Bisbiglio d’Angeli

bisbiglio

Teano, 21 dicembre 2016


In punta di piedi in Episcopio

“Bisbiglio d’Angeli”

Salone dell’Episcopio di Teano

Meditazioni di S. E. Mons. Arturo Aiello

 ***

Violoncello: M° Vladimir Koqaci

Pianoforte: M° Giuseppe Masi

Soprano: M° Marianna Russo

Violino: M° Domenico Mancino

***

Vivremo questo momento in penombra (i musicisti, gli artisti faranno un sacrificio aguzzando la vista), perché questa riflessione sottovoce, in punta di piedi, prenatalizia, vuole fare in modo che sia Natale per noi questa sera. Natale è un giorno ma sono anche delle occasioni, e tutto questo deve essere vissuto in pieno raccoglimento. Prima di incominciare, grazie a Marianna, a Domenico, a Vladimir, a Giuseppe che sono coloro che ci aiutano a pregare questa sera.

 

Nada te turbe (M. Frisina)

 

Conosciamo questo testo che ha sulle spalle 500 anni, a firma della grande Teresa d’Avila: Nulla ti turbi, nulla ti spaventi: chi ha Dio nulla gli manca.

Natale è questo, Natale è Dio dalla nostra parte, Dio nelle nostre mani. E dunque, se Dio è con noi non abbiamo da temere – nada te turbe – e invece abbiamo tante apprensioni, abbiamo tante paure. Ne hanno i bambini, ancor di più ne abbiamo noi adulti, la paura per noi, la paura per le persone che amiamo, la paura per il mondo, per come si evolvono le cose, per i gesti di violenza che la cronaca ogni giorno ci butta in faccia con una violenza inusitata. Ecco, davanti a questa serie di attentati, attentati alla felicità innanzitutto, viene questa parola che rientra – è il tema di questa sera – nel bisbiglio d’angeli. È come se fossimo venuti ad ascoltare, a riascoltare, come facevamo da bambini, gli angeli che parlano ma non gridano, che non hanno potenti mezzi audio per raggiungere le nostre orecchie troppo occupate a raccogliere le ultime notizie malvagie. Invece, c’è una bella notizia che perfora duemila anni di storia e che ci raggiunge questa sera, in questo momento in cui è come se partorissimo il Natale per noi.

Per diversi di voi sarà Natale questa sera, perché Natale non è il 25: Natale è ogniqualvolta ti accorgi che Dio è accanto, che Dio è vicino di casa, che non ti abbandona. E questo lo diciamo in questa notte.

Ho appuntato vari temi non tanto da “trattare”, perché forse la suggestione, l’incanto valgono più delle parole questa sera. La prima annotazione è: “Un canto nella notte”. Oggi è il 21 dicembre, ognuno di voi lo sa, ma a qualcuno è sfuggito che è cominciata la grande notte, è cominciata la notte più lunga dell’anno, e quindi siamo entrati in un buio che durerà più del solito. Ma a partire da dopodomani questa notte comincerà ad accorciarsi, accorciarsi, accorciarsi… Stamattina salutavo i fedeli alle 6.30 per la Novena in cattedrale con:  “Buona primavera!”. Ma intanto è cominciato l’inverno! Sì, è cominciato l’inverno, però comincia ad avanzare la luce, e dunque un canto nella notte è una candela accesa, una luce che ti fa compagnia nella notte, in questa notte della notte più lunga e del giorno più corto dell’anno, ma anche (ed è quello che mi interessa di più) nella notte della tua vita; nella notte che stai attraversando c’è un canto, quello che stiamo ascoltando; il primo canto ti ha detto: non avere paura, non temere. “Non avere paura” è quello che le nostre mamme ci dicevano: pensate al giorno in cui siamo andati all’asilo la prima volta, che trauma (non so se queste cose ve le ricordate)! È come se le nostre mamme siano state educatrici alla vita trasmettendoci fiducia quando noi avevamo paura del nuovo, avevamo paura della scuola, poi avevamo paura delle medie, poi delle superiori, poi dell’università, poi del dopo- università, poi del lavoro… Loro ci hanno ripetuto con gli occhi, a volte solo con lo sguardo: non temere.

Adesso entriamo nel canto del Magnificat, sempre a firma di Frisina, che ci introduce anche, per quelli fra voi che stanno facendo il cammino della Novena di Natale, nel vangelo di domani: domani è il giorno del Magnificat, dove Maria ed Elisabetta, che abbiamo incontrato stamattina, si sono dette vicendevolmente la Parola, si sono rimandate un’immagine. Anche noi stasera è come se ci trasmettessimo delle immagini, voi a me, io a voi, con gli artisti: ci diciamo delle cose che riguardano la nostra vita, e nessuno di noi può dirsele da solo.

Riassumevo stamattina, concludendo la Messa: mai senza l’altro, cioè è l’altro che ti dice chi sei, è l’altro che rende manifesta la Parola di Dio deposta nella tua vita, è l’altro che riconosce i doni… Tu se lo facessi allo specchio non riusciresti a trovare questo tesoro.

Bene, Maria ed Elisabetta cantano insieme Magnificat.

 

Magnificat (M. Frisina)

 

È bello che arriviamo qui da tante strade, anche da paesi stranieri, per raccontarci il Natale. Per Giorgio è Natale anche nel grembo di Katia.

“Finalmente”. Questo avverbio, che ho messo come seconda parola, vale anche per voi, come tutti quelli che hanno atteso un bambino e che finalmente l’hanno visto mettersi in cammino. È questa la gestazione: un figlio che si mette in cammino verso di noi, ma anche noi che ci mettiamo in cammino verso una nuova identità, quella di padre e madre.

Finalmente è Natale, finalmente Dio si è reso visibile. Questo avverbio ha senso come l’approdo di millenni. “Finalmente” lo dice Dio rispetto a un sì che aspettava dall’uomo e che tardava a venire, al punto che è stato Dio stesso a doverlo proferire nella carne di un uomo, in Gesù di Nazareth. Voglio dire che si incontrano qui, questa sera, nella liturgia del Natale, nell’annuncio, nel vangelo del Natale, tante attese e quando giunge una cosa o una persona che abbiamo aspettato a lungo, noi diciamo: finalmente! Finalmente la vita, finalmente la morte, finalmente si fa chiaro, finalmente l’alba, finalmente possiamo capirci, finalmente ci guardiamo, finalmente c’è una primavera incamminata che viene, finalmente una chiesa… Potrei continuare a lungo questa rassegna di “finalmente”. Spero che anche voi abbiate un “finalmente” da proferire, nonostante io non creda nei Natali senza problemi: a Natale succede di tutto, succede la vita, succedono i tradimenti, succedono le incomprensioni, le parole pesanti, i dolori, i lutti…

Quindi, non siamo qui per astrarci dalle nostre storie dolorose. Questa nostra celebrazione del Natale, anticipata al 21 dicembre, non vuole essere una fuga, ma un immergerci nella storia, perché finalmente Dio si è reso visibile, perché finalmente, nonostante la tua vita possa essere una serie ininterrotta di fallimenti, sei perdonato; finalmente qualcuno mette su un verso, finalmente c’è un archetto di violino o di violoncello, una voce o dita sulla tastiera del pianoforte: questi strumenti tacevano, come tace la voce, ma poi finalmente qualcuno ha messo le dita sulla tastiera o ha inarcato il violino, appoggiato l’archetto sul violoncello, messo aria perché potesse uscire un suono. Il buio è anche l’assenza di voce, non solo assenza di luce: è il buio dove non ci parliamo più, perché non ci capiamo più, ed era così tra noi e Dio, più che tra Lui e noi. E poi, finalmente, qualcuno ha alzato la voce, ha detto una parola, ha detto sì, e questa Parola ha preso spessore.

Figlio mio è il terzo brano con cui preghiamo e ci diciamo il Natale questa sera: è un dialogo tra Maria e suo figlio, ma può essere anche la traccia di un dialogo tra noi e i nostri figli, quelli che abbiamo generato ma anche tanti altri che in qualche maniera sono stati adottati, si sono annidati nella nostra vita, e che forse aspettano una carezza.

 

Figlio mio (M. Frisina)

 

Mo’ ce staje, figlio mio – Frisina, come vedete, si è misurato anche con la nostra lingua – Mo’ ce staje, figlio mio.

È il desiderio di tematizzare questo momento (forse domani te ne andrai): il lamento di Maria è in previsione di ciò che il figlio farà, che il figlio dirà andando lontano, essendo pervaso da una passione che Lo porterà lontano da lei. Ma mo’ ce staje. Vedete, se c’è una gioia, anche molto umana, che il Natale deve portarci, è il fatto che ci siamo. Ma so che è poco. Scusate se è poco, ma ci stiamo, ci stiamo ancora, siamo ancora vivi. E non solo, ma se accanto a te c’è un figlio, e allarghiamo a qualsiasi persona che tu ami, si ce’staje, allora è come se questo testo ci dicesse santamente: godiamoci questo momento; adesso ci siamo, adesso siamo qui, adesso possiamo dire una parola, adesso possiamo piantare un albero, adesso possiamo fare un albero di Natale, adesso possiamo accendere una luce nella culla che attende Gesù Bambino, possiamo fare un dono, possiamo fare una telefonata, possiamo fare un figlio… adesso! Mo’ ce staje!

Lo so che vado a sfondare una porta, perché purtroppo la nostra cultura è tutta dentro il presente, l’attimo fuggente, però, pur nell’aspetto di lamento di questa composizione, la parola “mo’ ce staje” mi ha colpito, mi ha commosso, e vi trasmetto questa commozione per dire: sì, è vero, abbiamo tanti problemi, però ci stiamo, però siamo ancora vivi, però possiamo ancora avere il cielo in una stanza, possiamo ancora dipingere il soffitto di casa nostra, possiamo ancora fare un’opera buona, possiamo ancora cantare… Mo’ ce staje, mo’ ce stong, mo’ ce stamm. E se ci siamo, questo è un bene a prescindere da ogni colorazione. Mo’ ce staje, figlio mio.

E allora, che sia questo il Natale in cui prendiamo coscienza di quello che abbiamo, per godercelo, per quel poco che ancora lo avremo.

Certo, le mamme (e in qualche maniera questo desiderio è sotto le righe di questo testo che abbiamo ascoltato) vorrebbero che i figli non crescessero mai e che fossero sempre bambini, e che stessero sempre a scartocciare i pacchi sotto l’albero di Natale, ma intanto sono cresciuti! E magari faranno anche questo gesto, ma con molta superficialità, senza occhi sgranati, avendo fretta, e magari contemporaneamente guardando il cellulare, se c’è qualche messaggio che arriva su WhatsApp, però mo’ ci sono, ci sono ancora, ci stiamo ancora… E l’anno prossimo? Non foglio fare l’uccellaccio del malaugurio, però credo che il Natale ci colga anche in questa gioia d’esistere, adesso, qui, ma anche qui stasera: noi ci stiamo e stiamo tessendo questa tela meravigliosa del Natale attraverso luci, attraverso silenzi, attraverso parole, attraverso suggestioni, attraverso note, attraverso la voce di Marianna, attraverso gli strumenti… Allora cerca di starci in questo Natale!

So che per diversi di voi è anche un Natale doloroso, perché è “il primo Natale senza …”, però ci stiamo! E anche questa assenza va in qualche maniera celebrata: noi siamo ancora qui, possiamo ancora ricordare, possiamo ancora raccordarci con queste persone.

 

Mater Jubilaei  (S. Melone)

 

La terza parola, qui annotata come un messaggio quasi testamentario, è “Abbraccio senza fine”. Natale è questo.

E allora lavoriamo brevemente su questa immagine dell’abbraccio. Cos’è l’abbraccio? L’abbraccio sono due vite che si accolgono, l’abbraccio è una culla, l’abbraccio è una casa, l’abbraccio tiene fuori il mondo cattivo, il lupo cattivo, i pericoli della notte, il freddo della notte… L’abbraccio è la prima casa. Il grembo in cui una donna porta il bambino nei nove mesi di gestazione è un abbraccio.

È bello vedere e pensare che, prima che l’abbraccio esterno, c’è un abbraccio dentro: Katia vive nei confronti del suo bambino un abbraccio che dura nove mesi. Noi siamo nati in questo abbraccio e ancor prima siamo nati dall’abbraccio dei nostri genitori; quando sentiamo il bisogno di un abbraccio è perché fa freddo nel cuore, all’esterno, nel mondo o nella fede calante. Anche la preghiera è un abbraccio, anche questa nostra serata è un abbraccio: le mura, che da dieci anni ci ospitano per questa esperienza, sono un abbraccio. Mi viene in mente, in questo momento, Marianna, che la prima volta in assoluto in cui abbiamo fatto questa esperienza era nel Natale del 2006, per pochissime persone (eravamo veramente un salotto): misi su questa cosa con Don Angelo Castellano. Forse è nata così “In punta di piedi”: come tutte le cose importanti, non è nato da un progetto fatto a tavolino, ma da un’intuizione, da uno star bene in una coreografia, in un abbraccio.

Qui c’è Gesù Bambino che chiede che tu lo abbracci, ma anche Dio che è in Lui ti abbraccia. Che cosa  desideriamo? Qual è il nostro sogno? Un abbraccio senza fine! Un abbraccio dove le braccia, a un certo punto, non comincino a slacciarsi. Questo è possibile in Dio, da Dio: la fede, pur con tutti i suoi tormenti, è questo abbraccio. Ovviamente, bisogna corrispondervi: un abbraccio non ci deve trovare rigidi, non ci deve trovare di marmo, di sale, di ghiaccio, anche se un abbraccio, a volte, riesce a sciogliere anche il ghiaccio. E quindi, in qualche maniera, bisogna abbandonarsi, ed è quello che vi auguro: di abbandonarvi a questo abbraccio di Dio.

Le esperienze degli abbracci umani, tra amici, tra persone che si vogliono bene, tra fidanzati, tra marito e moglie, tra genitori e figli, questa casa sempre un po’ terremotata, sempre un po’ in bilico, dura sempre troppo poco, ma questi sono sacramenti di una realtà più grande.

Chiediamo di dire sì a questo abbraccio, quando Maria dice: Eccomi, sono la serva del Signore, accetta l’abbraccio di Dio in lei e la storia tutta, che dice: Sì, vieni, ti faccio spazio, ti abbraccio.

E l’abbraccio è anche una ninna nanna.

 

Ninna nanna (W. A. Mozart)

 

Il repertorio natalizio è pieno di questi canti dolci che hanno la tonalità della ninna nanna (berceuse), che servono per addormentare i bambini o l’adulto che fa fatica ad addormentarsi (quelli che hanno problemi di sonno siamo noi adulti). I bambini crollano nel sonno, si abbandonano al sonno, hanno una fiducia nella vita che noi rischiamo di perdere (l’insonnia è il segno di un disagio), per cui queste nenie, queste ninna nanna natalizie è come se ci ridessero il gusto di dormire. Ogni ninna nanna, in qualsiasi cultura, ha al suo centro un messaggio: sono qui a proteggerti – è la mamma che lo dice al suo bambino – dormi perché andrà tutto bene. Questa mi sembra essere l’anima di ogni ninna nanna, dagli eschimesi al Sud America, dentro o fuori la fede: la mamma che canta la bellezza del suo bambino, che sogna sul suo futuro. Ma al di là di tutte le espressioni c’è questo comune denominatore: ci sono qui io, quindi tu puoi addormentarti, andrà bene, il mondo volgerà al bene, la tua mamma non permetterà che il male attenti al tuo cuore.

Adesso che io ho detto questa frase, voi starete pensando: Sì, magari… però poi… Anch’io ho fatto la ninna nanna al mio bambino che adesso ha trent’anni, quarant’anni, però poi il male lo ha preso… È una smentita la ninna nanna o è il figlio che non è rimasto nella ninna nanna? Voglio dire: dobbiamo eliminare la ninna nanna perché ha colori pastello che non sono la vita che ha tinte dark? No, è il contrario. La ninna nanna deve rimanere, e sei tu che ci devi rientrare, sono io, siamo noi che dobbiamo rientrare in questa dimensione di sogno. Questa dimensione di sogno – permettete che io ve lo dica – è più vera di ogni idea chiara e distinta, cioè di ogni elucubrazione sulla realtà, di ogni progetto di questo o di quel sociologo che dice che andiamo a rotoli, che non c’è più nulla da fare… E invece la ninna nanna dice: dormi, dormi tranquillo.

Il Natale è anche questo, gli angeli bisbigliano anche questo stasera: non dormi saporitamente da molto tempo. Adesso vi guardo, vi conosco tutti: so che tu hai questo problema, tu il lavoro… Quindi sembra che io vi stia illudendo… o vi sta illudendo la vita? O ci sta illudendo la realtà? È più vero il sogno o più vera la realtà? È più vero quello che stiamo tessendo stasera intorno al mistero del Natale o quello che dicono i giornali?, o quello che ci propinerà stasera l’ennesimo notiziario di guerra? Puoi dormire tranquillo, anche perché questo mondo – questo è il motivo teologico della ninna nanna – è già salvato. Questo mondo, che a te sembra andare a rotoli, come a tanti altri, non può finire male, perché è cittadino del mondo anche Dio, perché anche Lui sta qui: non può crollare tutto quando Dio è vicino di casa, è condomino di questo mondo!

Quindi, spero che dicendo queste cose io stia rianimando in voi – è un’opera di rianimazione a volte la preghiera o la catechesi – la speranza, che non è: Visto che stiamo a Natale, diciamo delle cose buone… No, perché direi queste cose anche il Venerdì Santo!

Io sono qui e andrà tutto bene, e tu puoi addormentarti, perché il mondo non dipende da te, per fortuna, ma dipende da Dio che lo ha sposato in un abbraccio senza fine.

 

Gesù Bambino (P. A. Yon)

 

La quarta parola è: “Tornare a casa” (ciascuna di queste frasi potrebbe tenerci insieme per ore: il mio compito è semplicemente di dare delle pennellate).

Quale casa? Mi ha colpito, e anche un po’ fatto soffrire, quello che ha detto Erri De Luca nell’incontro a Teano (sono andato, mi sono intrufolato volutamente, forse qui c’è anche l’assessore che mi spingeva a mettermi al primo posto), un incontro molto bello; c’è stata una domanda interessantissima da parte di Carmen (non so se è presente), la domanda più intelligente fatta a Erri De Luca: “Io sono credente ma a volte ho dei dubbi. E lei ne ha da non credente?”. Era una domanda che prestava il fianco a tante possibili risposte, e lui un po’ ha svicolato, dicendo: No, i dubbi li avete voi… Io da non credente non ho dubbi.

Non mi ha fatto soffrire tanto questo, quanto quello che adesso dirò: Io non ho neanche nostalgie.

E ha fatto un esempio: Quando io vado a Napoli, non dico “torno a Napoli”, ma “vado a Napoli”.

Una spiegazione per dire: la mia Napoli non c’è più, non è più quella di allora.

Questa cosa un po’ mi fa problema: mi fa problema che noi non abbiamo nostalgie, che possiamo non avere nostalgia, e invece la nostalgia è importante, è importante nella vita, perché la nostalgia ci fa tornare, ci richiama, e dice “c’è una casa che ti aspetta”.

Anche questo gruppetto che sta qui, adesso, in qualche maniera per me significa tornare a casa. Giuseppe era un bambino quando io facevo il parroco, e prima ancora il viceparroco; era un bambino alla scuola di sua zia che era l’organista della basilica, e poi tutte le traversie, i dolori… Maria Teresa all’ultimo momento ha avuto un impegno scolastico, però ho pensato che potesse essere una provvidenza vivere quest’ora e mezza insieme, perché mi ha sopportato per un’infinità di celebrazioni (esequiali soprattutto, magari le altre erano più gioiose!). Poi c’è Marianna: con la sua voce mi ricorda la mia Ordinazione episcopale. Poi c’è Vladimir che veniva anche in basilica con Maurizio Aiello per concerti più o meno come questi. Poi c’è Domenico che, invece, è il legame con questa terra, perché è di Riardo. Tra l’altro, anche la presenza di tanti di voi qui, dell’uno e dell’altro mondo, della prima e della seconda vita del vescovo, è tornare a casa. Perché poi la casa non è un luogo.

Ho portato in settembre i miei seminaristi – eravamo in Penisola – a fare un pellegrinaggio alla mia casa natale. Eravamo a Seiano… “Andiamo a dire vespro fuori la casa dove sono nato…”. Da un lato è stato bello, dall’altro mi rendo conto che quando diciamo “tornare a casa” noi non intendiamo un luogo geografico, una stanza, un giardino – ricordate che il nostro ultimo incontro è stato “Il sogno di un giardino” – ma è una dimensione interiore, cioè tornare dentro, ri-andare per esempio all’infanzia, che è una casa! La casa dove noi ci siamo formati, coi nostri genitori (magari defunti), le nostre traversie alle scuole elementari, i giochi in piazza (giochi semplici, poveri, ma anche belli)…

Natale è tutto questo, è come se ti fosse ridato il tuo mondo, per dire: tu non sei un apolide, non ti sei perso, torna, torna a casa! E per noi adesso la casa ingloba tutto questo: è la terra dove c’è una via, dove c’è un paese, dove ci sono delle persone vive o defunte (non è importante), ma poi, in conclusione, la casa è Dio, perché Dio è venuto a farsi una casa qui perché noi potessimo tornare a casa da Lui. La casa dell’uomo è Dio, anche se, nell’esperienza della redenzione, Maria è stata la Casa di Dio, tanto che la Liturgia del 1° gennaio la invoca Θεοτόκος, Madre di Dio.

Vi auguro di tornare a casa, pur restando ciascuno nel suo orizzonte, nelle sue coordinate, nel suo spicchio di mondo dove la Provvidenza lo ha posto, facendo questo pellegrinaggio (non dovremmo farlo solo a Natale): a casa tu trovi le persone che non ci sono più, ma che lì sono ancora a tua disposizione; ti parlano, ti raccontano, addobbano l’albero, fanno il presepe… E tu devi dire che tutto questo ti piace, mentre da adolescente, come in Natale in casa Cupiello, hai detto: No, nun me piace! No, adesso mi piace, anzi, raccontamela ancora questa storia, perché non abbia a perdersi, perché se si perde questa storia mi perdo anch’io, perché svaniscono le mie radici.

Quindi, Giorgio e Katia a Londra ci staranno bene – è la “città” – però poi Natale li ha riportati a casa…

 

Bianco Natale (I. Berlin)

 

Queste sono note un po’ più “statunitensi”, ma che pure da un po’ di decenni appartengono al patrimonio del Natale. Vi ho spiegato, qualche anno fa, che il Natale è la nostra realizzazione migliore, la nostra orchestrazione più completa: a Natale noi siamo riusciti bene, purtroppo siamo fallimentari a Pasqua. Mi riferisco all’inculturazione del Natale: adesso ci sono tanti movimenti per togliere gli angeli, lasciare solo qualche stellina, escludere Maria e Giuseppe, ma credo che ci vorrà un impegno non indifferente per sradicare il Natale, anche come suggestione, dal cuore delle persone, perché abbiamo agito – dico “abbiamo” non perché l’abbia fatto io, ma i nostri predecessori per secoli – a vari livelli, anche su quello culinario per esempio. C’è un Natale in cucina che non si può eludere così: se si fa la pizza figliata, un dolce pignatarese, allora significa che Natale è entrato in cucina. Allora, se noi, anche in altri aspetti – ci vuole un’orchestrazione, ci vogliono delle menti pensanti per far questo – riusciamo a fare questa operazione anche per altri nuclei di fede, sarebbe auspicabile in particolare per la Pasqua: cioè portare nelle case, portare nelle strade, portare nei negozi, portare in cucina una serie di suoni, di canti, di messaggi, di consuetudini, di dolci, di cose da cucinare… Questa si chiama inculturazione del Natale!

Ma andiamo verso la conclusione: “Ritrovarsi e perdersi”. Sembrano due verbi contrapposti, perché tornando a casa mi ritrovo, e il Natale è la ricomposizione di me in tante frange, in tante lingue, in tanti aspetti che normalmente vivono autonomamente, che invece si ricompongono. Bisogna anche perdersi, nel senso bello del termine, perché non basta guardarlo il Natale, bisogna entrarci dentro fino a lasciarsi scogliere dal Natale. Questo intendevo mentre scrivevo questi appunti (“perdersi”). Perché Natale non è un film che guardi, e magari ti viene anche qualche emozione, ma poi finisce… Tu ci devi entrar dentro, siamo noi i protagonisti del presepe, ne siamo i figuranti oggi: tu sei Giuseppe, Maria, il Bambino che sta per nascere; quello è Erode, quello è il nemico, quella è la lavandaia, per dire i pastori classici del presepe. Dentro questa scena ci devi entrare, perché fa parte di te e dunque ti aiuta a ritrovarti, ma al tempo stesso ti perde nel senso dello stupore, nel senso che è troppo bello. Spero che ancora voi lo diciate anche alla vostra età, anche alla nostra età: è troppo bello che Dio sia venuto, è troppo bello che non ci abbia salvati mandandoci un fax, mandandoci un sms, mandandoci un angelo (per dirla in termini più alti). È troppo bello che sia venuto Lui stesso a ritrovarci e a perdersi in noi.

 

Colui che è Amore (M. Frisina)

 

“Dio perduto tra le nostre strade”.

È un altro approccio al Natale: anche Lui si è perduto (“ritrovarsi e perdersi”), perché è venuto non come un passante, non come un viaggiatore, non come un turista. È venuto e si è perduto per le nostre strade.

Sempre nell’incontro con Erri De Luca – vi confesso questa cosa bella che ho vissuto – non l’ho visto! Gemma sta dicendo: Eccellenza, ma io vi avevo detto di venire avanti! Ma per me è stata una cosa bellissima! Io ovviamente non sono due metri, per cui tutta la gente accalcata … Però a me è bastato sentirlo: è una cosa bella, non so se riesco a dirvi – per l’affezione che ho per questo autore, per me, bastava il fatto che stava a Teano: io potevo anche non andarci – per cui non mi sono neanche alzato sulle punte, non ho sgomitato per dire: almeno mi prendo un’immagine! Io sono andato via (sono stato lì un’ora), senza vederlo! Adesso voi dite: Povero scemo! E invece questa cosa io l’ho vissuta bene, perché dico: ma è importante che tu lo veda? No! È importante che tu senta. Quindi mi registravo alcuni passaggi nella mente, e questo per dirvi che a volte non è importante vedere, non solo sul piano della fede; l’importante è sentire, l’importante è percepire che Lui, da qualche parte, in queste strade, per queste strade feroci, c’è, perché si è perso nel dedalo delle nostre strade. E questa cosa – che da qualche parte ci sia Lui – rende il mondo luminoso, anche nelle notti più lunghe. Questo a volte noi lo percepiamo per un maestro – non so se voi questa cosa l’avete mai sentita, mai vissuta – e cioè che esista un maestro da qualche parte, in Italia o anche all’estero, per me, spero anche per voi, è di fondamentale importanza anche se io non vado da lui: è la semplice esistenza di questa persona in un angolo di questo mondo che rende sensato il mondo. Non so neanche se riesco a dirlo! Per cui la morte di certi maestri veramente oscura il mondo, perché diciamo: e adesso? Ma tu non ci andavi! Sì, non ci andavo, però per me era importante che lui ci fosse!

Vi ho già raccontato che nella mia esperienza di “esodo” mi commossero non tanto le lacrime dei vicini, ma le lacrime dei lontani, cioè di quelli che in chiesa non ci venivano… Ma perché questi soffrono? Perché mi scrivono una lettera? Tu non sei mai venuto a messa! E qualcuno me lo fece capire (certe cose le dobbiamo capire dagli altri): io non venivo, però per me era importante che tu ci fossi.

E così è per Gesù: è importante che Lui ci sia. Adesso che tu lo senta, che non lo senta, che tu sia in un picco di fede o in un crollo di ateismo non è importante, perché Lui si è perduto tra le nostre strade. E quindi che da qualche parte Lui ci sia, rende vivibile, rende umano il nostro mondo, rende bella la nostra vita, rende sensato il nostro dolore. E qui siamo al pezzo forte (dico “forte” perché sulla Notte santa di Adam ci ho fatto due racconti un po’ di anni fa).

 

O santa notte (A. Adam)

 

L’ultima parola è “Amen”, come abbiamo detto alla Preghiera-Giovani, cioè “per sempre”. Se il Natale fosse solo il 25 dicembre sarebbe una grande illusione: una grande tragedia sarebbe trovarci poi la sera di Natale, trovarci il 26, il 27… Ah, è passato Natale! Quello è il Natale liturgico, è la celebrazione liturgica del Natale, ma il Natale del Signore è una realtà molto più ampia e in continua espansione, in continua estensione, in un abbraccio sempre più stretto dopo duemila anni. E questo Natale non è quello dell’anno scorso, di dieci anni fa, di vent’anni fa, di quando eri bambino: ha una potenza ulteriore che è data dal tempo, per cui si va innervando, benché a noi sembra che si stia perdendo il Natale, come percezione, invece ciò che è nell’ordine della grazia è per sempre, non può essere per un momento, per un giorno, per una stagione, per una serata. Questo è l’augurio che sento di farvi: che questo “amen” di Dio alla terra, detto in Gesù di Nazareth, pronunziato nella Sua nascita ma anche nella Sua morte e risurrezione, pervada la vostra vita, qualsiasi sia la vostra condizione. Noi, d’accordo con Angela, abbiamo pensato questa serata per Elisabetta, nata non il giorno della sua nascita, ma proprio in questi giorni, drammatici per certi aspetti, delle festività natalizie di qualche anno fa. Dedicare ad Elisabetta questo concerto significa che la perennità del Natale non solo travalica gli spazi, ma travalica anche i tempi, ieri e anche oggi… ed è già domani. Quello che diciamo adesso varrà anche tra mille anni, anche tra cinquemila anni, anche quando di noi non ci dovesse essere più niente (mi riferisco al nostro corpo, beninteso!): siamo portatori di un messaggio potentissimo.

Io spero che questa potenza, non solo nella voce di Marianna, voi questa sera la portiate a casa, vi riscaldi, a dire: magari può andare anche male il pranzo di Natale, il cenone – cose importanti a cui bisogna dare il giusto peso – però il Natale rimane, Gesù rimane, Gesù ti vuole bene, Gesù è perdono, anche adesso o nel momento della tua morte o quando sbagli. È Lui, c’è sempre e, quindi, questa perennità del Natale – è Natale anche la Pasqua, è Gesù che viene per salvarci, Gesù che si incarna perché l’uomo divenga Dio – è una dimensione più concreta di ogni fattualità, di ogni concretezza!

E allora buon Natale! Ascoltiamo Notte d’amor di Don Angelo, scritto, credo, per la voce di Marianna. Gli autori, anche quelli di oggi, scrivono le cose per una voce. Dio ha scritto il Creato per Gesù, questa partitura della Creazione è stata fatta per Lui, per questo in ogni molecola, in ogni cellula, in ogni attimo c’è Lui, state tranquilli… Gli angeli che hanno bisbigliato questa sera ti dicono: Non ti preoccupare! Gesù non se ne va, anche se tu Lo cacci via. Lui rimane. Lui è l’Amore per sempre.

 

Notte d’amor (A. Castellano)

 

Grazie! Grazie ai nostri artisti, grazie a voi che avete reso possibile questa notte d’amore. Ci siamo riscaldati alla luce della Parola, sia pure “stemperata” e “spalmata” attraverso le note, sugli spartiti, sul pentagramma, sulle nostre vite.

Buon Natale per sempre! State tranquilli, qualunque cosa ci attenda.

Uscendo, vi sarà consegnato un angelo (sempre per essere in tema col brusio degli angeli).

 

***

Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

Annunci