Mater dulcissima …

Roccamonfina, 26 maggio 2017

Pellegrinaggio diocesano a conclusione del Mese di Maggio

Celebrazione Eucaristica

Presieduta da S. E. Rev. ma Mons. Arturo Aiello

 Santuario S. Maria dei Lattani

                                                                  Omelia                 

 

Madre dolcissima, mater dulcissima: comincia così una poesia di Quasimodo rivolta a sua madre. Ma la mia, Vergine dolcissima, è una preghiera. E quando ci rivolgiamo a te, parliamo con te ma parliamo anche con le nostre mamme, vive o defunte, soprattutto se defunte, e cominciamo a fare confusione tra le preghiere da rivolgere a te e le parole ascoltate dalle nostre madri.

Madre dolcissima, siamo qui come ogni anno, ai tuoi piedi, nella tua Casa, in questo Tempio, Santuario, Basilica, cuore mariano, come ho detto tante volte, della nostra Diocesi; siamo qui per ritrovare il principio mariano della fede, come dice un grande teologo, von Balthasar, che riconosce il principio petrino dell’autorità, il principio paolino della missionarietà, il principio giovanneo della contemplazione e il principio mariano della dolcezza e della bellezza.

 

Siamo andati in giro, in questi anni, concludendo ora in un santuario, ora in un altro, i nostri itinerari parrocchiali con una celebrazione a respiro diocesano e vogliamo essere fedeli a questo appuntamento anche ora, perché nei momenti difficili e solenni – i momenti solenni sono sempre difficili e i momenti difficili sono sempre solenni – abbiamo bisogno del tuo sguardo. È bello per me chiudere qui, e non in Cattedrale, il mio Ministero: è più dolce, è meno drammatico; sotto lo sguardo della mamma anche i dolori del bambino o del bambino diventato grande o adulto, diventano più sopportabili.

Siamo qui, Madre dolcissima – e non lo sapevamo quando abbiamo stabilito questa data – nel giorno in cui si fa memoria della Dedicazione di questa Casa. Entriamo in chiesa come si entra nel corpo della madre, sentendoci al sicuro, coccolati. A volte, i bambini prendono una grande rincorsa e si tuffano, magari facendo male alle loro mamme, con il desiderio – non lo sanno – di rientrare nell’unica casa dove siamo stati veramente protetti. E noi così entriamo in questa chiesa, in questi Santi Misteri, cuore della vita della Chiesa, come ricordavo all’inizio; con la stessa devozione entriamo in questo tempio come nel tuo cuore, come un uomo nel corpo di una donna, con tutta la tenerezza possibile, per capirti, perché tu ci parli della Chiesa, perché – ce lo ha insegnato il Concilio Vaticano II (quando dico “concilio”, Don Francesco dice sempre: “Quale?”. E allora bisogna specificarlo) – i misteri della tua vita sono i misteri della Chiesa, nell’Immacolata Concezione, nella verginità, nella maternità, nell’Assunzione al Cielo, nella gloria.

Tu sai, Madre, che i Padri conciliari avrebbero voluto tirar fuori un documento tutto per te, ma poi lo Spirito diresse altrimenti i loro intenti e fecero convergere quello che ti riguarda nella Costituzione sulla Chiesa, perché tutto quello che ti riguarda, riguarda la Chiesa e tutto quello che riguarda la Chiesa ti riguarda. Vivere la devozione a te non è essere altrove che nella Chiesa e celebrare il Rosario, la preghiera dei semplici e dei grandi, è ripercorrere i Misteri della vita di Cristo, che sono i Misteri che tu hai accompagnato, a volte con i tuoi passi, a volte con il tuo sguardo, a volte con il tuo cuore.

 

Il vangelo di oggi – non ho voluto cambiarlo – il vangelo di questa feria, che ci porta verso la Festa dell’Ascensione del Signore, ci parla di una madre che è triste all’atto in cui deve partorire e tutte le donne qui presenti lo sanno come te che essere incinti è una cosa dolcissima, ma quando si conclude il conto, come si dice da noi, quando si fanno vicini i giorni, allora quello che era stato dolce diventa terribile, amaro, triste.

Questa sera ti diciamo: Madre, insegnaci l’arte di partorire, l’arte di vivere, l’arte di morire.

Anche Suor Nilda, nel versetto dell’Alleluia, ha preso una svista, ma anche quella è da comprendere, perché in questi giorni non si parla che di partire; ma lì era “patire” e noi abbiamo letto, credo tutti, in quella svista, una parola che facciamo così fatica a dire, a sillabare, a coniugare. Partire, patire: c’è solo una erre in più. Non c’è partenza, Madre, che non sia segnata, anche quella della nascita, dalla sofferenza. Che vuoto che mi hai lasciato dentro!, scrive di te Erri De Luca, nel Nome della madre, mettendo dinnanzi, anche a noi maschi che non sappiamo nulla del parto, questa nascita che è anche una separazione, questo partire che è anche un soffrire, questo venire alla luce, che è anche trovare, da parte della donna, della madre, dunque anche di te, nel Natale del Signore, un grande vuoto. Che vuoto che mi hai lasciato dentro!

Insegnaci, Madre, l’arte di vivere. Le donne sono grandi per questo, le mamme sono grandi per questo, perché insegnano a vivere, insegnano a morire, insegnano a partire; le mamme trascinano i bambini a scuola, e i bambini – anche noi, da bambini, ci siamo sentiti così – i bambini si sentono traditi dalle loro mamme all’atto in cui vengono abbandonati crudelmente – ma è una crudeltà dovuta, benedetta – in ambienti nuovi, lontani dai giochi, con quella fatica che si chiama “scolarizzazione”, che è il primo esercizio di vita fuori di casa, fuori della famiglia, fuori dei volti noti, fuori dell’amore. Grazie, Madre, perché continuamente ci scolarizzi, anche a 70’anni, a 100, a 50, a 62 – è la mia età – spingendoci fuori, conducendoci, trascinandoci, nonostante i nostri capricci, verso luoghi che ci appaiono sconosciuti, boschi dove temiamo di trovare il lupo cattivo. Accompagnaci, prendici per mano, dicci che quello che stiamo vivendo (e quello che stanno vivendo ancora di più i nostri ammalati, gli ammalati di cancro, tanti) è un parto; ripetici quello che Paolo dice nel magistrale capitolo 8 della Lettera ai Romani: La creazione stessa geme e soffre le doglie del parto. Siamo tutti dentro un parto, ogni giorno, ogni notte, per ogni addio, per ogni tradimento, per ogni passo, per ogni battito del cuore. Com’è difficile, Madre! Com’è difficile sentirsi lacerare le carni – ed è l’esperienza della maternità, delle donne, del parto – e pensare che tutto quello sia per un bene. Com’è difficile per noi pensare che anche questo piccolo grande addio sia per un bene. Lo credo fermamente per questa Chiesa e faccio molta fatica a crederlo per me, come ho detto più volte in questi giorni. Prendi per mano anche me: anche un Vescovo è un bambino, anche un Vescovo è un uomo, e ha difficoltà a partire, a partire-partorire, come ci hanno ricordato i giovani nell’ultimo numero di Ghibli alla Preghiera-Giovani.

Facci comprendere che ogni passaggio è un pensiero, perché un filosofo del Novecento dice che pensare è oltrepassare. Ci sono tanti attraversamenti, Madre: i nostri bambini non vogliono diventare grandi, gli adolescenti stanno a disagio e non vogliono diventare giovani, i giovani non vogliono diventare adulti, i fidanzati non vogliono sposarsi, gli sposati non vogliono avere un figlio, gli anziani non vogliono lasciare la poltrona ad altri… Tutti parti, tutte partenze, tutte situazioni dove facciamo fatica e vorremmo tornare indietro e, invece, dobbiamo guardare avanti. Quando è nato un bambino, dice Gesù, Madre, nel vangelo di oggi, la donna dimentica le sofferenze; poi 2000 anni dopo, circa 2000 anni dopo, 1900 anni dopo, uno psicologo, padre della psicologia, ha detto che anche il bambino dimentica, perché anche noi veniamo dal trauma terribile del parto, che è tanto simile al trauma della morte.

Grazie per averci raccolti, Madre. Grazie per tutte le volte in cui ci fai partire e ci inviti a partire, a guardare lontano, a progettare il nuovo, a non attaccarci al “si è sempre fatto così”, che è la parola di morte di tante devozioni e di tanta religiosità popolare nella nostra Diocesi.

Aiutaci ad avere sogni e il sogno ci proietta in un altrove, in un “nessundove”, in un dove che non c’è ancora, in un tempo che gli orologi ancora non conoscono. Aiutaci ad essere uomini e donne che, zaino in spalla, si mettono in cammino verso la vita e verso la morte, verso i fratelli, verso Cristo e tu, Madre del buon cammino, accompagna i nostri itinerari.

 

Ho pensato, Madre, di concludere – ma altre volte i sacerdoti mi hanno sentito commentare questa poesia – con i versi più belli sulla madre del Novecento, che portano, come tu sai e come tanti qui presenti sanno, la firma di Giuseppe Ungaretti, un grande protagonista – meglio – lettore e interprete del secolo breve e terribile da cui noi proveniamo, che è il nostro secolo (noi siamo quelli del secolo scorso, parlo di me, Madre, parlo di quelli che come me hanno 60’anni, 50’anni, 40’anni: lasciamo ad altri, a quelli che hanno 20’anni, la cittadinanza in questo nuovo secolo, in questo nuovo millennio).

 

E il cuore quando d’un ultimo battito

avrà fatto cadere il muro d’ombra

per condurmi, Madre, sino al Signore,

come una volta mi darai la mano.

 

Dice il poeta: l’ultimo battito del cuore, quello che sembra essere l’ultimo, il più drammatico, in realtà fa cadere il muro d’ombra, come abbiamo visto cadere il muro di Berlino. Che epopea, Madre! E tanti, che han vissuto quell’evento, ricorderanno la gioia, lo sbandierarsi della gioia, della felicità, mentre si sgretolava un muro, mentre cadeva un muro. Ma il poeta dice “muro d’ombra”, perché tra noi e i nostri morti c’è solo un velo d’ombra, non c’è un altrove, forse un “aldipiù”; tra noi e i defunti c’è solo una linea d’ombra, noi nell’ombra, essi nella luce. E l’ultimo battito cardiaco è quello che fa esplodere il muro d’ombra e i defunti ci vengono incontro per condurci, Madre, fino al Signore. Come una volta mi darai la mano, perché tenere per mano i bambini è l’esperienza più bella: lo fanno i fidanzati, fanno tanta fatica a farlo gli sposati. Aiutaci, Madre, a tenerci per mano e tienici per mano anche tu, perché siamo sempre spauriti dinnanzi alla vita, sprovveduti innanzi a ciò che continuamente ci viene chiesto.

In ginocchio, decisa,

sarai una statua davanti all’eterno,

come già ti vedeva

quando eri ancora in vita.

 

Alzerai tremante le vecchie braccia,

come quando spirasti

dicendo: Mio Dio, eccomi.

 

Le mamme, ma anche tu, Maria, ci tieni per mano e ci porti quando abbiamo paura del buio. Poi il poeta ti vede, vede sua madre, ma sua madre sei tu, come una statua forte, decisa, di pietra, come di pietra è l’immagine cara che si venera in questo Santuario e nella nostra Chiesa. Una pietra che dice durezza, una pietra che dice decisione: Sarai una statua davanti all’eterno. Perché, Madre, il poeta immagina sua madre come una statua davanti all’eterno? Perché le mamme intercedono per i figli, sempre, giorno e notte, anche quando la sera non tornano, alle quattro non tornano, alle sei ancora non sono rincasati (le sei del mattino, beninteso).

Come già ti vedeva quando eri ancora in vita, perché il poeta vedeva la mamma in preghiera recitare le sue devozioni; forse, come tutti i figli, l’avrà presa in giro, come tutti i figli prendono in giro le mamme anziane attaccate al Rosario, catena dolce che ci rannodi a Dio. E tu, Maria, sarai così per me, per noi, per tutti: una statua decisa, forte, nel gesto dell’intercessione.

Alzerai – dice – tremante le vecchie braccia – come nel gesto della morte – quando dicesti: Mio Dio, eccomi. È il gesto dell’intercessione, è il gesto della preghiera, è il gesto della richiesta, che  è una sola: perdonalo. Perché non arriveremo puri davanti a Dio, e tu lo sai, non lo siamo neppure oggi, forse non lo siamo mai stati: lo dico per quelli che sognano la purezza dei bambini che la psicologia ci ha insegnato a mettere in dubbio. Ma che dire della nostra? A 20’anni, a 40, a 60, a 80, a 100… Forse più andiamo avanti, Madre, e più diventiamo cattivi; non parlo dei pensieri cattivi legati alla sessualità, forse sono i più innocenti, parlo di pensieri cattivi legati alla violenza, alla non accettazione dell’altro, ai graffi che ci facciamo gli uni gli altri; e più siamo nell’intimità, più ci facciamo male. Allora, arriveremo davanti a Dio malconci, bisognosi di un perdono (neanche seduto riesci a stare, Carlo? Ma un giorno dimagrirai anche tu, magari quando sarò andato via. Quello che penso per lui lo penso anche per tanti, Madre, quello che non sono riuscito a fare finché sono stato qui, accadrà all’atto in cui me ne andrò).

 

E solo quando m’avrà perdonato,

ti verrà desiderio di guardarmi.

 

Dietro questo verso, Madre, c’è il dramma che la cultura greca ci ha trasmesso, di uno sguardo che vanifica una ricerca, perché Orfeo, desideroso di guardare Euridice, si volta troppo presto. Madre, insegnaci che gli sguardi debbono maturare, che gli sguardi che vorremmo darci, da subito, debbono essere riposti, rimandati; ciò che si guarda subito, si perde per sempre, e forse nel verso di Ungaretti c’è questo dramma di Orfeo che, voltandosi anzitempo, vede allontanarsi definitivamente la sua amata.

E solo quando m’avrà perdonato,

ti verrà desiderio di guardarmi.

 

Ricorderai d’avermi atteso tanto,

e avrai negli occhi un rapido sospiro.

 

Grazie, Madre, per questa intercessione che fai per tutti, anche per quelli che hanno strappato o dimenticato la preghiera del Rosario, o addirittura l’Ave Maria (anche l’Ave Maria sta diventando una preghiera poco conosciuta).

Grazie, perché sei Madre, e perché le mamme sono legate in maniera carnale ai figli, perché le madri non si dimenticano, perché le madri non chiudono occhio finché il figlio non torni.

Non permettere che ci perdiamo, che nessuno di noi si perda. Fa’ che io non mi perda. Oggi, Madre, è anche la memoria del mio Battesimo: 62 anni fa venni introdotto in questo grande Mistero che è Mistero della Chiesa e del Cristo morto e risorto. Grazie, perché non mi perderò. Grazie, perché non ci perderemo.

Portaci per mano, tienici per mano anche adesso, anche in questi giorni difficili di parto, di partire, di patire. Amen.

 

***

Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

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