Via Verità e Vita

Pietramelara, 14 maggio 2017

Celebrazione Eucaristica

presieduta da S. E. Mons. Arturo Aiello

V Domenica di Pasqua/A

Chiesa Sant’Agostino

Saluto iniziale

Spalancate le porte a Cristo è detto a questi giovani che si accingono a ricevere il Sacramento della Confermazione, è detto ai discepoli che vedremo nel Vangelo impauriti, è detto a ciascuno di noi, in questo tempo pasquale così duro da raccontare, dice del silenzio il testo di Generale di De Gregori (Questo silenzio così duro da raccontare). Duro perché? Perché il Signore risorto sta per diventare invisibile, duro perché sono più le prove della inesistenza di quante noi ne possiamo offrire ai non credenti della Sua esistenza e della Sua azione, di cui, ovviamente, siamo profondamente convinti. Dunque, è un tempo bello ma duro da raccontare.

Chiediamo aiuto al Signore, allo Spirito che sarà effuso su di voi in maniera abbondante perché sciolga in dolcezza le durezze. In questo momento, chiediamo che siano sciolte le durezze del nostro peccato che, con confidenza di figli, confessiamo.  

 

Omelia

 

Mi sorride agli occhi questo vasetto del Crisma che è al centro dell’altare illuminato, splendente, a dire profumo, a dire santità, a dire bellezza, tutte cose che appartengono alla nostra vita cristiana e che vengono riversate nei cuori dei 22 giovani che stanno per ricevere il Sacramento della Confermazione. A volte, abbiamo bisogno anche di segni che ci rimandino un messaggio (la liturgia ne è piena fin dall’antichità).

Avete ascoltato che il Vangelo inizia con una rassicurazione da parte di Gesù per i discepoli un po’ disorientati, impauriti: Non sia turbato il vostro cuore. E perché è turbato il cuore dei discepoli? Siamo nei discorsi che seguono l’Ultima Cena. Perché Gesù parla di partenza, e quando c’è qualcuno che parte, immediatamente, il cuore si inclina e si incrina alla tristezza e potremmo dire, alla luce della Pasqua: “Ti abbiamo appena ritrovato e tu già te ne vai?”.

Carissimi, la paura è la nostra grande nemica. La paura e quella coniugazione, con una cifra esponenziale della paura, che si chiama angoscia, è la grande nemica della nostra vita, da quando eravamo bambini: abbiamo paura di essere abbandonati, di essere soli, sguarniti, che nessuno si prenda cura di noi. Voi giovani, oggi – non mi riferisco a quest’oggi, ma all’oggi della vostra giovinezza – più di altri, più di noi, quando avevamo la vostra età, dovete esercitarvi nella speranza, perché gli orizzonti continuano ad essere foschi. Come fa un giovane a sperare nel futuro, nel lavoro, in una collocazione dopo la laurea, in una realizzazione affettiva, in un’autonomia dalla propria famiglia? Rischiano di restare a casa fino a 50’anni. Dunque, più di noi avete bisogno della forza dello Spirito, che è una forza innovativa, che attraversa anche mille deserti per farci ancorare ad una speranza, che si chiama Gesù, morto e risorto, centro della nostra fede, che ha le sue declinazioni anche umane.

Tante volte vi ho detto – ma voi avete memoria corta – diffidiamo di un cristianesimo troppo spirituale: il cristianesimo è vero se è aderente, se si prende cura anche delle nostre angosce, se cura anche le nostre ferite affettive, se è declinato insieme alla storia.

Un grande teologo del Novecento, anche se della Chiesa protestante, Karl Barth, diceva che il cristiano deve procedere con in una mano il Vangelo e in un’altra il giornale, il quotidiano (è un riferimento alla storia). Quando queste due cose divaricano – da un lato va il cristianesimo e da un lato va la storia – allora la storia diventa disperata, ed è il caso dei nostri giorni, e il cristianesimo perde la sua forza propulsiva, perché il cristianesimo si rinnova, si riedita, risorge, a volte come l’Abbazia di Montecassino dalle sue rovine, proprio a contatto con la vita. E, quindi, Gesù che incontrate, lo Spirito Santo che ricevete non vi porta lontano dalla vita, ma dentro la vita, più dentro. Perché, poi, i primi ad “evadere” siete proprio voi giovani, a seguire viaggi fantastici, quando addirittura mortali, cercando di non impattare la vita: la vita bisogna impattarla anche nelle sue durezze e a questo Gesù ci educa. È come se Gesù dicesse ai suoi discepoli, lo diceva duemila anni fa ma lo ripete stamattina a noi: Superate le vostre paure, superate le vostre angosce, non vi lasciate irretire da chi vi dice che è tutto finito, perché è tutto da ricominciare, perché siamo appena al prologo del cristianesimo (tanti ne hanno già decretato la morte).

E che ci sia una forza – non so se lo avete notato – lo abbiamo percepito nella Prima Lettura dove si crea un problema – è una tensione, diciamoci tutta la verità, è una tensione nella comunità, ci sono delle fazioni o delle fasce, ci sono alcuni che ritengono di essere trascurati – e dinnanzi a questa emergenza insorge nei Dodici una forza che fa loro inventare i Diaconi. Questo lo diciamo – magari è un problema che non vi siete mai posti – per quelli che dicono: “Bisogna fare solo quello che ha detto Gesù!”. Nei secoli, la Chiesa si confronta con nuove esigenze e, mai come nel nostro tempo, queste esigenze sono del tutto inedite: appena 10 anni fa, 20 anni fa erano fantascienza. Allora, che deve fare davanti alle provocazioni, ritirarsi?, chiudersi?

Dinnanzi a questa emergenza, i Dodici inventano una cosa che Gesù non aveva detto, perché Gesù ai Diaconi non aveva pensato (mi riferisco a Gesù terreno, a Gesù uomo), inventano una cosa nuova per rispondere a un’esigenza nuova. Ci sono problemi vecchi e problemi nuovi, problemi antichi cui bisogna rispondere con le stesse risposte, problemi antichi con nuove risposte, problemi nuovi con antiche risposte, problemi nuovi con risposte nuove: questo è segno di vitalità, perché è come se ci aprissimo alla novità, è come quando nasce un bambino in una coppia, in una casa, la rivoluziona – ne avrete fatto esperienza – non è più nulla come prima, ma la coppia si riedita, si riaccorpa, si ricompone, intorno a questa novità del figlio.

La nascita dei Diaconi è come una prima grande rivoluzione della Chiesa primitiva dinnanzi a un’emergenza a dire che è vivace: qui ce ne sono due, uno dei due l’ho anche ordinato io, poveramente ovviamente, ma attraverso le mie mani, è arrivata a Peppino la grazie dell’Ordine nel grado del Diaconato. La Chiesa inventa i Diaconi perché ne ha bisogno e tra mille anni, tra cento anni o l’anno prossimo, la Chiesa potrà trovarsi in una nuova condizione che richiederà un’innovazione e non si può dire: “Ma Gesù non l’aveva detto!”, perché è come mettere la museruola allo Spirito Santo.

Io spero, carissimi giovani, che voi di questa Chiesa giovane, di questa Chiesa che dopo duemila anni sa rimettersi in gioco, sa ridirsi, sa fare riedizione del Vangelo, siate entusiasti. Tra poco vi inviterò a ripetere: Questa è la nostra fede, questa è la fede della Chiesa e noi ci gloriamo di professarla. Il problema delle nostre comunità è che nessuno si gloria, piuttosto ci sembra di essere gli ultimi dei Mohicani, la propaggine di un impero ormai in dissoluzione, d’essere gli ultimi depositari di una fiaba che non illude più nessuno. Ci gloriamo di professarla, cioè questa cosa è bella, ci entusiasma, rallegra la nostra a Messa giovinezza, come si diceva nell in latino quando ero chierichetto, tanti anni fa, 50’anni fa, forse anche di più: Introibo ad altare Dei – diceva il celebrante. E il chierichetto, che nulla sapeva di quello che diceva, ma era bello dire queste cose che non capivamo: Ad Deum qui laetificat iuventutem meam, a Dio che allieta, che rafforza, che esalta, la mia giovinezza.

Gesù vi consegna questa sintesi del Vangelo che è via verità e vita.

“Via” significa dinamicità, perché una via che non si percorra non serve, le vie servono per essere percorse. E tu che oggi ricevi il Sacramento della Confermazione devi camminare per questa via, perché Gesù è una via, perché il Vangelo è una via, perché i cristiani, nell’antichità, venivano chiamati quelli della via (ὁδός), non erano quelli del tempio, quelli che si chiudevano in una conventicola, ma quelli della via.

Verità, perché una via di notte è pericolosa, allora ho bisogno di una lampada, di una lanterna, di una torcia, di un’illuminazione che mi renda possibile percorrere questa via. Gesù che dice: Io sono la via, dice anche: Io sono la verità. In una sintesi, vi direi: Io sono la verità di Dio e dell’uomo; io sono la verità del Padre ma anche di te; se vuoi sapere qualcosa di te, chiedilo a me Gesù – ti dice. Via, verità. Ma uno di voi potrebbe dire: “Sì, mi piace questa via, la vedo anche illuminata, ma non ho la forza di muovere un passo”. Allora, Gesù dice anche: Io sono la vita. E la vita è il sangue che circola, la vita è l’ossigeno che entra nei nostri polmoni, la vita sono i muscoli che si muovono, la vita sono le idee, la vita sono i sentimenti, la vita è il pane, il vino, è la convivialità, l’amore, il lavoro, la casa, sono i figli, il passato, il presente, il futuro… vita.

Vi auguro, sul declinare del mio Ministero, di percorrerla decisamente questa strada, di aderire a questa verità, anche se è una verità così grande che non la possiamo capire. Ci sono delle verità che si intuiscono più col cuore che con la mente, perché l’essenziale è invisibile agli occhi (dice un testo che dovreste conoscere). Perché Gesù, via, verità è la mia vita, è il mio futuro, è il mio passato, è il mio presente. Cristo è lo stesso ieri, oggi e nei secoli, avete detto Sabato Santo accendendo il Cero pasquale. Queste parole ha detto Don Giosuè e queste parole, che sono scritte nella Lettera agli Ebrei e sono diventate parola doppia, perché Parola di Dio ma anche parola della Liturgia, significano che questa piccola lampada, su cui pochi vogliono scommettere, attraverserà ogni nostra difficoltà, ogni valle oscura, ogni crisi, ogni depressione, anche quella economica, ogni morte, ogni addio, ogni separazione. Allora non c’è motivo per essere turbati.

Grazie, Gesù, perché sei via: aiutami a camminare con te, su di te.

Grazie, perché sei verità: aiutami a capire che non c’è verità fuori di te, anche su di me.

Grazie, Gesù, perché sei vita che rinnova oggi la nostra giovinezza con il dono dello Spirito Santo, anticipando in questa comunità ciò che liturgicamente celebreremo tra quindici giorni, la Pentecoste.

 

***

 

Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

Annunci