L’arte di addomesticarsi

Teano, 12 maggio 2017

Preghiera-Giovani guidata da S. E. Mons. Arturo Aiello

 

“L’arte di addomesticarsi”

 

Chiesa Cattedrale

 

***

Canto: Come Tu mi vuoi

 

Se il professore ha preparato una lezione su Leopardi ed entra in classe – piccola nota scolastica o didattica – e si accorge che è successo qualcosa tra gli alunni (c’è una ragazza in lacrime, c’è la primavera che è esplosa… Primavera è nell’aria e per li campi esulta) cosa deve fare? Deve spiegare Leopardi o è il caso che approfitti di quello che è accaduto per cambiare l’argomento della lezione? Ogni insegnante lo sa e spero che nessun insegnante presente dica: “No! Bisogna fare Leopardi perché così dice il programma ministeriale!”.

Chiedo scusa pubblicamente a Don Fabrizio e all’equipe, perché questo incontro, questa sera, doveva avere un’altra tonalità, perché è stato preparato da due incontri in due parrocchie, e doveva essere il clou di un cammino – e lo è ugualmente, forse in una maniera più graffiante e più vera – ma è esplosa la primavera, c’è la ragazza che piange, due fazioni si scontrano all’interno della classe e l’insegnante non può far finta di nulla, come i preti che predicano e, magari, esplode una bomba ma continuano a predicare, come se nulla fosse, magari a occhi chiusi; quello che succede durante una predica, il suono di una campana, una rondine che è entrata in chiesa, una signora che è svenuta, non può essere oscurato – “Ma io sto facendo la predica! Non mi posso distrarre!” – e, quindi, in qualche maniera, la Preghiera di stasera prende una svolta, prende una scivolata. Non può che essere così e d’altra parte è facile cantare “Come Tu mi vuoi io sarò, dove Tu mi vuoi io andrò”, ma quando succede non è mica facile. Allora lo ripetiamo, perché altro è cantarlo, altro è farlo.
Rit. Come Tu mi vuoi

 

E come ci vuoi Signore? E dove ci vuoi? E dove dobbiamo andare? E cosa dobbiamo fare? E chi siamo? E cosa ci aspetta? E il Tuo amore ci toglie la paura? Ce la sostiene? Ce la imbriglia? La risolve? Ecco, siamo qui un po’ trepidanti, ma decisi a celebrare questo momento, perché Tu stesso, come tra poco ascolteremo nel Vangelo, hai sperimentato la tristezza di un tramonto, quello che entrava dalle porte e dalle finestre del Cenacolo, ed era l’ultima Tua sera. Tu hai parlato ai Tuoi accorato e, dunque, sai cosa significhi dire addio, cosa significhi salutare, cosa significhi chiudere una sera come chiudere un ombrello – cantava Baglioni quando io ero giovane prete – e allora aiutaci, questa sera, con la Tua Parola. Stando insieme per celebrare questo addio, aiutaci a capire che la vita è anche questo, che forse l’amore è questo, ma diccelo con le Tue parole.

 

Tu sei Dio, e vivi e regni con Dio Padre, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

 

Dal Vangelo di Giovanni

Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.
Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate. Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il principe del mondo; contro di me non può nulla, ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così io agisco. Alzatevi, andiamo via di qui».

 

***

 

Questa è la conclusione di un grande discorso che Gesù ha fatto nel Cenacolo, in coda all’Ultima Cena, ai suoi discepoli. Si chiama, nel Vangelo di Giovanni – i nostri seminaristi che hanno fatto l’esame dovrebbero saperlo – il “Libro degli addii”, perché più volte Gesù cerca di rincuorare questi Dodici che, non lo sanno, vanno incontro a un momento di disorientamento – Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore – e, quindi, cerca di tenerli insieme con un ritornello che più volte Gesù usa ed è: Rimanete nel mio amore, cioè non vi allontanate, stiamo gli uni legati agli altri. È bella anche questa chiusa: Alzatevi, andiamo via di qui. È finito il tempo dell’Ultima Cena: adesso, Gesù con i discepoli scende, attraversa il Cedron e sale nel giardino del Getsemani.

Ho voluto proporvi questo brano, perché ci troviamo in una situazione analoga: Gesù è Gesù, il vostro Vescovo è l’ultima ruota del carro, però è bello che il Vangelo, oltre a dirci cose alte, ci trasmetta anche dei sentimenti, cioè ci faccia capire il cuore di Gesù. Il cuore di Gesù era contento quella sera? No, non era contento. Si evince, emerge chiaramente da tanti aspetti, da tante parole. Tra l’altro, nel Vangelo di Domenica prossima, sperando che voi a Messa ci andiate, Gesù dice: Io vado a prepararvi un posto – ma voi siete turbati – Non sia turbato il vostro cuore.

Nel Vangelo che abbiamo ascoltato, tratto dallo stesso “Libro degli addii”, Gesù dice: Verrà il Paràclito, lo Spirito Santo… E vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà quello che vi ho detto.

Noi sentiamo certe parole, in certi momenti della vita, e ci sembra – ed è il dramma di tutti gli educatori, di tutti i genitori e insegnanti – che quelle parole ci siano scorse addosso, inutilmente. Però, viene un giorno, viene un momento, viene un motivo, viene un canto nella notte, dice il salmista, viene una congiunzione astrale, magari dopo 10 anni, dopo 20’anni, dopo 30’anni e quella parola detta da mia madre, quella parola detta dal mio parroco, adesso defunto, quella parola detta dal Vescovo, mi si apre come un fuoco d’artificio nella notte a illuminare una situazione che io non riuscivo a capire e che, invece, l’insorgere di questa parola mi dona: una comprensione istantanea che è legata al ricordo.

Noi siamo spugne più di quanto voi non immaginiate, più di quanto non abbiamo percezione; assorbiamo tante cose e qui – ma apro e chiudo parentesi subito – il pericolo di assorbire cose negative da parte vostra, soprattutto i giovani: stare a visitare certi siti – “Magari sto qui a perdere un po’ di tempo…” – ti fa ingoiare una serie di veleni che prima o poi ti faranno male. Siamo delle spugne, prendiamo dagli ambienti, prendiamo dagli sguardi, prendiamo dalle parole, prendiamo dai libri, prendiamo dai film, prendiamo da quello che ci esplode davanti. E noi, questa sera, dobbiamo approfittare di questo momento – è l’ultima Preghiera-Giovani, anche se ci sarà la Veglia di Pentecoste, come trovate nei prossimi appuntamenti – per dirci qualcosa, per celebrare – l’ho fatto già sabato, in una maniera un po’ più solenne, ma anche forse più dura; con voi utilizzerò toni più dolci, perché i piccoli bisogna cullarli, non bisogna strattonarli – il tentativo è di celebrare una partenza, perché, ricordate, che le cose che non si celebrano ci fanno male. Anche una morte bisogna celebrarla, anche la morte del nonno, la morte del genitore; se tu non la celebri – gli psicologi dicono “l’elaborazione del lutto”, che null’altro è che la celebrazione di quello che è successo, cioè me lo dico, piango, mi dispero, scrivo, chiedo aiuto, mi do del tempo per stare in quella situazione – le cose non celebrate diventano un cancro, diventano veleno dentro di noi; anche una delusione, anche “mi ha lasciato il ragazzo”, un fallimento… Non si celebrano solo le cose belle, ricordatelo! Noi uniamo il verbo celebrare, purtroppo, solo alle cose belle: si celebra un compleanno… No! Bisogna celebrare tutto, perché quello che non si celebra ci uccide. Quello che si celebra, in qualche maniera, è come se noi lo ponessimo in un contesto, come se lo ponessimo dentro un rito.

Stasera, noi siamo qui per un rito che i giovani fanno fatica, i ragazzi fanno fatica a vivere e che si chiama il rito del saluto, il rito dell’addio, il rito di una partenza. Siamo qui per questo e, allora, ci fermiamo un attimo e ciascuno di noi dica a se stesso: questa cosa la voglio vivere, la voglio vivere fino in fondo; se c’è da piangere, piango; se c’è da disperare, mi dispero, però non voglio che questa cosa mi faccia male. La celebrazione permette di fare un salto, permette ad alcuni di voi, spero a tutti, stasera, di fare un salto avanti nella maturità, nella percezione della vita, perché siamo qui per imparare come si vive ed è impossibile imparare a vivere se uno non impara a morire.

Allora, guardo in silenzio le parole di Gesù e mi metto nei suoi sentimenti. Lascia dei doni, ha lasciato già l’Eucaristia – loro non lo sanno, lo scopriranno dopo – ha lasciato il suo corpo, il suo sangue, ha lasciato i miracoli, ha lasciato tutto quello che dall’inizio ha detto loro, fin da quando li ha presi piccoli sulle rive del lago, mentre erano pescatori. Adesso dice: Non sia turbato il vostro cuore, e non abbia timore. Vado e tornerò. E tutti quelli che vanno tornano. Ma quelli che non vanno non tornano mai.

***

Troviamo un sottofondo dolcissimo per ascoltare la cosa più bella che in tutta la letteratura sia mai stata scritta sull’amore. È un testo che molti di voi conoscono e che, anche a leggerlo mille volte, ci sorprende. È nella fiaba, nel trattato sulla vita, nell’enciclopedia dei sentimenti – adesso butto un parolone – nella Weltanschauung di un sapiente: cos’è volersi bene e come si fa? Più che in un testo di educazione sessuale, più che in qualsiasi altro testo o film, ascoltiamo quello che ha scritto Antoine de Saint-Exupéry nel Piccolo Principe.

 

***

 

La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe:

«Per favore… addomesticami», disse.

«Volentieri», rispose il piccolo principe, «ma non ho molto tempo, però. Ho da scoprire degli amici, e da conoscere molte cose».

«Non si conoscono che le cose che si addomesticano», disse la volpe. «Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico, addomesticami!».

«Che bisogna fare?», domandò il piccolo principe.

«Bisogna essere molto pazienti», rispose la volpe. «In principio tu ti siederai un po’ lontano da me, così, nell’erba. Io ti guarderò con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ più vicino…».

Il piccolo principe ritornò l’indomani.

«Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora», disse la volpe. «Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò a essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e a inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore… Ci vogliono i riti».

«Che cos’è un rito?», disse il piccolo principe.

«Anche questa è una cosa da tempo dimenticata», disse la volpe. «È quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un’ora dalle altre ore. C’è un rito, per esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedì ballano con le ragazze del villaggio. Allora il giovedì è un giorno meraviglioso! Io mi spingo sino alla vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi, i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza».

Così il piccolo principe addomesticò la volpe. E quando l’ora della partenza fu vicina: «Ah!», disse la volpe, «… piangerò».

«La colpa è tua», disse il piccolo principe, «io non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi…» .

«È vero», disse la volpe.

«Ma piangerai!», disse il piccolo principe.

«È certo», disse la volpe. «Ma allora che ci guadagni?».

«Ci guadagno», disse la volpe, «il colore del grano».

 

***

 

Per capire questo testo bisogna leggerlo cinquemila volte, perché dice che le cose non sono confezionate, non sono belle e fatte, come i vestiti prêt-à-porter, pronti da indossare, soprattutto i sentimenti, soprattutto l’amore. I sentimenti e l’amore assomigliano a quei vestiti di una volta per cui le donne andavano in un negozio, dove c’erano dei rotoli immensi, uno sull’altro, dove c’erano degli odori meravigliosi che, purtroppo, voi non conoscete più, e c’erano dei signori che salivano sulle scale e tiravano giù delle pezze (si chiamavano così) e mettevano, su un grande bancone, queste stoffe (forse l’avrete visto nei film) e le signore cominciavano a toccarle, e poi a vedere “questo è troppo scuro”, “qui ci vuole questo”, “è meglio gessato”, così e colà… Dopo un’ora, due ore, tre ore, mezza giornata, dove intanto il signore aveva tirato giù tutti i rotoli delle stoffe, finalmente, si trovava una stoffa che era adatta per il vestito. Ma non era pronto il vestito, bisognava andare dalla sarta. E poi dalla sarta: “Come lo vuoi questo vestito?”. E allora la sarta aveva delle riviste (non c’era internet), c’erano delle riviste illustrate con tante signore o signori, a seconda di chi aveva bisogno dell’abito: “Le piace questo con lo scollo?”, “Le piace questo col collo così alto?, con la pistagna?, con il risvolto?”… un’altra giornata.  Poi si prendevano le misure con molta cura e poi bisognava tagliare la stoffa, che era un rito. La mia mamma, nell’unica stanza che avevamo a disposizione, aveva il suo mega-diploma di taglio e cucito, che, allora, valeva come una Laurea in Ingegneria oggi. Ricordo questa cornice, questo quadro che la incoronava regina del taglio e del cucito. Bisogna tagliare ed era una cosa difficile: bisogna stare attenti, perché tagliare male significa andare a comprare di nuovo la stoffa; e poi bisognava imbastirla, si faceva la prima misura e poi la seconda e poi, quando tutto era a posto e c’era il gesso, con cui le sarte facevano dei segni, dei geroglifici che solo loro capivano, finalmente dopo tutta questa epopea, il vestito passava sotto la macchina da cucire; poi andava stirato, messo in bella mostra su un divano, e arrivava chi l’aveva commissionato… quanti mesi fa? Tre mesi fa e lo indossava.

Il Vescovo è sempre il cantore dei tempi andati, ma era per dirvi che tra il “mi faccio un vestito nuovo” e “indosso un vestito” c’erano cento riti da fare: non si andava in un mercato, in una boutique, alla Benetton e “prendo questo”.

Ci vogliono i riti, dice la volpe che diventa la maestra del Piccolo Principe nell’arte di amare.

Per favore, addomesticami. Questo è un termine importantissimo: attenti, non si addomesticano solo gli animali, si addomesticano anche gli uomini, perché gli altri uomini sono animali feroci. Lo diceva anche un autore latino, che forse alcuni di voi avranno studiato: Homo homini lupus, l’uomo è un lupo per l’altro uomo. Allora, perché un lupo divenga un amico, ci vuole San Francesco, ci vuole un’arte: bisogna guardarlo, accarezzarlo piano piano, bisogna accarezzarlo seguendo il senso del pelo (guai ad accarezzare un lupo in senso inverso, gli fate venire il nervoso).

“Volentieri”, disse il Piccolo Principe, “ma non ho molto tempo”.

Voi non avete molto tempo per stare con gli amici: potete mandare 5000 messaggi, sms, taggare le foto, non serve a niente… Ci vuole tempo!

Dice altrove questo testo: È il tempo che hai dedicato alla tua rosa che ha reso la tua rosa importante. Io ho dedicato a voi 11 anni e voi a me – questo discorso non vale solo per me, vale anche per voi, lo faccio per voi, più che per me; le cose da dire a me, me le dico da solo guardandomi allo specchio o al massimo nella preghiera – ci siamo dedicati del tempo; alcuni di voi avevano difficoltà a venire alla Preghiera – “Cose da preti!” – una di voi mi ha detto: “Prima che voi arrivaste, non conoscevo la Cattedrale di Teano!”. È stata la lettera più bella, in assoluto, che abbia ricevuto sulle mie piaghe di questi giorni.

Ci vuole tempo! Se non sai perdere tempo con le persone che ami, tu non le ami, e non le amerai, perché non riuscirai ad addomesticarle. Quanto tempo trascorrete con i vostri amici? “Non ho tempo!”. Già i bambini corrono dalla scuola-calcio a fare lezione di inglese come dei pacchi… Non hanno tempo! I genitori non hanno tempo per i figli, i figli per i genitori, i parroci per i fedeli, i fedeli per i parroci, e così noi ci sfioriamo senza neanche guardarci. Ci vuole tempo, non solo, ma dice la volpe: Non si conoscono che le cose che si addomesticano. Questo, Gabriel Marcel, un filosofo del Novecento, lo ha detto in un’altra maniera: Non si conosce che nell’amore. Non esiste la conoscenza intellettuale – spero di non scandalizzare gli illuministi presenti – non esiste la conoscenza intellettuale, non esiste neppure la conoscenza scientifica: esiste la conoscenza dell’amore, cioè io conosco solo ciò che amo e se un autore non riesci ad amarlo non lo conoscerai, tantomeno una persona. Addomesticare e amare sono la stessa cosa.

“Gli uomini non hanno più tempo per nulla”. “Cosa bisogna fare?”, domandò il Piccolo Principe. “Bisogna essere molto pazienti”. E a noi manca questa pazienza: ci vogliono i riti. E anche la nostra Preghiera, in questi 11 anni, è stata un rito che prima riguardava pochi, poi si è ampliata e stasera siamo al gran finale, al gran pienone, come succede sempre quando alla fine di una sinfonia entrano in coro tutti gli strumenti, i fiati, gli ottoni, gli archi, le percussioni… I riti! Ci vogliono i riti! È impossibile essere disordinati. Il rito richiede ordine, il rito chiede che guardiamo l’orologio per sapere se siamo in ritardo, il rito chiede che io spenga il telefonino, il rito chiede che, mentre l’altro mi guarda, io non dia lo sguardo al display per sapere se mi è arrivato un messaggio. Il rito ha le sue leggi e, in una maniera molto semplice ma anche profondissima, la volpe lo spiega così: Noi ci metteremo e ci guarderemo – come io e Rodolfo ci guardiamo, però ci guardiamo da lontano, e il Vescovo dice: “Come sarà Rodolfo?”. e Rodolfo dice: “Come sarà questo Vescovo Arturo di cui mi hanno parlato?” – e poi il giorno dopo faremo un passo avanti ma senza neanche ancora parlarci, perché le parole sono fonte di divisione, dice il testo.

Carissimi, se stasera capite – io ve l’ho detto tante volte in questi anni – che nell’amore bisogna andare adagio adagio, avete già fatto un passo avanti immenso, perché voi volete correre e nel correre vi fate male e saltate i riti e quando arrivate al clou non vi soddisfa, perché è mancato il canto di ingresso, è mancato l’atto penitenziale, è mancata l’orazione, è mancata la Prima Lettura, il salmo, la Seconda Lettura, il Vangelo… Ho fatto riferimento al rito dell’Eucaristia, ma è lo stesso nel rito dell’amore: bisogna andare adagio adagio. E così ci si addomestica, così il Piccolo Principe addomesticò la volpe. Noi ci siamo addomesticati e questa è una cosa bellissima, perché addomesticarsi significa che noi ci capiamo, che noi ci lanceremo dei messaggi anche da lontano senza parlare; addomesticarsi significa che l’altro mi entra dentro, mi entra dentro prima di entrarmi dentro (mi riferisco alla dinamica di coppia: certi ingressi sono falsi, sono partite false, perché l’altro mi deve entrare dentro nel cuore, prima). Questo è addomesticarsi. Così dice il testo: Il Piccolo Principe addomesticò la volpe e quando l’ora della partenza fu vicina – ecco, e siamo a noi, ma si può capire la partenza solo se ci si è addomesticati, solo se ci si è guardati, solo se piano piano ci si è avvicinati come a un mistero, perché l’altro è un mistero – e quando l’ora della partenza fu vicina: “Ah!”, disse la volpe “Piangerò!”. “La colpa è tua”, disse il Piccolo Principe “Io non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi”.

Uno comprende d’aver addomesticato un altro, una rosa, nel caso delle pagine precedenti di questa meravigliosa sinfonia sull’amore, sull’amicizia che è Il Piccolo Principe, all’atto in cui ci si lascia, perché se tu soffri, se io soffro, allora significa che ci vogliamo bene. Se tu soffri, se tu piangi, se io piango, significa che ci siamo addomesticati, significa che abbiamo realizzato questo ponte tra due solitudini. Espressione di Rilke, un grande poeta: L’amore consiste in due solitudini che si proteggono, si custodiscono e si salutano da lontano. A noi che vorremmo subito stringere…

“La colpa è tua”, disse il Piccolo Principe “Io non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi”. “È vero”, disse la volpe. “Ma piangerai”, disse il Piccolo Principe. “È certo”, disse la volpe. “Ma allora che ci guadagni?” – e questa espressione è di una profondità abissale, spero che la comprendano anche i più piccoli tra voi – “Ci guadagno”, disse “il colore del grano”. Perché la volpe da questa separazione, che è un momento difficile, e la vita è piena di questi momenti, dice che ci ha guadagnato il colore del grano? Perché, d’ora in poi, ogniqualvolta vedrà un campo di grano accarezzato dal vento, come un mare, penserà al Piccolo Principe che aveva i capelli biondi. Queste si chiamano concordanze, assonanze. Ci sono dei motivi che si legano a un momento e si crea un legame, un ipertesto, dicono gli insegnanti esperti di didattica, per cui c’è uno stimolo visivo e c’è uno stimolo uditivo (in questo caso c’è un sottofondo e c’è il messaggio del Vescovo, che vi invita a leggere Il Piccolo Principe per capire come bisogna vivere). Il colore del grano significa che il colore del grano, d’ora in poi, non è solo il colore del grano, ma è anche la capigliatura bionda di questo amico che ho addomesticato.

Io sono convinto – lo dicevo anche con un pizzico di violenza, ma amorosa, sabato scorso nell’annuncio ufficiale di questo trasferimento (non è una promozione, ma un trasferimento semplice) – e lo dicevo ai preti presenti e ad alcuni di voi, che non vi libererete facilmente di me, perché se ci si è addomesticati, l’amore è sempre per sempre, non è mai temporaneo. Per cui addomesticarsi è la cosa più fantastica di questo mondo, perché crea nuovi significati, crea nuovi ponti, un ponte di voce, un ponte di scintillii di pietre preziose, per esempio. “Il Vescovo metteva insieme le canzoni”… “Ma questa canzone l’ho sentita alla Preghiera-Giovani nell’annata 2007… annata 2010”… “Questa il Vescovo la mise alla vigilia della mia Ordinazione”… “Questa cosa l’ha commentata e l’ha collegata quando avevamo i palloncini colorati in quella meravigliosa sera di agosto”…

Questo è ciò che ci abbiamo guadagnato, cioè tanto: significa che nell’addio l’altro si allontana e allontanandosi mi dà la possibilità di essere me stesso con un plus di valore, con un plus di significato, con un plus di emozioni, che sono indelebili. Tra 50’anni, quando di me non ci sarà manco più la polvere, qualcuno di voi dirà: “Ma quella sera in cui il Vescovo ci ha fatto leggere Il Piccolo Principe, lui stava partendo… Ti ricordi il Vescovo Arturo?”. O qualcuno di voi racconterà ai propri figli quello che abbiamo sperimentato – dice un passo dell’Antico Testamento: Lo racconteremo ai nostri figli – e vi verrà in mente questa sera, questo momento, questa lezione, questo fatto, che anche un dolore bisogna celebrarlo e bisogna piangerlo, altrimenti ci torce lo stomaco, ci aggroviglia l’intestino, fa impazzire qualche cellula e, di qui a qualche mese, scoprirò di avere un cancro se io non ho celebrato questo addio. Rileggetevi il brano e poi passiamo a un altro modulo.

 

***

Guardate un attimo l’immagine che è in copertina dove c’è un papà e un figlio, un maestro e un alunno, un maestro e un discepolo, Socrate e Platone, Gesù e Giovanni, il Vescovo e Gianpaolo (dico un nome a caso): stanno su un molo. Cosa sta insegnando questo papà, questo maestro, questo Vescovo, questo prete? A volare? Ad aprire le braccia per un esercizio ginnico? A questo bambino di 7 anni? Gli sta insegnando la grandezza del mare, l’infinito (Sempre caro mi fu quest’ermo colle… e il naufragar m’è dolce in questo mare). Lui ha i peli sulle braccia, il bambino ce li avrà in seguito, e forse si ricorderà di questo giorno in cui è stato con il papà al mare da solo (“Gli altri non sono venuti… Era tutto per me quel giorno”). Il papà gli ha insegnato che il mare è grande, che Dio è grande, che è grande il cuore. Questa relazione è importantissima: anche questo papà sta addomesticando il figlio e viceversa.

È insostenibile per l’anima il silenzio dell’amore. Trovate scritto molto grande questo verso di Anna Achmatova, che mi è stato consegnato stamattina appena, che è un’autrice, una poetessa russa, che ha subìto, sopportato tanti deserti, ha attraversato tante difficoltà. Noi possiamo sostenere tante cose, anche i campi di concentramento, ma il silenzio dell’amore, cioè l’assenza dell’amore, è insostenibile per l’anima.

Adesso ci viene incontro Baglioni con un testo che abbiamo già utilizzato una volta all’Ordinazione di uno dei 20, ma in questo momento io non saprei ricordare di chi, ma l’interessato potrebbe dircelo subito. È una canzone, un canto, per un compleanno, per una partenza, per un addio e contiene quella dose di nostalgia ma anche di positività, che io stasera avrei in mente, in cuore di trasmettervi. Già molti anni fa, quando pensavo: “Ma se un giorno dovessi andar via, come vorrei congedarmi?”, pensavo sempre a questa canzone che forse chi tra fra voi sia stato ad Avezzano, ma negli anni ruggenti, intendo nel 2007, 2008, avrà ascoltato anche in quel meraviglioso tempio di spazio e di tempo che si chiama Avezzano. Ascoltiamo.

 

Buona fortuna (Claudio Baglioni)

 

Per un piatto di allegria
per una nuova compagnia
buona fortuna
per un anno in più
per quello che vuoi tu
per le notti piene di idee
e di dolci malinconie
buona fortuna
che non basta mai
a te che te ne vai

buona fortuna
per un’altra età
per quello che sarà

buona fortuna
che non basta mai
a te che te ne vai

per un bacio dato via
per un amore chiuso per addio
buona fortuna
per quel po’ di me
che porterai con te
per le storie perse qua e là
per la vita che se ne va

buona fortuna
che non basta mai
a te che te ne vai
per te
per te che te ne vai…

 

Ovviamente, ho scelto una canzone per me che non rientra nei vostri gusti – ma mi perdonerete per stasera – Baglioni non è certamente il vostro cantautore più amato, ma quelli che hanno la mia età, un po’ sono cresciuti anche con lui. Cosa c’è di bello in questa canzone? Potrebbe essere utilizzata per il diciottesimo compleanno, per un compleanno qualsiasi, per uno che parte e va a fare l’Erasmus a Rotterdam, per due che si lasciano – bisogna celebrare anche la rottura di un’amicizia: “Pensavamo di sposarci, ma ci lasciamo”. Non bisogna lasciarsi graffiandosi, bisogna celebrare anche il momento in cui si rompe quella che ci sembrava essere la relazione che ci avrebbe portato al matrimonio e ad avere dei figli – per una morte. Quindi, adesso teniamo presente la nostra situazione, non la mia, perché qui non parto solo io, qui partiamo tutti, stasera, e non con la testa: “partiamo” nel senso che chi parte fisicamente sono io, ma c’è qualcosa che finisce e questa cosa voi ragazzi non volete capirla, perché pensate di essere eterni, di essere onnipotenti.

“Noi staremo sempre insieme”, “Sempre nel mio cuore”, come quei manifesti – veramente, non li pubblicate – che rendono, a volte, ridicola una morte: “Nonna, resterai sempre nei nostri cuori. I tuoi nipoti”.  È che noi non sappiamo morire e, allora la bellezza di questo testo è che c’è una strada (qui è detto “Buona fortuna”, voi scout direste: “Buona strada”). Buon cammino, buona vita, arrivederci, addio, grazie, scusa, sono le cose che ci si dice quando ci si saluta; grazie, scusa, forse non ti ho capito, non ci siam capiti; forse in quel momento non ho colto che avevi bisogno. Ha un respiro, questo canto, perché il cantante non si piange addosso alla Marco Masini – non so se lo conoscete: era sempre disperato, pareva sempre che gli era successa una tragedia. Non bisogna essere cristiani alla Marco Masini – ma invece qui c’è il senso… Sì, insomma, ci stiamo salutando, però, buona fortuna, auguri, buona strada. Tra l’altro, se ci siamo addomesticati, mi sta a cuore quello che ti succederà e, quindi, vorrei farti un dono, non materiale, dirti una parola, uno sguardo, darti un abbraccio, perché abbiamo costruito delle cose e adesso che ci salutiamo parti tu, partiamo anche noi e non perché veniamo con te, ma perché cominciamo un’altra storia, un’altra relazione, un’altra amicizia.

A te che te ne vai, per un bacio dato via, per un amore chiuso per addio, buona fortuna, per quel po’ di te che porterai con me, perché le storie di  quelli che si addomesticano sono così: io porterò molto di voi e voi di me. Pensavo a San Paride, ci ho pensato molto, e sabato mattina, prima di andare dalle Clarisse, sono passato per il Cappellone, perché sono sicuro che quel poco che ho fatto, tutte le statue che ho fatto scolpire, tutti i fumetti, la Vita a fumetti, San Paride by Night (ho cercato di fare tutte le invenzioni inutilmente, lo dico con molta semplicità)… Ovviamente, San Paride, ho detto, me lo porto, non la statua ma la persona mi accompagna: ci sono delle cose di questi anni che ci stanno dentro e, dunque, ci fanno appartenere anche da lontano.

Lì ci sta Andrea, un bambino che ha ricevuto dal Vescovo, addirittura, come regalo, una statua del presepe: Andrea se lo ricorderà sempre. Ad Andrea ho fatto accendere l’albero di Natale con il telecomando satellitare: te lo ricordi, Andrea? Magari tante cose che ho detto Andrea non se le ricorderà, perché è troppo piccolo, ha appena 8 anni forse, 7 anni, non ha fatto neppure la Prima Comunione, però che il Vescovo gli abbia fatto accendere con il telecomando satellitare l’albero di Natale, a Piazza Duomo, all’inizio delle Festività, quell’emozione se la porterà sempre.

Questo significa appartenenza. Quindi buona fortuna, che significa grazie, che significa ti accompagno, voi me, io voi, dev’essere abbondante, perché andiamo incontro a delle difficoltà. Voi resterete insieme e spero sempre più compatti; io vado da solo e giro le spalle, come ho fatto in una maniera – anche quello era un rito – sabato scorso, per dire io vado via e voi cantate Regina Coeli – mi riferisco alla celebrazione di sabato – ma ciascuno porta l’altro dentro di sé, perché finché l’altro rimane fuori, noi non ci siamo addomesticati, abbiamo perso tempo, ci siamo super gettonati, magari abbiamo fatto anche l’amore, ma non ci siamo toccati l’anima. Quando ci tocchiamo l’anima è sempre per sempre.

Adesso riascoltiamo “Buona fortuna”. Ho chiesto alla scuola di danza di Giuliana di farci una coreografia (anche qui l’invito è arrivato appena ieri sera). Hanno deciso di vestirsi di bianco come per una festa, come angeli.
Buona fortuna (Claudio Baglioni)

 

Grazie a Giuliana, perché avete visto anche tanta forza in questo messaggio della danza.

Adesso, facciamo un altro piccolo passo in questo ipertesto. Velocemente, riceverete un piccolo bicchiere dove sarà versata una goccia di vino dolce (volutamente è lo stesso vino che utilizziamo per la Messa). C’è una scena in “Uomini di Dio”, che è un film che avrete visto sui martiri trappisti, una scena da Ultima Cena prima che questi monaci siano catturati: il priore accende il registratore, c’è una scena, c’è una musica, e distribuiscono del vino – c’è il sapore dell’Eucaristia in quella scena – si guardano prima di bere, poi assaggiano pian piano; poi la notte dopo, arrivano i soldati e catturano i monaci che non torneranno più.

 

Vi racconto questo aneddoto della mia vita: tra tante mie difficoltà, un giorno misero i sigilli mentre costruivamo il Centro pastorale nella mia parrocchia. Era un lunedì e il lunedì sera si riunivano gli animatori, come ancora adesso. Scesi al Centro – ovviamente ero addoloratissimo – mi portai una bottiglia di un vino particolarmente pregiato e lo abbiamo aperto e condiviso nella preghiera, perché dovevamo celebrare quel fallimento. È il senso anche di quello che stiamo per fare.

 

Se riuscite a seguire, c’è un testo di un poeta persiano.

 

Quando venni al mondo,

la vita mi mise in mano una coppa:

la bevvi fino in fondo e vi trovai una perla, la gioventù.

La gioventù mi diede la sua coppa

e dopo averla bevuta

mi trovai tra le labbra il rubino dell’amore.

L’amore mi offrì la sua coppa, bevvi anche quella,

e in fondo c’era il diamante del dolore.

Disperato, bevvi fino all’ultima goccia anche la coppa del dolore,

e con somma meraviglia vi trovai Dio.

 

Questo è un poeta non cristiano, ovviamente, ma che ha espresso in questa lirica, un passaggio tutto legato alla coppa. C’è un testo, che consiglierei a qualcuno di leggere, di Nouwen, La coppa della vita, che è un po’ legato alla coppa, al bicchiere, ma anche poi con delle risonanze eucaristiche (questo è un autore cattolico). Quindi, appena sono nato mi è stata data una coppa: l’ho bevuta e vi ho trovato una perla, la gioventù. Poi bevendo la coppa della gioventù, vi ho trovato un rubino, l’amore. Bevendo la coppa dell’amore, ho trovato un diamante, il dolore. Ovviamente bere la coppa del dolore è la cosa più difficile nella vita, ma dobbiamo imparare a bere anche quella. In fondo, oltre la vita, oltre la gioventù, oltre l’amore, oltre il dolore, c’è Dio che ci ha dato la vita e che ci ha spinti nella vita a partire. La partenza è anche un parto – dicevamo sabato: partire è partorire, e partorire è partire – e noi siamo partiti, così siamo partiti il giorno in cui siamo nati, buttati via con forza fuori del corpo di nostra madre, che è stata la prima, grande, bella casa. E poi tanti parti, tante partenze, tante nascite, tante rinascite.

Adesso berremo adagio adagio, anche quelli fra voi che sono astemi (anche a me fa male il vino, per la verità). Questa è la coppa: c’è la gioventù? C’è l’amore? C’è il dolore? C’è Dio? È una perla? È un rubino? È un diamante? È Dio? Per dire che noi, questo momento, lo vogliamo celebrare e non è un caso che celebriamo l’Eucaristia con il corpo da mangiare e il sangue da bere, perché da questo parto vogliamo avere dei figli, da questa partenza vogliamo che si generi, si rigeneri la Chiesa di Teano-Calvi, perché dall’assenza del Vescovo Arturo potranno nascere tante cose belle, più di quelle che sono nate mentre era presente, perché quando parte il padre – ho detto sabato scorso agli adulti, adesso dico a voi giovani – quando parte il padre io divento uomo – prima no – divento un padre anche io. Ecco, ditemi se tutto questo non si chiama vocazione. Io prima ho chiesto scusa a Don Fabrizio, a Suor Monica e agli altri che fanno parte dell’equipe della Pastorale Vocazionale dicendo: “Purtroppo dobbiamo cambiare tema”. Invece, siamo dentro il tema – Dove Tu mi vuoi, come Tu mi vuoi – e allora è il nostro buona fortuna, buona strada.

Beviamo tutti, adagio adagio.

 

***

Il calore che sentite nello stomaco, perché questo vino è dolce ma è anche forte – spero non faccia perdere la testa a nessuno di voi, ma so che bevete ben altre cose, voi giovani, quindi questo sarà acqua fresca per voi, sarà una gassosa – questo calore è quello che noi stasera vogliamo dirci e cioè che è stato bello, è stato bellissimo e per questo soffriamo, per questo, da questo dolore che noi abbiamo bevuto – dolore o amore o gioventù o vita che comincia – ci sono mille benedizioni che ci attendono.

 

Ci mettiamo in piedi. Ci teniamo per mano. Tengo la mano di Giuliana, ma tengo la mano anche dei due gemelli che porta in grembo e, nonostante questo, una parte della coreografia ha voluto farla anche lei (un bambino e una bambina): il Vescovo li benedice da adesso, visto che non potrà farlo allora. Questi sono bambini che balleranno perché già normalmente si balla nel grembo della madre, immaginarsi quando la madre è una ballerina!

Questo gesto che stiamo facendo deve continuare: io voglio sapere che la mia Chiesa è unita, che non ci sono separazioni, che gli scout 1, 2, 3, 300, si sono riappacificati, che l’Azione Cattolica e gli Scout non fanno più guerra nelle parrocchie, che i preti si vogliono bene, perché siamo figli dello stesso Padre.

E c’è un padre, che abbiamo avuto per 11 anni, che si chiamava Arturo, che queste cose ce le ha ricordate. Allora, diciamo insieme con lui: Padre nostro…

 

Benedizione del Vescovo

 

Buona fortuna (Claudio Baglioni)

 

***

 

Grazie! È stato bello, ma quello che vi aspetta è ancora più bello! Buona fortuna e auguri!

 

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Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

 

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