La Sua Betania

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Pietravairano, 21 novembre 2016

Celebrazione Eucaristica presieduta da S. E. Mons. Arturo Aiello

in occasione della Giornata pro Orantibus

Monastero S. Maria della Vigna e degli Angeli

Omelia

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La Chiesa, oggi, prega per le persone e le comunità contemplative, che vivono di preghiera, per la preghiera, che fanno della loro vita una lode a Dio, un canto nuovo per dirla con il testo di Apocalisse che abbiamo appena ascoltato.

L’origine di questa memoria liturgica è devozionale – e quando diciamo “devozionale” non intendiamo dire “di seconda categoria” – ed è interessante considerarne la matrice che è applicare alla vita di Maria i misteri della vita di Gesù: non si potrebbe capire altrimenti il senso di una eventuale Presentazione al Tempio di Maria.

Il Vangelo – e questa cosa è molto interessante anche per noi – non è solo la storia di Gesù – le vicende, le parole, i misteri della Sua vita, morte e risurrezione – ma diventa un paradigma per tutte le storie e per tutte le vite. Ogni credente deve vivere e vivere nella sua vita, a volte inconsapevolmente, i misteri della vita del Signore. E quindi se Gesù è stato presentato al Tempio, allora deve essere accaduto anche per Maria, e poi per questo o quel santo, ma anche per la nostra vita.

In questa memoria di un atto di donazione a Dio da parte di Maria la Chiesa guarda questi scrigni preziosissimi di preghiera, di canto, di offerta di sé che sono i monasteri e noi siamo a pregare qui, nel monastero delle Clarisse dell’Immacolata di Pietravairano. Tra l’altro anticipiamo con questa celebrazione anche l’ottavo anniversario della loro venuta: domenica prossima spengono otto candeline, che per noi sono otto torce, per questi otto anni di presenza nella nostra Chiesa (ma ce ne saranno ancora ottocento, per chi li vedrà, ovviamente). Noi siamo a dir poco entusiasti della loro presenza e della freschezza che hanno portato nella nostra Chiesa locale.

 

Cerchiamo, nella Parola di Dio di oggi, delle piste, non tanto per capire – rimane un mistero – la vita di Maria e la vita di quanti con lei e come lei si lanciano a corpo morto nella preghiera; una prima pista, che ci è data dal Libro dell’Apocalisse che stiamo leggendo e che ci accompagnerà fino a sabato, scandendo gli ultimi giorni nella ferialità dell’anno liturgico che si conclude, è il canto, una parola che torna nel testo molte volte.

Essi cantano come un canto nuovo davanti al trono, e nessuno poteva comprendere quel canto.

Cos’è questo “canto nuovo”? Il salterio continuamente ci invita a cantarlo: Cantate al Signore un canto nuovo. È il desiderio di un rinnovamento, di una conversione.

Il canto nuovo è Gesù, un canto mai sentito, e un canto – dice il testo di Apocalisse – che nessuno comprendeva al di fuori dei cantori; quindi un canto inizialmente incomprensibile la cui incomprensibilità non sta come chiusura, ma come bellezza, cioè un canto così bello che per gustarlo c’è bisogno d’entrare in un tempio. La terra ha dato il suo frutto, dice il salmista, e il frutto è sempre Gesù, è Gesù il canto nuovo, è lui che intona dinanzi al Padre, a nome di tutti gli uomini, uomo egli stesso appieno oltre che Figlio di Dio,  questo canto che ammalia il Padre e Lo induce e indulge il Suo Cuore a compassione per l’umanità. È un canto che scioglie, è un canto d’amore, è un canto che rinnova, è un canto che dice l’avvento di un nuovo tempo e di un nuovo giorno, è un epitalamio (erano i canti nuziali dell’antichità), è un canto di salvezza, è un canto di vittoria, come quello intonato da Mosè, da Maria e dagli altri, il giorno in cui si trovarono finalmente al sicuro, lontani dall’aggressione degli egiziani che li inseguivano (è ciò che leggiamo nella Veglia Pasquale). In questo canto nuovo dobbiamo entrare anche noi: non possiamo non capirlo, non possiamo non gustarlo, non possiamo non inserirci con la nostra vita, con la nostra personalità, con la nostra sensibilità, con quel dono che Dio stesso ci ha posto nel cuore, in questa armonia del canto nuovo.

In un’omelia scritta dal carcere per una celebrazione nuziale, Bonhöffer (come alcuni di voi già sanno) parla di Gesù come del “cantus firmus” per cui gli sposi, e quindi l’amore nuziale, entrano in questo tema già scritto, che è la voce portante, e poi si inseriscono i consacrati, e si inserisce ciascuno di noi con la sua vita, con la sua sensibilità.

Fuori di questo canto non esiste canto. Dentro questo canto c’è l’incanto, l’incantesimo, l’essere presi totalmente.

L’autore di Apocalisse, parlando di questi redenti della terra, i centoquarantaquattromila, che cantano e comprendono il canto, dice: Essi sono coloro che seguono l’Agnello dovunque vada.

E Giovanni chiede: Chi sono? Dice: Sono quelli che hanno lavato le loro vesti rendendole bianche nel sangue dell’Agnello. Paradosso: com’è possibile lavare la veste nel sangue e tirarla su bianca? E poi aggiunge: Non si sono contaminati con donne e seguono l’Agnello dovunque vada. Un’immagine ovviamente di verginità (qui il testo l’ha saltato per non scoraggiare i laici, ma se andate a leggere tutto il testo, vedete che c’è questa domanda): sono quelli che si sono astenuti, non perché la sessualità sia un male (noi nella nostra vita di consacrati cantiamo tutta la bellezza della sessualità, pur astenendocene nella dimensione della generazione e dell’intimità).

Seguono l’Agnello dovunque vada: sono gli amici dell’Agnello, perché ne seguono le orme e dunque sono come Lui, povero, casto e obbediente. Gli somigliano, sono la ripresentazione di Gesù, cioè quello che vi dicevo all’inizio: i misteri di Cristo nella vita del discepolo, pur con le loro precarietà. È chiaro che questo canto si inserisce nelle nostre stonature e nelle nostre note false, ma si è presi da questo canto, inebriati, dimentichi anche di esigenze fortissime, scritte nel DNA, perché si segue l’Agnello dovunque vada. E dove va l’Agnello? Era come agnello mansueto condotto al macello, dice il Profeta Isaia: seguono l’Agnello sul Calvario. Il testo cominciava con: Vidi l’Agnello in piedi sul monte Sion. Il monte Sion nella tradizione ebraica è il monte Moriah, cioè il luogo dove Isacco è stato sacrificato. Quindi, il tempio di Gerusalemme nascerà sul luogo dove è avvenuto il sacrificio per eccellenza, che poi nel concreto non si è verificato per un attimo, perché come nelle immagini di Caravaggio che è stato ossessionato da questa scena, l’angelo mantiene il braccio che già ha vibrato il colpo. Quindi, vanno verso il Calvario, ma vanno cantando come i martiri, vanno cantando come le monache quando dal coro passano al refettorio (non so se conoscete questa consuetudine monastica molto bella, di passare da un luogo all’altro cantando).

E nel vangelo, questo canto nuovo è espresso nell’episodio della vedova, che getta nel tesoro del Tempio tutto quanto ha per vivere, cioè si espone, si protende, perdendo l’equilibrio, in un atto di donazione completa. Capite che questa vedova è Maria, la Madre del Signore, che oggi contempliamo presentata al Tempio, ma ancora di più è Gesù, che dà tutto quello che ha, cioè la Sua divinità e la Sua umanità. Getta nel Tempio, getta nel tesoro, con un gesto di generosità, vorrei dire “violenta”. Ci sono certi gesti di generosità che se fatti troppo adagio non si riescono a fare, hanno bisogno di un che di violento, perché la persona potrebbe, all’atto in cui versa queste monetine, o anche una grande somma, o la sua giovinezza, o la sua vita, o il  suo sangue, nel tesoro del Tempio, nel cuore, nell’incensiere d’oro – simbolo molto presente nel testo di Apocalisse – potrebbe tornare indietro, allora bisogna farlo con una generosità violenta, come si entra in monastero, come si fa la Professione Semplice, la Professione Solenne, l’Ordinazione diaconale, presbiterale ed episcopale… Tutti gesti che hanno bisogno di una perdita di equilibrio, e proprio per questo hanno bisogno di una velocità che non prevede tentennamenti.

Tutti gli altri che hanno dato tanto in realtà non si sono tolti nulla di vitale (Gesù l’ha notato, perché vede oltre l’apparenza); invece la vedova ha dato tutto il suo futuro, e in questo gesto di dedizione completa, di violenta generosità, questa vedova si fida di Dio. Le vedove erano molto sguarnite da un punto di vista sociale: nessuna assistenza senza l’uomo che dava loro consistenza. Ebbene, questa vedova si disfa anche del suo futuro, che sono queste due monetine: niente, diremmo noi, ma per lei tutto. E in questo gesto fa un atto di fede nella Provvidenza. Le monache che ci ospitano sono tutte giovani, e noi ci chiediamo: ma come fanno queste monache a sopravvivere? Si fidano di Dio. E quando sono venute qui per la prima volta, otto anni fa, come sono venute? Portandosi un sacchettino sulle spalle, come delle pellegrine, dicendo: in questo esodo, Dio non ci abbandonerà. Cantavano un canto nuovo, vennero in Episcopio e cantavano. Ma cos’è questo canto? – ha chiesto il vescovo – Da dove viene questo canto? Chi lo fa questo canto?

Don Pierangelo, a Pietravairano ancora si devono rendere conto che c’è un canto nuovo…

Ecco, carissimi, questo è il Vangelo: il Vangelo è un canto, il canto di Gesù, il canto di Maria – il canto di Maria è il Magnificat, lo canteremo dopo la Comunione – il canto della Chiesa, il canto di ogni credente, il canto nuovo, sempre nuovo anche se ripercorriamo parole, versi che ci sembra di aver utilizzato già ieri, ma è nuovo! E le monache cantano un canto nuovo, dove anche la giovinezza è bruciata nell’incensiere d’oro, anche quella possibilità che voi sorelle – grazie per essere venute con il vostro canto nuovo (povertà, castità e obbedienza), un piccolo manipolo, ma bisogna accontentarsi, è vero Don Geppino? – avete di dire: Vado a farmi una passeggiata in chiesa (una cosa permessa). Qui non è possibile, è tutto dentro queste mura, è tutto dentro questa recinzione, dentro questo giardino chiuso, dentro questa fontana sigillata (Cantico dei Cantici), dentro questo ovile, dove Lui va a pascolare il gregge, dove Lui si riposa.

I monasteri di clausura sono il luogo dove più facilmente Gesù va a riposarsi. Nelle vostre comunità, nelle nostre comunità parrocchiali, nei nostri presbiteri non credo che abbia sogni troppo tranquilli Gesù, ma quando ha bisogno, quando è stanco, bussa alla porta di uno dei mille e mille monasteri di clausura, perché sa di trovare persone che non lo assillano con le loro richieste! Le monache non hanno richieste da fare a Gesù per sé, stanno continuamente, come le api, a tessere miele per gli altri, miele che esse non mangiano, a produrre ossigeno, come le grandi foreste, per l’umanità, ossigeno che esse non respirano.

Allora, Gesù quando è stanco – io immagino che ancora nel suo pellegrinare tra noi, sia pure nella dimensione del Risorto e di Colui che è alla destra del Padre, qualche stanchezza possa averla di noi, di me almeno – sa dove andare: va in un monastero di clausura e sa che almeno lì troverà delle persone che lo guardano senza chiedergli alcunché, che gli dicono: Vieni, Gesù! Questa è la tua Betania. Vieni qui e riposa. Vieni qui, non ti daremo fastidio, non saremo petulanti con te. Noi siamo quelle che ti seguono, dovunque tu vada.

Speriamo che questi luoghi di riposo del Signore possano moltiplicarsi, anche nella nostra piccola Diocesi che ne vanta ben tre, e quindi in questa Eucaristia visitiamo il monastero boccheggiante (però Dio può tutto) delle Benedettine di Teano, il monastero delle Clarisse di Pignataro e diciamo: Ecco, sul monte Sion c’è ancora un canto, tutto da imparare.

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Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

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