Mandato ai Catechisti 2016-2017

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Teano, 28 ottobre 2016

Celebrazione Eucaristica presieduta da S. E. Mons. Arturo Aiello

nell’undicesimo anniversario della morte di S. E. Mons. Francesco Tommasiello

e Celebrazione del Mandato ai Catechisti 2016-2017

 

Saluto iniziale

 

Ringrazio don Angelo, ringrazio tutti voi e in particolare i sacerdoti, che nonostante la Novena per i defunti hanno fatto di tutto per essere presenti a questa celebrazione.

Nella festa dei santi Simone e Giuda, e dunque nella memoria degli Apostoli, nella memoria del vescovo Francesco, mio predecessore, che ha servito la nostra Chiesa per sedici anni, dunque nella memoria della sua partenza da questo mondo – come ha detto don Angelo – celebriamo il conferimento del mandato per voi (certo non siete tutti) che rappresentate i catechisti della nostra Diocesi, impegnati a vario titolo, nelle varie fasce, per annunziare il Vangelo.

Ci disponiamo a celebrare i santi misteri, cuore della vita della Chiesa, chiedendo perdono dei nostri peccati e in questo momento, in particolare, chiediamo perdono per le volte in cui ci siamo lasciati cadere le braccia, ed è caduto di tono l’impegno di annunziare il Vangelo in ogni luogo e in ogni tempo.

 

Omelia

 

La festa degli Apostoli ci dà nuovamente la possibilità di rinnovare la nostra fede. Abbiamo ascoltato nella Prima Lettura: edificati sul fondamento degli apostoli, e noi da questo fondamento non vogliamo staccarci. Senza questo fondamento “antisismico” cadono tutte le Chiese, cadono tutte le costruzioni: questi dodici basamenti, da duemila anni di “terremoti”, hanno mantenuto in piedi la Chiesa, non tanto grazie alle persone specifiche, quanto alla grazia che da Gesù stesso essi hanno ricevuto.

Nella festa dei santi Simone e Giuda noi incontriamo, questa sera, due apostoli di “coda”. Gli esegeti si chiedono se questo elenco sia in ordine d’onore, ma probabilmente questo vale solo per il primo, Simone, a cui Gesù diede il nome di Pietro. Altri presentano l’ipotesi che si tratti di un elenco legato all’ordine di apparizione, e dunque i nostri santi di oggi sono per così dire “operai dell’ultima ora”, quelli chiamati in coda, ma non senza la stessa grazia di Pietro, di Bartolomeo, di Matteo e degli altri.

A uno dei due è dato un soprannome, come capita spesso nel Vangelo: “zelota” – Simone, lo zelota – perché forse in passato apparteneva a un gruppo rivoluzionario, e adesso ha capito che la vera rivoluzione la si fa solo con Gesù, è Lui il vero rivoluzionario e il vero liberatore (il partito degli zeloti aveva in odio i romani e sognava l’indipendenza, come i movimenti del nostro Risorgimento ottocentesco).

Chiediamo l’intercessione di questi santi apostoli, di tutti e dodici – il collegio dei Dodici fu ricomposto da Mattia, con l’assenza di Giuda, il traditore – ma in particolare chiediamo l’intercessione dei due di cui oggi la Chiesa fa memoria festosa.

Il vangelo che dà il timbro a questa festa, e dunque anche alla nostra celebrazione, innanzitutto ci introduce nel mistero della preghiera di Gesù: dice il testo che Gesù trascorse tutta la notte in preghiera. Che bisogno aveva Gesù di pregare, dal momento che Egli era Dio? Ma era anche un uomo in cammino, e in quanto uomo Gesù prega e prega a lungo, e prega tutta la notte, e prega in particolare quando c’è qualcosa di importante da decidere. Questo può essere anche un criterio di discernimento per le nostre parrocchie, per le associazioni, per tutte le esperienze di Chiesa: quando c’è qualcosa di importante da decidere, per esempio adesso all’inizio di un anno pastorale, la prima cosa da fare è mettersi in preghiera – ce lo insegna Gesù – e non una preghiera frettolosa, ma una preghiera prolungata e profonda quanto più è importante il momento che ci accingiamo a vivere; una preghiera a immagine di Gesù, seguendo il Suo esempio – tutta la notte – perché la notte è un tempo propizio per la preghiera, anche nelle vostre case, quando si attenuano i rumori, quando si spengono – speriamo – i cellulari e le altre forme di comunicazione, quando scende l’ombra e il silenzio sulle fatiche umane – dice un inno del Vespro – comincia il tempo della preghiera: una notte di preghiera, una notte di amore.

Perché una notte di amore? Perché in questa notte Gesù decide – o chiede al Padre lumi per questo – chi debbano essere i Suoi più diretti collaboratori e, come in una notte d’amore nascono i figli, così in questa notte di preghiera nascono gli Apostoli. Anche noi siamo il frutto di una notte, ciascuno di noi qui presente è frutto di una notte d’amore – almeno lo speriamo – almeno di un abbraccio, di un momento di tenerezza. Questo è vero anche nella preghiera: ci sono notti feconde e quella fu una notte feconda per Gesù, che al mattino chiamò i suoi discepoli, e ne scelse dodici ai quali diede anche – questo “anche” è importante – il nome di apostoli. Perché insisto sull’“anche”? Perché chiama i discepoli, e poi alcuni di essi diventano “anche” apostoli. “Anche” significa che restano discepoli, che il loro statuto rimane quello del discepolo, ma ricevono all’interno di quella grazia fondamentale una grazia supplementare, che è quella dell’apostolo. “Apostolo” significa “mandato”, e noi siamo qui per dare il mandato ai catechisti, o ad alcuni che rappresentano i catechisti della Diocesi. Ma questi catechisti sono discepoli? È il grande interrogativo che si pongono i responsabili dell’Ufficio catechistico, ma anche i parroci.

Si può essere apostoli senza essere discepoli? Si può impiegare tutto il tempo nell’apostolato – questo riguarda ancora di più noi preti – dimenticando d’essere anche discepoli, anzi soprattutto discepoli? Tutti i discepoli sono passati davanti alla mente di Gesù in questa preghiera di discernimento, durata tutta la notte, ma poi l’attenzione si è impigliata in dodici nomi, anche in quelli di Simone e Giuda di cui oggi facciamo memoria. E gli altri? Gli altri restano discepoli. E i Dodici? Diventano anche apostoli, ma restano discepoli.

I preti lo sanno bene, in passato anche in qualche corso di Esercizi spirituali ho insistito su questo binomio che mi sembra centrale per la nostra vita, per la loro vita, ma anche per la vostra: si è apostoli fecondi se si è sempre discepoli. Cosa significa questo per un catechista? Significa che riuscirò a trasmettere il Vangelo ai bambini, ai ragazzi, agli adolescenti, agli scout, agli aderenti di Azione Cattolica, nella misura in cui io mi pongo nella dimensione del discepolato.

I preti, i parroci sono santamente ossessionati da una preoccupazione da un po’ di anni a questa parte – non vi scandalizzate! – che è quella di constatare che i propri catechisti e i propri educatori di questa o di quell’associazione non vanno a messa… Adesso detto così sembra che io abbia lanciato una bomba, ma i parroci conoscono molto bene questo dramma (magari si tratta anche di catechisti, educatori luminosi nella trasmissione). E quindi ogni parroco guarda la domenica la sua assemblea eucaristica cercando certi volti e a volte non li trova! Cerca i volti dei catechisti, cerca i volti degli educatori, dei capi scout e non li trova…

Che sta succedendo? Sta succedendo che l’apostolo si sta sganciando dal discepolo. Sta accadendo che chi annuncia lo ritiene un compito che non investe la sua vita, tant’è che non ne avverte la domenica mattina l’urgenza, saltando dal letto (anche i giovani), perché c’è un appuntamento eucaristico importante, senza il quale quello che si va a dire suona metallico! Può accadere anche per l’omelia che il Vescovo vi sta facendo in questo momento, se non contiene, non nasconde, non richiama una sua dimensione di preghiera. Ci sono prediche belle ma fredde, che non entusiasmano nessuno, e dico “prediche” per dire anche incontri di catechesi: come mai i bambini – il Vescovo vuole tirare fuori tutti i problemi della pastorale! – la domenica, dopo la messa di Prima Comunione, non vengono a messa? Come mai dopo la celebrazione della Cresima, i cresimandi, che dovrebbero essere il lievito e l’aspetto propulsivo di una parrocchia, scompaiono? Dove sono?

Ecco, mi sembra che questo vangelo sia decisivo nella congiunzione e nella coniugazione di questi due termini fondamentali, intrecciati: chiamò i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli.

L’apostolo è un di più, ma che non esclude la base, e la base è il discepolo!

Quindi, carissimi, siamo qui questa sera per chiedere l’intercessione dei santi Simone e Giuda che hanno mantenuto (altrimenti non avrebbero resistito nel loro mandato) la dimensione del discepolato.

Può darsi – è un’ipotesi anche questa – che Giuda il traditore abbia scisso l’essere apostolo dall’essere discepolo, e da amico è diventato nemico; da colui che doveva consegnare nei termini della bellezza è diventato colui che ha consegnato Gesù nei termini del tradimento. Perché? Cosa è successo nella vita di Giuda? È accaduto che questi due termini han cominciato ad essere divaricanti e forse Giuda ha ritenuto d’essere apostolo e non più discepolo.

Il discepolo è colui che segue, l’apostolo è colui che è mandato. Il discepolo è umile, perché deve imparare; l’apostolo mantiene una qualche presunzione, perché sa e deve trasmettere ad altri.

Io auguro ai catechisti della nostra Diocesi questa umiltà, che significa non solo prepararsi tecnicamente all’incontro da fare con i bambini, con gli adolescenti, con i ragazzi, ma di prepararsi con la preghiera, di prepararsi umilmente, chiedendo anche ai parroci, che non possono che esserne contenti, d’essere accompagnati in questo cammino di discepolato che altrimenti toglie forza all’apostolo e all’apostolato.

 

Facciamo memoria questa sera anche del vescovo Francesco, che è stato apostolo a pieno titolo: l’elenco dei Dodici è un elenco aperto, perché c’entrano tutti i Vescovi – ma anche tutti i preti, i catechisti – che in maniera particolarissima sono i successori degli apostoli.

Per sedici anni il vescovo Francesco, da questa Cattedra, ha predicato per voi, per la nostra Chiesa: l’ha edificata con la parola, con l’esempio, con la forza che mi dicono accompagnasse le sue omelie infuocate, e prima di lui Mons. Cece, Mons. Sperandeo… Mi fermo qui perché questa Cattedra comincia con Mons. Sperandeo: fu lui a ordinarla agli intarsiatori di Sorrento. Mons. Sperandeo ordinò questa Cattedra, perché quella storica, cinquecentesca, ricostruita la Cattedrale, fu ritenuta un po’ lontana dal popolo.

Sia stando qui, sia a volte passeggiando in preghiera silenziosa in episcopio, io parlo con questi miei predecessori, prego per loro, sono certo che pregano per me, forse non sarei riuscito ad andare avanti fino a oggi senza la loro intercessione. Il vescovo Francesco, da questa Cattedra, vi ha dato il pane della Parola. Cosa faceva? L’apostolo! L’aveva fatto anche prima, da prete, da parroco, da vicario generale, nella sua Diocesi di Cerreto ma riusciva ad avere la grinta, la forza, dal suo essere discepolo. E cosa è oggi il vescovo Francesco? È un discepolo, perché si è sempre discepoli, anche quando il Vescovo, il catechista, il prete non può più parlare perché ammalato. C’è stato un tempo in cui il vescovo Francesco non poteva parlare e vi raggiungeva attraverso le telefonate in alcuni eventi importanti della vita della Diocesi: e poi il 25 ottobre disse l’ultima parola. Poi è venuto il silenzio, che è il silenzio della morte, che per noi non significa annientamento.

Allora ci chiediamo: ma nell’eternità cosa faremo? Non pensate all’eternità come un fatto statico, perché sarebbe una cosa noiosissima! Invece pensate l’eternità in maniera dinamica: significa che se si è camminato nella vita si camminerà anche oltre la vita, con la differenza – ovviamente per noi consolante – che qui camminiamo a fatica e invece nell’eternità cammineremo dietro a Gesù e nella comprensione del mistero del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, senza sudare, senza sforzo, passando di gioia in gioia, di luce in luce.

Allora è bello pensare che il discepolato è la nostra dimensione fondamentale, che è prima e che è dopo. Poi per un tempo io sono vostro Vescovo. Per un tempo il vescovo Francesco ha guidato questo popolo. Per un tempo il parroco è parroco di qui, di là. Per un tempo il catechista svolge questa mansione. Perché l’apostolo è “anche”, ma soprattutto è discepolo. Quindi capite che se questa dimensione di discepolato non la coltiviamo, il resto finirà con l’appoggiarsi sul niente.

Se volete un esempio che renda più chiaro questo binomio su cui ho inteso intessere questo nostro dialogo stasera, pensate agli sposi all’atto in cui diventano padre e madre, che è un momento molto delicato, soprattutto per le donne, perché le donne quando si sposano e hanno un figlio si dimenticano del marito: bisogna lavare il bambino, cambiarlo, cullarlo, fasciarlo una volta, allattarlo, e non dorme, dorme… E il marito? A volte questa cosa continua per anni, per decenni. E quando il figlio è diventato grande e dice “Ciao papà! Ciao mamma!”, i due si guardano e non si conoscono più, perché non hanno coltivato la dimensione essenziale del matrimonio, che è la coniugalità, perché i due possono anche non diventare padri e madri – lo auguriamo, ce lo auguriamo, ma come sapete a volte non succede – ma quando succede, è temporaneo! Allora, se le coppie vanno in crisi al venticinquesimo di matrimonio è anche per questo motivo, perché non hanno coltivato la coniugalità: io e te, i figli “al diavolo” – permettetemi questa espressione – perché se io mi gioco tutto sui figli, il matrimonio fallisce, perché i figli sono temporanei, anche se siamo padri e madri sempre, ma sapete bene che si sposano, che vanno a fare l’Erasmus, che vanno all’estero, che ci salutano e noi restiamo senza identità! Ecco, la stessa identica cosa avviene quando l’apostolo smette il suo mandato e dice: adesso chi sono? Che faccio? Ci sono dei preti che vanno in crisi a settantacinque anni, perché debbono rassegnare le dimissioni… Ma questa non è la tua identità definitiva, non è la tua identità di fondo! Tu di fondo sei discepolo, e se tu hai continuato a coltivare questa dimensione dirai: Finalmente mi hanno tolto dalle spalle questa croce dell’episcopato!, questa croce della responsabilità della parrocchia!, adesso mi dedico alla preghiera, avendo più tempo, e coltivando questa dimensione di discepolo!

Ecco, questa cosa è importantissima per il vostro futuro e io vi ho annunciato, anche seguendo una tesi un po’ strana, non da tutti ritenuta certa, che ci sia un aspetto dinamico nell’eternità, e se c’è – come io ritengo che ci sia – questa dimensione dinamica è che tu continuerai a essere discepolo, continuerai a seguire Gesù, capirai il Vangelo in una maniera sempre più piena, sempre più bella, più di quanto non ti sia capitato di approfondire in una meditazione, in un ritiro, in un corso di Esercizi spirituali, in un campo-scuola, in un corso d’aggiornamento…

Allora il discepolo è importante?

Il vescovo Francesco stasera lo raggiungiamo nell’eternità, perché l’Eucaristia è il grande ponte tra il tempo e l’eternità, salutandolo come discepolo: è stato solo per sedici anni l’Apostolo, il Vescovo di questa Chiesa. Certo, la nostra riconoscenza per lui rimane, come per gli altri Vescovi, per sempre, ma adesso è contento d’essere solo discepolo.

Auguri a voi. Non dimenticate il discepolato, altrimenti quello che andrete a dire non avrà senso, soprattutto non inciderà, non entrerà nel cuore dei vostri ascoltatori.

Preghino per noi i santi Simone e Giuda, discepoli e per questo apostoli.

***

Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

 

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