I corali manoscritti di Teano

locandina-manoscritti-29-10-2016

Teano, 29 ottobre 2016

“I corali manoscritti di Teano”

Monastero Santa Caterina delle Benedettine del SS. Sacramento

Intervento di S. E. Mons. Arturo Aiello

 

Credo superfluo dire grazie: grazie ad Antonia – noi la chiamiamo così, Teano è una piccola famiglia – e credo che abbiate constatato come ci abbia stretto intorno alla sua persona (non è un evento quotidiano avere un pubblico del genere).

La mia mente è rimasta impigliata in un’espressione del professore: “Libri che cantano”. Non ha detto: “Libri che servono per cantare”, ma “libri che cantano”. Ma poi ha inserito anche una nota di tristezza, giusta!, cioè “libri che smettono di cantare”, e forse – mi si lasci passare, non è solo poesia – il fatto che vadano polverizzandosi è anche una sorta di ribellione da parte di chi ha redatto con un’enorme pazienza questi graduali, questi corali, e forse anche della pergamena, a fronte della nostra insensibilità per questo patrimonio.

Ri-prendere, ri-guardare questi testi è un’opera in continuità con l’occhio delle monache o dei monaci, o dei canonici per gli altri graduali, che li hanno “accarezzati”. Ha detto chiaramente Antonia che la grandezza dei graduali è dovuta al fatto che era un unico libro per tutti i componenti del coro monastico o del coro dei canonici. Il motivo dell’unicità era dovuta alla povertà dei tempi ma anche alla difficoltà nel reperire la materia prima, la pergamena, in particolare, per mettere insieme un corale. Quindi era il libro di tutti. Su questa cosa vorrei spendere una parola: oggi, anche i libri di tutti sono diventati “non-libri” purtroppo (io sono un cantore dei tempi andati, del secolo scorso a tutti gli effetti!). Oggi che si polverizza anche il libro scolastico, perché abbiamo altri accessi di lettura, diventa ancora più difficile per noi capire come un libro possa essere letto contemporaneamente da una comunità. Questo valeva per tutti i testi delle antiche biblioteche, che erano preziose per l’unicità dei testi, perché era difficile trovare delle copie; e dunque i monasteri, le biblioteche monastiche contenevano il meglio del meglio del patrimonio dei secoli passati, e bisognava fare una trafila per chiedere il permesso per poter accedere a un testo, anche all’interno della stessa comunità monastica, ma parlo di tempi molto lontani.

Probabilmente, questo libro unico era anche confluenza di vite. Leggevano tutti lo stesso libro: un antico adagio latino ci ha penalizzati – forse alcuni di voi di studi classici lo ricorderanno – rispetto al timore per il lettore dello stesso libro, e invece qui abbiamo il pregio dell’unico libro, perché unifica gli sguardi e non solo. Il canto – laddove ancora le corali cantano – non è un accessorio della vita monastica; il canto “è” la vita monastica, perché chi abbia un minimo di sensibilità in questo senso sa tastare il polso di una comunità maschile o femminile dal canto: è il canto che dice se c’è una comunità monastica, non solo nel senso che esiste, ma anche perché diventa il momento in cui le monache si sentono comunità o – spero non vi scandalizziate, perché i monasteri sono fatti di uomini, di donne come noi – se la comunità in quel momento vive un momento bello o un momento calante, una stagione di promessa, di progetti, o una stagione di tramonto.

Forse risulta più facile fare un confronto che vi sembrerà un tantino ardito, ma non lo è nel mio vocabolario (tanti mi conoscono e forse solo i chiarissimi professori potranno arricciare il naso!): dal modo in cui si sta a tavola nelle vostre case, dal modo anche con cui si sta a letto nelle vostre case, si vede la coesione. Questo è l’aspetto speculare della vita monastica: i gesti sono gli stessi, ma la qualità è diversa, ed è diversa a seconda che io apporti in questo gesto – nel caso specifico, in questo canto – una dimensione di bene, di perplessità, di dubbio o addirittura di avversione. Così il canto nella vita monastica.

Poi il canto gregoriano ancora di più esprime quello che a noi oggi può risultare addirittura incomprensibile –  ed è veramente gravissimo – cioè uscire dalla polifonia, a cui purtroppo siamo stati abituati (ma neanche più la polifonia oggi tiene, anche nelle nostre chiese!), passare dalla polifonia all’essenziale, perché il canto gregoriano è un canto nudo, è un canto che è al confine tra il canto e il silenzio, è un canto molte volte senza accompagnamento, che si inerpica per questi segni che a noi sembrano incomprensibili, che sono le note gregoriane, dicendo quello che non si può dire, raccontando l’indicibile.

L’ultima cosa vorrei dirla sulle miniature. Che una “S” di “Sacerdos” – come vediamo nella proiezione – possa diventare il Cenacolo e questa prima lettera diventare un’opera d’arte è non solo per noi esercizio d’arte, di pazienza, di una manualità per cui c’era tempo (oggi non c’è più tempo per nulla, ognuno di voi lo sa, andiamo tutti molto di fretta)… Però, capite, mi appassiona che la prima lettera possa essere un capolavoro, e dunque possa esserci il lampadario, la lampada del Cenacolo, come in certe rappresentazioni della storia dell’arte, che ci sia la mensa, che ci sia Gesù, che ci siano i Dodici, e tutto questo è la “S” di “Sacerdos”. E noi questa attenzione – permettetemi – al primo passo, alla prima parola, al primo bacio, alla prima volta, al segno della Croce, non ce l’abbiamo più! Noi andiamo subito a “vediamo di cosa si tratta!”. Invece il monaco o il redattore di questo graduale quanto tempo ha perso per quella “S”? Quanti giorni? Ovviamente, sono discorsi che – mi rendo conto – mentre li dico voi starete pensando: Era possibile allora, ora non più! Certamente sono cambiate alcune cose, ma credo che se per una “S” si può impiegare una settimana o forse un mese, sarà il caso che quello che cominciamo, lo cominciamo bene?, lo cominciamo con arte, all’insegna della magnificenza, anche se si tratti della prima ora di una giornata?

Questo ed altro mi viene come sollecitazione e ve lo rimando così, con la spontaneità che sapete utilizzo.

 

Grazie ad Antonia: grazie ad una teanese che ha smesso di andare in fretta, perché anche per queste cose immagino ci sia bisogno di tempo. Grazie a tutti coloro che con gli occhi hanno “patinato” questi testi, perché non sono solo patinati dal tempo, ma anche dallo sguardo, dalla preghiera, dalle lacrime dei monaci e delle monache, dalle vicende della storia. Il patinare è una carezza data ad una nota, ad un evento, ad una vita, ad una morte, ad una nascita, a un fallimento. A noi questo manca.

E dunque grazie, Antonia, grazie ai professori che ci hanno re-immessi in questo mondo. Professore, noi ci auguriamo che questi libri prima o poi tornino a cantare.

***

Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

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