Attendere: infinito del verbo amare

avvento

Teano, 4 dicembre 2016

Celebrazione Eucaristica presieduta da S. E. Mons. Arturo Aiello

per le Congreghe di Teano

II Domenica d’Avvento/A

Chiesa Cattedrale

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Coloro che attendono qualcosa che non viene, sono sottoposti ad una sorta di supplizio, sembra dire il proverbio con “quasi senza speranza”. Il Tempo d’Avvento è così fragile, fatto di appena quattro domeniche, che mentre ci rendiamo conto che è Avvento, è già Natale. E tanti si ritrovano a Natale senza aver percorso il “corridoio” che la tradizione della Chiesa ci ha consegnato, imbattendosi nel Natale liturgico totalmente impreparati.

Ma c’è qualcosa di più profondo nell’Avvento liturgico, una sorta di sapore della vita, cioè la vita intera dell’uomo sulla terra si conduce in un lungo Avvento. Dunque la grandezza di un uomo sta nel mantenere alta l’attesa, nel saper aspettare, che erroneamente ci appare legato all’inattività: uno che aspetta può solo aspettare. Invece il Vangelo – e tutta la spiritualità cristiana – ci consiglia un’attesa fervorosa, un’attesa operosa, un’attesa che prepara l’Atteso, un’attesa che renderà possibile l’incontro.

Senza l’attesa – e di questo vado sempre più convincendomi, ormai all’autunno della mia vita – nulla si ottiene. Non si ottiene nulla nel senso che poi, quando le cose avvengono, se l’attesa è calata di tono, non godiamo di ciò che attendevamo. Non ne godiamo perché non lo abbiamo aspettato! In una parola: si gode pienamente solo ciò che si attende a lungo.

Anche le confraternite sono entrate nella storia della Chiesa proprio per mantenere l’attesa, e sono la prima forma di ministerialità laicale, già cinquecento anni prima del Concilio Vaticano II che ha messo in evidenza questa dimensione. San Filippo Neri ed altri, che hanno promosso le congregazioni laicali e le confraternite, avevano in mente di animare la realtà delle persone. Non so se anche voi ne abbiate la percezione, almeno nei ricordi, ma le confraternite avevano una vita parallela a quella del clero. Per esempio, c’era un’ufficiatura dei confratelli, soprattutto legata all’Ufficio dei Defunti.

È come se dalla vita monastica e poi dal breviario della vita presbiterale, si fosse ipotizzato un itinerario per i laici che avesse al centro le tre cose fondamentali della Chiesa: la preghiera, la formazione (cosa ormai scomparsa, ma anche l’ufficiatura è scomparsa, che io sappia) e la carità, cioè le opere concrete.

In più di una parrocchia dove ho incontrato qualche confraternita, dicevo che lo specifico delle confraternite nel ‘500, nel ‘600, nel ‘700 era la dimensione caritativa. Nel 1700, quando ancora era vivo Sant’Alfonso, a Napoli c’erano molte confraternite che nascevano per riscattare le persone che erano state fatte schiave nelle incursioni dei saraceni; andavano sul mercato e pagavano il riscatto perché i loro concittadini potessero tornare a casa. Poi le confraternite si sono dedicate alla sepoltura e alla preghiera per i defunti. In una parrocchia vicina a quella in cui sono stato parroco, c’era la “Confraternita dei pellegrini e dei convalescenti”. Ecco, sono tutte forme – e andiamo alla radice seicentesca – assistenziali, una sorta di organizzazione intelligente per venire incontro alle necessità delle persone, quando gli ospedali non esistevano. Gli ospedali stessi sono nati in qualche maniera come forma confraternaria, forma assistenziale nella Chiesa. Se ci fate caso, almeno nella nostra cultura occidentale, non c’è forma di servizio, a partire dal mondo culturale a quello assistenziale, che non sia anche dentro la Chiesa.

Ovviamente oggi ci sarebbe da chiedersi se questa bella storia continuerà. È la sfida che il Vescovo vi lancia.

Oggi bisogna trovare delle modalità per riportare la preghiera, la formazione e l’assistenza al servizio della comunità dentro le nostre confraternite, se volete che abbiano futuro. Dopo secoli di grande fioritura, di grandi organizzazioni, le cose sono andate sempre più sfaldandosi, sempre più attenuandosi, fino a quello che vediamo oggi. Nella nostra Diocesi, al massimo, c’è la presenza ai funerali e a qualche processione, ma si può fare di più, diceva la canzone. E adesso il Vescovo lo dice a voi: si può fare di più.

Cosa possiamo fare per mantenere vivo il tema dell’Avvento?, che è anche un impegno educativo!

Chi fra voi sia genitore o insegnante, sa quanto sia difficile insegnare al figlio l’attesa. Un bambino vuole un giocattolo e non vuole aspettare. Lo vuole subito! Magari premendo un tasto. E sappiamo che, al di là del reddito della famiglia, non è mai educativo rispondere alla richiesta immediatamente, perché questo svaluta, svalorizza, fa perdere senso a ciò che chiediamo. Ecco perché il giorno dopo il bambino ti chiederà un nuovo giocattolo, una nuova playstation, un nuovo motorino, una nuova auto … Un’escalation! Capite che finiamo per depauperarci senza – ed è la cosa più grave – aver trasmesso ai nostri figli, ai nostri giovani, che l’attesa vale quanto il dono. Quindi capite che anche il Natale ha il sapore dell’attesa! Senza questa attesa, il Natale non avrà sapore, passerà in un attimo! Come tutte le cose. Nella misura in cui attendiamo ogni giorno una meta, una realizzazione, una laurea, un’ordinazione (immagino che Massimiliano aspetti che il Vescovo gli dica: “Sarai ordinato presbitero il …”), quell’attesa ci struttura.

Il Vescovo ricorre per voi – e per te, Massimiliano – ai versi che le nostre maestre (che adesso benediciamo) ci hanno forzato ad imparare a memoria quando eravamo piccoli. Mi riferisco alla poesia “Il sabato del villaggio”. Spero che nel vostro orizzonte ci siano ancora quei versi che si concludono con la frase più difficile da imparare per noi bambini, perché si imparano più difficilmente le cose che non si comprendono.

 

Godi, fanciullo mio; stato soave,

stagion lieta è cotesta.

Altro dirti non vo’; ma la tua festa

ch’anco tardi a venir non ti sia grave.

 

Vi invito a leggere il libro di D’Avenia su Leopardi (credo che in questo momento D’Avenia sia l’autore credente più in vista nella cultura italiana). Si intitola “L’arte d’essere fragili”.

 

Tutta quella poesia si impernia sull’attesa, sulla vigilia. Quindi Claudia questa settimana goditela! Se tu vai “adagio adagio verso la fontana”, dice il Piccolo Principe, la tua professione e quello che ne seguirà nei giorni senza nome (Turoldo) avranno senso. Ma se uno corre, se Claudia vuole fare la Madre Generale, se i fidanzati non sanno attendere … Non so se qualcuno ancora tenti con fatica di mettere il piede sul freno!

Qualcuno di voi che abbia un figlio adolescente e fidanzato, ha mai affrontato il tema che forse è il caso d’aspettare? Attenti, non per motivi morali, ma perché ciò che si aspetta si gusta, perché solo se c’è una lunga attesa, anche un gesto ha valore, un giorno, una meta, un sogno! Vedete come la spiritualità dell’Avvento è dentro la vita, dentro le vene della vita?

Tutta la spiritualità cristiana si impernia sull’attesa di Dio, e quindi tu incontri Dio solo se Lo attendi. Forse l’attesa è l’incontro con Dio, e forse, alla fine, nonostante i nostri peccati, ci salveremo se avremo mantenuto l’attesa: l’attesa dello Sposo, l’attesa del Signore, l’attesa del Natale …

Mettiamoci in attesa, perché se non attendiamo più, siamo morti.

 

Vivere è attendere.

E “attendere” è l’infinito del verbo “amare”.

Firmato: Don Tonino Bello.

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Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

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