono gli storici – quello che era un deserto, diventò un luogo popoloso, il deserto della Tebaide diventò un luogo molto trafficato, e c’erano delle persone – questo è interessante – che facevano giorni e giorni di cammino per recarsi da uno dei monaci. Pensate ai pellegrini che, dopo aver fatto chilometri e chilometri a piedi, giorni e giorni di pellegrinaggio, arrivati davanti al monaco – che ovviamente non faceva dei grandi discorsi – ricevevano delle parole sintetiche. I discepoli e i pellegrini lo avevano imparato, per cui arrivavano con questa richiesta: “Abbà, dimmi una parola”. Non parlavano di sé, del marito, della moglie, della cognata, dei figli, del cancro … no, perché l’Abbà santo leggeva nel cuore dei discepoli i motivi che in qualche maniera li avevano portati là.

“Abbà, dimmi una parola”. Sarebbe bello che questa espressione tornasse anche oggi, e voi, che siete venuti col vostro parroco, domani bussaste alla porta della canonica presentandovi così: “Abbà, dimmi una parola”. Il parroco (Don Augusto o Don Francesco), magari imbarazzato sulle prime, vi risponderà: “Ma cosa vuoi? Un aiuto economico? Un posto di lavoro?”. Sono le cose che normalmente ci venite a chiedere e … che non sono di nostra competenza! No, dimmi una parola, voglio una parola che io possa meditare, ruminare e che possa orientare la mia vita.

Alcuni partivano da quell’unica parola, e su quell’unica parola imperniavano tutta una vita; poi, dopo vent’anni, trent’anni, se ne avevano bisogno, tornavano a ricevere un’altra parola. Spesso aspettavano giorni e giorni, perché il monaco era nella sua tenda e non riceveva, aspettavano la grazia che l’Abbà uscisse, si facesse vedere (a volte, anche semplicemente vedere il monaco era una grazia!). Poi formulavano la richiesta che spero abbiate imparato: “Abbà, dimmi una parola”.

Stasera vorrei che utilizzaste questa espressione per immaginare un dialogo con Antonio: “Abbà, dicci una parola”.

Vorrei innanzi tutto che dicesse una parola a questi bambini così impazienti qui, ai primi banchi. E la parola è: attenti, bambini, perché santi non si nasce, santi si diventa. Anch’io sono stato bambino come voi – dice Antonio – ho fatto qualche capriccio come ne fate voi, ma ho desiderato d’essere santo.

Immagino che alcuni di voi desiderino di diventare pilota di Formula Uno, di diventare non bancari ma banchieri … tanti desideri, tanti sogni! Forse nessuno di voi ha il sogno d’essere santo, perché per diventare santi bisogna desiderarlo molto, e la parola che vi dice Antonio è: bambini, il santo cresce, diventa grande senza smettere d’essere bambino. Sant’Antonio vi dice che si diventa santi, non si nasce santi. Nessuno ricorda che Antonio ha dovuto combattere con tante tentazioni, con tanti demoni, con tante prove …

Santi non si nasce, santi si diventa! E santi si diventa restando bambini benché grandi, restando bambini nel cuore.

Chiedo una parola anche per noi adulti, anche per voi, e ovviamente questa parola è quella che abbiamo già ricevuta nel capitolo 15 del Vangelo di Luca, che è un capolavoro, perché è tutto imperniato sulla misericordia (siamo nell’Anno Giubilare della misericordia). Ci sono tre scene: una donna ha perso una moneta … Pensiamo ad una donna che ha perso un anello (una moneta, magari di un euro, nessuno si mette a cercarla con troppo interesse, ma se le donne perdono un anello, sono capaci di mettere a soqquadro una casa!).

Allora una donna perde un anello, un pastore perde una pecora, un padre perde un figlio. Questo capitolo, per dire la stessa cosa, utilizza tre scene, tre atti. Innanzi tutto una donna che perde un anello, magari un anello con un brillante, con un diamante, un anello di fidanzamento, un anello ricordo della nonna, della mamma, e dunque bisogna trovarlo a tutti i costi (Gesù tiene presente il mondo femminile).

La donna si mette a spazzare, sposta i mobili come per le pulizie pasquali, arriva anche laddove normalmente la scopa non giunge, per cercare l’anello perduto, e non si dà pace finché non lo trova.

Adesso voi direte: ma un anello che cos’è? Provate a perderlo un anello! Provate a perdere una cosa, un oggetto importante! Certamente un oggetto è diverso da un figlio, ma a volte perdere un oggetto, soprattutto se caro, è perdere il mondo intero, è perdere tutti gli oggetti. Quando la donna ritrova l’anello, scrive su Facebook, manda un messaggio su WhatsApp a tutte le sue amiche che accorrono (una volta si dava un grido dalla finestra e tutte le amiche arrivavano) e prepara un babà gigante perché ha ritrovato l’anello smarrito.

Seconda scena: andiamo dall’inanimato all’animato, sempre di più in escalation. Un pastore perde una pecora. Dice Gesù che questo pastore non si dà pace, e cerca questa pecora per valli, per monti, per dirupi, e finalmente la vede, espone a rischio la sua vita, e raggiunge nel pericolo quell’unica pecora, dimenticandosi delle altre lasciate nell’ovile. Poi se la mette sulle spalle, e torna chiamando tutti: “Fate festa con me, perché questa pecora era perduta ed è stata ritrovata!”.

Questa è l’anticamera della parabola del padre misericordioso, perché queste due piccole parabole ci preparano alla cosa più preziosa che possa perdersi: un figlio. Forse tra voi ci sarà qualcuno o qualcuna che avrà vissuto anche il lutto di un figlio, o anche un lutto bianco di un figlio … Quando un figlio se ne va di casa, quando un figlio diventa tossicodipendente, segue amicizie sbagliate, noi non lo riconosciamo più.

Quindi c’è il dolore della donna che ha perso l’anello, c’è il dolore del pastore che ha perso la pecora, ma ancor più c’è il dolore del padre che ha smarrito il figlio, lo vede, ce l’ha accanto almeno nei primi giorni, ma il figlio si è smarrito nel cuore, vicino fisicamente ma lontanissimo: è l’esperienza che tanti genitori fanno nei confronti dei figli. I vostri figli, già a dodici anni, mentre stanno a pranzo sotto il tavolo, stanno in collegamento col mondo intero, e non pensano certamente né a voi, né a quello che avete preparato. È un figlio vicino ma lontano, dove sta con la testa? Dove se ne sta andando? E, dopo qualche giorno – dice Gesù in questa parabola che è un capolavoro – il figlio se ne va.

Attenti, che a differenza delle due parabole precedenti, il padre non si mette a cercare il figlio ma lo attende, perché un figlio non è un anello, perché un figlio non è una pecora, perché un figlio è libero, e la libertà è il presupposto della nostra più grande dignità. Per questo non va a cercarlo. Ma attendere un figlio è più doloroso che cercarlo in un paese straniero. Forse tra voi ci sono dei genitori, delle mamme e dei papà, che aspettano che un figlio torni, un figlio sposato che non viene più, che non ti fa vedere i bambini, che a causa della moglie o del marito diserta anche a Natale e a Pasqua, e non si fa vedere, non telefona… Sono i drammi dei genitori: aspettare è un vero e proprio martirio.

Nelle prime due parabole, Dio manifesta il Suo amore nella ricerca, mentre nella terza Dio manifesta il Suo amore nell’attesa.

Allora Antonio – è sempre lui a dire queste parole, io gli sto prestando indegnamente la parola – dice: tu sei cercato, Dio ti cerca. Tu sei atteso, Dio ti attende. Non far trascorrere altro tempo, prima che Dio ti trovi, prima che tu ritorni a Lui.

È molto bello che questa sera noi possiamo usufruire di una indulgenza plenaria ad hoc per la Peregrinatio delle reliquie di Sant’Antonio Abate; sentitevi fortunati di essere qui, perché siete entrati in chiesa con un debito enorme e ne uscite tutti assolti, tutti con la ricevuta del debito strappata. Questa è la misericordia. E la misericordia è Dio. Il volto migliore di Dio è il volto della misericordia, e Gesù è venuto a rivelarci questo volto!

Allora Sant’Antonio dice: figlio mio, non far aspettare ancora Dio, convertiti, non perdere tempo, non stare a guardare e a dire cose che ti imbruttiscono (tutto questo riguarda il peccato). Decidi di tornare a Dio, fatti trovare da Dio, rispondi quando Dio ti chiama. Quante chiamate senza risposta! Fai in modo che questa Eucaristia, in occasione della Peregrinatio dei miei resti mortali, divenga l’occasione per dire: Eccomi, Padre, sono tornato.

Allora la parola che l’Abbà Antonio dice a noi è: Dio ti cerca, lasciati trovare. Dio ti attende, vieni nel Suo Cuore. C’è una festa preparata per te.

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Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

 

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