Viaggi sempre da ricominciare

Pietravairano, 28 aprile 2017

Intervento di S. E. Mons. Arturo Aiello

“Pietravairano legge”

Alleanza e Fede: la vocazione di Abramo

 

 

Pensavo anche io a come collegare questi interventi e, forse, il filo rosso che andiamo scoprendo è il tema del viaggio: è il viaggio di un artista per chiese, il viaggio della sua vita, il viaggio dal maestro alla sua identità; il viaggio – abbiamo ascoltato appena qualche istante fa – nella parabola lucana da Gerusalemme a Gerico, il viaggio del seminatore. A me è stato assegnato Abramo. Mi interessa semplicemente che abbiate chiaro che il punto di non ritorno, ovviamente dopo Gesù, anche se questo avviene prima, è il capitolo 12 del Libro di Genesi, dove si dice: Il Signore disse ad Abramo: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso una casa che io ti indicherò».

In questi dieci minuti, vorrei cercare di comunicarvi l’ordito che è dietro questi 11 capitoli che precedono questo momento solo a prepararlo. Noi erroneamente pensiamo che il Libro di Genesi sia il libro dove si parla della creazione: la creazione non è un interrogativo che attira l’attenzione dell’ebreo orante. I racconti della creazione sono in vista di un racconto della caduta e poi di una caduta sempre più larga e sempre più drammatica. Noi assistiamo dal capitolo 3 al capitolo 11 ad una tragedia che precipita in una maniera sempre più rovinosa. Allora, c’è una regia in questo testo – noi non siamo abituati a leggere anche oltre le righe – c’è una regia che è finalizzata ad un pericolo, e il pericolo è (ancora oggi noi lo avvertiamo) che Dio possa stancarsi. Il professore ha appena citato il brano di Isaia: Può una donna dimenticarsi del suo bambino? I capitoli 1-11 sono un racconto dei modi e dei motivi con cui l’uomo cerca di stancare Dio, al punto che Mastro Geppetto – scusate il riferimento di tutt’altra caratura – può, a un certo punto, per le vicissitudini di Pinocchio, pentirsi di aver tirato fuori da un tronco di ciliegio un burattino. Può Dio stancarsi di noi? Noi facciamo di tutto perché questo avvenga e, quindi, già il professore ha citato Caino e Abele e prima il peccato dei progenitori, e poi il peccato degli angeli, e poi le città peccatrici, e il Grande Diluvio e… poi Dio si pentì di aver creato l’uomo. In questo punto, quando tutto sembra ormai destinato a perire, al capitolo 12 versetto 1 – è il testo che vi ho letto – Dio disse ad Abramo: «Vattene».

Abramo chi era? Un emerito sconosciuto, poi sarà il padre della fede ebraica, il padre della fede cristiana e ci sono anche dei riferimenti, in qualche maniera, per una fratellanza musulmana, ma quest’uomo era uno sconosciuto, non solo alla storia sacra, ma uno sconosciuto rispetto alla credenza. È come se Dio, a un certo punto, si fosse rivolto a un ateo affidandogli una missione. La missione è di restaurare ciò che sembra andare a rotoli, cioè l’intera creazione, in un percorso che, ovviamente, Abramo non conosce e che durerà dei secoli e che arriverà a un punto che per noi è un punto d’oro, è il vero punto di non ritorno, che si chiama Gesù di Nazareth. Faccio sempre questo esempio molto semplice per far capire che succede a questo punto: perché Dio sceglie una persona?, che poi sarà dire: perché Dio sceglie un popolo? A volte ve lo siete chiesti: ma questo popolo, che è il popolo eletto, che è il popolo prediletto, ancora oggi, ancora oggi, che merito aveva e perché Dio sceglie questo popolo e non un altro popolo? Non era un popolo particolarmente potente rispetto alle potenze che si contrastavano a quel tempo, ma Dio sceglie Abramo, sceglie un popolo a beneficio di tutti. L’esempio è questo. Noi siamo qui in 30 persone, noi tre abbiamo cercato di dire delle cose, ma poi alla fine lui ci convoca e ci dice: “Non siete riusciti! Nessuno ha capito nulla!”. Allora, ci sono due possibilità: o ci suicidiamo, cambiamo mestiere o facciamo un altro percorso, cambiamo modalità. Qual è la modalità che un insegnante, un qualsiasi insegnante – alcuni di voi lo sono – trova all’atto in cui fallisce con una scolaresca? Si fa amico un alunno, magari il più scapestrato, e cerca di raggiungere la scolaresca attraverso un’alleanza, attraverso una mediazione, attraverso il più discolo ma riconosciuto come il capoclan della classe, conquistato il quale il maestro insegnante o docente, Vescovo, professore, riuscirà a raggiungere tutti gli altri. Quindi, è come se a questo punto, cioè alla fine del capitolo 11, si chiudesse la storia universale e cominciasse una storia particolare, che sembra essere un privilegio, e in parte lo è, ma Dio guarda dove andrà a finire, a maturare questo progetto, quale ne sarà l’estuario. E quale ne sarà l’estuario? L’estuario si chiama Pentecoste.

Poco prima del capitolo 12, gli uomini hanno tentato l’ascesa al Cielo con una torre e Dio scende a confondere le lingue. Questa confusione, che sembra un castigo, è in realtà un modo per silenziare il chiasso in vista di un momento, dopo secoli, in cui quelli presenti a Gerusalemme, il giorno di Pentecoste, ascoltano i discepoli parlare nella loro lingua nativa. Siamo Parti, Medi, Elamiti e abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, stranieri di Roma, Ebrei e proseliti, Cretesi e Arabi e li sentiamo proclamare nella nostra lingua nativa le grandi opere del Signore. Allora, il capitolo 12 è un punto importantissimo: è la vera sorgente della storia di Israele e, dunque, di Gesù e, dunque, della Chiesa, perché in Abramo, che parte e va via e comincia un viaggio, sono benedette tutte le genti. Che coscienza aveva Abramo? Non lo sappiamo. Una cosa è certa: si lascia partorire, perché partorire è partire, perché questo è un parto (non è un caso che il verbo è “vattene”). Tutta la poesia della nascita di un bambino (qui ci sono anche dei bambini che ci hanno sopportato pazientemente e che meriterebbero un premio) tutta la poesia poi si sgretola davanti al fatto che un parto è uno sfratto coatto: noi siamo stati sfrattati dal grembo di nostra madre e siamo stati lanciati in un viaggio che non volevamo compiere e che poi è risultato meraviglioso. La natura ha spinto – “Spinga!”, dice la levatrice – ci ha spinti nella vita che è un viaggio, nella vita di fede che è un viaggio, nella vita di Gesù che è un viaggio verso Gerusalemme, come ha detto il professore giustamente nei 10 capitoli del Vangelo di luca, nel viaggio che noi stiamo compiendo.

Allora se abbiamo il coraggio di continuare a camminare anche al buio, anche quando fa sera, anche quando tutto ci sembra assurdo, anche quando tutto ci sembra crollare nella famiglia, nella società, noi giungeremo a Gerusalemme, come si diceva poc’anzi, noi saremo portati alla piena maturazione di noi stessi. Il peccato è fermarsi, o come dicono gli psicologi, retrocedere, avere delle regressioni: quando il bambino alla nascita del fratellino, già un po’ grandicello e quindi autonomo – scusate il riferimento molto concreto – torna a fare la pipì a letto, ecco, questo è uno stato regressivo e cioè per attirare l’attenzione, per esprimere un disagio – “Chi è questo che è venuto a togliermi lo scettro, la corona, il trono?!” – regredisce in uno stadio precedente. Il peccato è una regressione, invece la maturazione, la maturità è un cammino continuo. Guai a quelli che si fermano, guai a quelli che si lasciano prendere dalla paura del nuovo. Abramo, 75 anni, eh? Non era un adolescente! A 75 anni parte per un luogo che non sa.

11 anni fa il vostro Vescovo è stato buttato fuori dalla sua parrocchia per diventare il vostro Vescovo e ha sofferto, come accade in ogni parto. Forse – dico “forse” perché sarebbe presuntuoso non mettere questa incertezza – forse quella sofferenza ha prodotto qualcosa.

Ogni giorno noi siamo chiamati a rimetterci in viaggio, ogni giorno siamo chiamati a uscire dalla casa di nostro padre: anche sposarsi è questo, lasciare il ceppo della propria famiglia per una vita nuova, piena di incognite, non comoda. Ogni giorno, anche nella morte, che è l’estremo viaggio, noi siamo chiamati a uscire, per cui la chiamata di Abramo diventa un paradigma, non solo di fede ma anche di vita.

Auguri per le vostre stanchezze e per i vostri viaggi sempre da ricominciare. Buon viaggio!

 

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Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

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