Restare nel tempo del fidanzamento

fidanzamento

Riardo, 5 febbraio 2017

Celebrazione Eucaristica presieduta da S. E. Mons. Arturo Aiello

per l’inizio del Ministero Pastorale di Don Alfonso De Cristofaro a Riardo

 

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Saluto iniziale

 

Fratelli e sorelle,

nella vita di una comunità parrocchiale ci sono giorni speciali oltre il calendario liturgico, che torna ogni anno e intorno a cui gira la nostra vita: sono giorni particolari dove poniamo un punto, apriamo una porta, dove inizia una storia, una storia che continua, ma che ha le sue tappe … È come se questa sera la Parrocchia di Riardo iniziasse una nuova tappa del suo cammino di comunità credente, con l’inizio del Ministero di Don Alfonso come parroco.

I parroci rappresentano Gesù Pastore che si prende cura di noi. Tante responsabilità – speriamo anche tante consolazioni – accompagneranno il cammino di Don Alfonso con voi per questo tratto di strada che facciamo insieme.

Abbiamo cantato “Pellegrino per amore”. Ogni credente è tale, ogni comunità è pellegrinante, anche il parroco è un pellegrino che si pone in cammino con noi, pellegrino d’amore, sacramento dell’amore di Gesù Pastore.

Iniziamo questa celebrazione chiedendo perdono dei nostri peccati, delle nostre ribellioni, delle volte in cui abbiamo voluto fare da soli, senza la comunità, senza rapportarci agli altri, senza vivere la coralità della fede.

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Omelia

 

Oggi Gesù ci dice che cos’è la Chiesa e che cosa dobbiamo fare come singoli credenti nelle due immagini della luce e del sale, in una maniera molto sintetica ed efficace. La Chiesa non si occupa di organizzazioni, primariamente neppure di organizzazioni caritative, non dà consigli ai politici, non incide (almeno non direttamente) sulle politiche degli stati, ma si pone con forza e, al tempo stesso con umiltà, nella storia del mondo, portando l’immagine di Gesù Cristo Crocifisso, come ci ha ricordato Paolo nella seconda Lettura, per illuminare il mondo, e come sale per dare sapore al mondo.

La luce non si vede, ma la luce fa vedere. La luce si posa sulle cose ed evidenzia i colori, le forme. Senza luce, in questo momento, se ci fosse un black-out, cadremmo tutti nel buio, non riusciremmo più a distinguere nulla. La luce c’è ma non si vede, la luce fa vedere, la luce non è presuntuosa, è umile, si appoggia sulle cose dando loro possibilità di affacciarsi ed essere viste. È così anche il sale: una piccolissima parte nell’economia degli ingredienti di una pietanza, di una ricetta. Il rapporto tra il sale e le altre componenti è sempre infimo, eppure dal sale dipende il sapore di ciascun cibo, è il sale che insaporisce benché salato, e in forte dose rende tutto amaro.

Gesù ci dice questo della Chiesa, e ci chiede: tu sei luce nella tua casa, nella tua famiglia, nel luogo dove dimori, dove lavori, dove trascorri il tuo tempo? Sono luce i giovani nelle università, nelle scuole, nelle palestre, nei luoghi dello svago? Sono sale le famiglie, le coppie?

È come se fossimo chiamati a fare un esame di coscienza: noi preti, il nostro presbiterio è luce che illumina questo territorio ancora nella notte? È sale che dà sapore alle esperienze più importanti dell’uomo? Penso alla dimensione affettiva e a quella del lavoro (quando c’è, starete pensando). Siamo noi con la nostra predicazione a dare sapore a ciò che non viviamo, perché il sale non si camuffa con gli elementi di una ricetta, resta se stesso, eppure dà sapore.

Penso alla nostra vita di preti, e dunque alla tua, Alfonso, a contatto con tante esperienze umane, belle e dolorose, nel tentativo di insaporirle, nel tentativo di dare loro una direzione. I giovani chiedono questo: non cosa fare, come farlo, chiedono un senso, chiedono una direzione, chiedono che quello che accade possa avere un significato per loro, per il mondo e per ciò che avverrà dopo di noi. A questo siamo chiamati, questo la Chiesa deve fare, questo deve compiere la parrocchia di Riardo che, come dicevo all’inizio della celebrazione, vive un momento forte di aggregazione e di rilancio della sua fede.

A te, Don Alfonso, è affidata questa comunità. E a voi, comunità di Riardo, il Vescovo affida Don Alfonso.

Non è un rapporto a senso unico, quello del parroco, nella dimensione del dare, ma un parroco riceve anche dei “feedback”, a volte degli spunti di fede dalle persone che incontra. Noi evangelizziamo, ma siamo anche evangelizzati.

Le parrocchie sono nate (forse qualcuno di voi può ignorarlo) nel momento in cui la relazione diretta tra il Vescovo e i fedeli si faceva difficile, perché aumentava il numero dei credenti, perché la comunità diocesana, che celebrava sulle prime una sola Eucaristia con tutto il presbiterio, andava abitando luoghi lontani dal centro. È nata così la parrocchia, sono nate così le parrocchie. Questa precisazione storica ci dà anche il senso di una comunità parrocchiale: se è nata nel momento in cui lo sguardo del Vescovo poteva non raggiungere tutti, allora la comunità parrocchiale è il luogo dove lo sguardo del parroco, sacramento di quello del Vescovo, a sua volta sacramento di quello di Gesù Pastore, raggiunge i singoli, raggiunge i bambini, raggiunge gli adolescenti, raggiunge i giovani, raggiunge gli adulti, gli anziani, raggiunge le persone nelle varie situazioni della vita.

Non c’è un momento di vita dove il parroco possa dire: questa cosa non mi interessa, non c’entro. Don Alfonso, tutto quello che riguarderà la vita di questa comunità e dei singoli, sarà tua premura, i dolori di questa comunità diventeranno i tuoi, e anche (speriamo che ce ne siano) i sogni di questa comunità saranno i tuoi! Tutto quello che riguarda la vita interessa la fede e dunque passa attraverso questo sguardo, che è uno sguardo paterno, quello del parroco, uno sguardo di preghiera, uno sguardo di custodia, di incoraggiamento.

I seminaristi mi prendono in giro perché, da che mondo è mondo, da che Chiesa è Chiesa, i seminaristi fanno l’imitazione del Vescovo, soprattutto con la parola che ripeto più spesso: “coraggio”. Alfonso, ai singoli, alle coppie, alle famiglie, ai gruppi, alle persone disorientate (oggi ce ne sono tante) devi dire: coraggio.

Con quali sentimenti tu debba intraprendere questo cammino te lo ha detto chiaramente San Paolo nella seconda Lettura: “Quando venni in mezzo a voi, venni pieno di timore e di trepidazione”. È la trepidazione dell’amante, che non sa come toccare la sua sposa, la sua donna, è la trepidazione umile di chi ama e che ha timore di sbagliare.

Il parroco non è un vincente, non è un tuttologo, non è uno che sa tutto: è uno che viene umilmente, viene con trepidazione. Batte forte il cuore di Don Alfonso in questo momento di inizio del suo ministero. Speriamo che batta forte sempre, in ogni situazione, ogni giorno, anche nei tanti giorni senza nome che affollano la storia di una parrocchia, giorni che ci sembrano da buttare e invece sono visitati dalla grazia. Alfonso, Paolo dice ancora: “non ho voluto sapere in mezzo a voi altro che Gesù Cristo e questi crocifisso”, per dire che tutte le teorie, che tutte (chiedo scusa ai teologi presenti) le teologie possono essere fumo quando si perde di vista l’essenziale, il cuore dell’annuncio cristiano: Gesù Cristo e questi crocifisso. Eppure Paolo aveva i titoli, aveva la cultura, aveva la conoscenza per far valere altre autorevolezze rispetto alla comunità di Corinto, e invece dice: no, mi sono presentato a voi nudo, mi sono presentato a voi povero, trepidante, con l’unica cosa che desidero che voi sappiate! Gesù Cristo crocifisso è il messaggio che tu non sei solo, non sei abbandonato. Dio, in Gesù, ti ha amato e ti ha salvato.

Ho voluto che questa celebrazione di inizio del Ministero come parroco fosse preceduta da un tempo di “fidanzamento”. È da un po’ di mesi che Don Alfonso è con voi, perché vi conosceste, perché bisogna anche guardarsi, e – come insegna la volpe nel Piccolo Principe – bisogna cominciare a guardarsi da lontano, poi fare un passo, poi un altro, senza toccarsi da subito (questo i giovani fanno tanta difficoltà a capirlo).

Vorrei, Don Alfonso, che tu restassi nell’atteggiamento da fidanzato, cioè da chi si prepara a diventare prete, si prepara a diventare parroco di Riardo, si prepara a guardare l’immagine della Madonna della Stella, si prepara a ricevere l’eredità di questa comunità, adesso certamente dalle mani del Vescovo, ma vorrei che sentissi che avviene dalle mani di Don Tito, presente questa sera qui con noi nella comunione dei Santi, che con voi ha vissuto tanti anni, ha spalmato i suoi giorni sulle vostre storie, fino all’ultimo respiro. L’asma di Don Tito veniva dai vostri cuori asmatici, perché un prete s’ammala delle malattie della sua comunità, e dunque Don Alfonso tu entri in questa storia, a volte lo dimentichiamo, a volte i vescovi che entrano in una diocesi, i parroci che subentrano ad altri, hanno la presunzione (è sempre un gravissimo errore) di pensare d’essere i salvatori. Invece ci inseriamo in una storia. Questo è anche bello, perché chi libera da errori … C’è una storia, ci sono delle dinamiche, e quindi ricevi questa sera dalle mani di Don Tito questa comunità. Egli l’ha servita, l’ha amata, ha sofferto, ha pianto, e così dovrai fare anche tu, sentendoti sempre un po’ fidanzato. Lo sapete bene voi che siete sposati: all’atto in cui avete smesso d’essere fidanzati, il Matrimonio ha cominciato ad andare in crisi. Se uno si pone sempre in questa dimensione si conserva l’amore, perché si conserva il mistero dell’altro, la voglia di scoprire l’altro, la voglia di servirlo anche in aspetti che non riusciamo ancora a capire e che capiremo col tempo, è uno scrigno socchiuso l’amore.

Ed è uno scrigno socchiuso, Don Alfonso, questa comunità per te. Vorrei che questo pensiero ce l’avessero anche gli altri sacerdoti che sono qui nonostante le fatiche domenicali, e che ringraziamo; magari sono parroci anche da anni, e vivono forse una stanchezza rispetto alle loro comunità, come un uomo nei confronti della sua donna. Se rimane socchiuso questo scrigno, uno ancora immagina: chissà quali pietre preziose vi sono contenute, ho ancora tempo, ho ancora possibilità di scoprire qualcosa di mia moglie, qualcosa della mia parrocchia!

Don Alfonso, su questo territorio, tra queste strade e in queste case, su questo altare e nelle relazioni, negli sguardi, anche nei dolori, si intesse da questo momento la tua vita di presbitero con questa comunità. La grazia che riceviamo il giorno dell’Ordinazione è piena ma è senza volto; all’atto in cui riceviamo una missio, cioè il Vescovo ci affida una porzione di Chiesa, in quel momento la grazia prende forma, prende il volto, prende il respiro, prende l’odore, prende il sapore delle persone, delle strade, delle case, delle piazze, della storia di quella porzione di Chiesa cui si è mandati.

Per la prima volta, nella tua vita da presbitero, ti viene affidata una comunità intera come primo responsabile. Senti la fiducia del tuo Vescovo, senti che da solo non ce la puoi fare, senti che hai bisogno dei tuoi confratelli dai quali andare a consigliarti, senti che la dolcezza ottiene più di un barile d’aceto, come dicevano gli antichi: una goccia di miele prende più mosche di un barile d’aceto. Senti che l’intercessione di Don Tito e il suo sguardo devono accompagnarti. Senti che lo sguardo dolcissimo della Madonna della Stella deve essere il tuo porto sicuro. E, nel Suo sguardo, ritroverai anche lo sguardo benedicente della tua mamma.

 

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Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

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