Educare alla sofferenza

Teano, 3 giugno 2017

I Convegno AMCI (Associazione Medici Cattolici Italiani)

 

Teano-Calvi

 

CAPPUCCETTO ROSSO E IL LUPO CATTIVO: GIOVANI AL BIVIO

 

Salone del Seminario Diocesano

 

Intervento di S. E. Mons. Arturo Aiello

 

Non è il Vescovo che parla – è importante questa premessa – non perché voglia venir meno al mio ruolo, ma se c’è una competenza – oggi si fa tanto parlare di competenza – che può riguardarmi di striscio è quella dell’educazione, dell’educare e dell’educatore, che dalla mia prima giovinezza mi ha messo a contatto con quest’arte, che fa tante vittime, tanti feriti, ma che rimane l’arte per eccellenza della vita, perché riguarda il vivere e le sue varie stagioni, le sue condizioni e che riguarda l’uomo e tutte le cose umane.

Il mio intervento, così come lo avevamo programmato, è su “Dalla cura all’aver cura” che mi sembra un bel paradigma. Questo è il primo convengo, il primo evento pubblico dell’Associazione Medici Cattolici della nostra Diocesi che io ho visto nascere e che spero di vedere, da lontano, adolescente, giovane, adulta, e che spero trovi anche un numero sempre più largo di aderenti; questa Associazione mette insieme dei medici che vivono, continuamente, questo dramma: se sia più importante curare o aver cura, o se il curare debba essere accompagnato dal prendersi cura. Ovviamente, l’aumento del numero di pazienti e l’industria che preme sulla professionalità dei medici rischiano di “cosificare”, di minimizzare questa relazione medico/paziente, riducendola ad una semplice ricetta dove ci siano dei farmaci da assumere. Questi farmaci che obiettivo hanno? E l’obiettivo terribile, almeno in questa sede noi dobbiamo dircelo, è di annullare, o portano l’illusione di annullare il dolore. Carissimi, questo è il problema capitale, non solo della vostra professione, ma della nostra cultura, che è una cultura analgesica, dal parto, fatto artatamente, non in maniera naturale (sono aumentati a dismisura i parti cesarei) fino alla cura delle malattie, agli incidenti della vita, per andare al fine vita. La nostra è una cultura analgesica: è questo il peccato originale. Adesso, sempre in una maniera provocatoria, che significa? Non dobbiamo più dare farmaci? Dobbiamo accettare il dolore così come viene? Non è certamente questa soluzione che poveramente sto a indicare questa mattina, ma – questo è il dettame di una cultura contraria a questa imperante – l’assunzione del dolore come elemento essenziale della vita, non infortunistico, non incidentale, ma essenziale.

Noi nasciamo in una grande sofferenza e questa sofferenza ci accompagna. Amo citare il salmo 89, perché mi sembra un riassunto dell’esistenza dell’uomo: Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti – adesso le cose sono un po’ cambiate da questo punto di vista, ma quello che è importante è valido ancora oggi – ma quasi tutti sono fatica e dolore; passano presto e noi ci dileguiamo. È un testo biblico, è un salmo. Difficilmente troverete una sintesi così profonda e articolata in pochissime espressioni.

Come combattere una cultura analgesica? Non sta a me, io non sono del settore, ma sono un educatore che da sempre – anche ieri sera l’ho fatto qui, poi vi spiego, in questo cortile – ha tentato, non dico di esserci riuscito, di accompagnare ragazzi, giovani, adulti, anziani per mano, toccandoli per mano, perché il contatto è importante, quello reale, non quello virtuale, nel cammino della vita e il cammino della vita è fatto di incidenti, è fatto di delusioni, è fatto di dolore.

Allora, o il nostro impianto educativo – dico “nostro” a qualsiasi sfaccettatura culturale voi apparteniate, non intendo “nostro” cristiano cattolico – o il nostro impianto educativo ha come finalità mettere, immettere nella vita i nostri bambini, i nostri ragazzi, i nostri giovani, i nostri adulti, i nostri anziani, o noi stiamo bluffando, stiamo fallendo con tutte le derive, anche quelle delle tossicomanie, che a leggerle da questo versante null’altro sono – ovviamente la mia è una lettura semplicistica per ovvi motivi di tempo, oltre che per incompetenza – null’altro sono, a fondo a fondo, che la risposta falsa, il percorso falso, ad una possibilità di ridurre il dolore.

Dinnanzi a una difficoltà, dinnanzi a un fallimento, dinnanzi a non salire sul podio per essere il primo, medaglia d’oro, il ragazzo, l’adolescente, il giovane troverà delle scorciatoie piacevoli per dimenticare, seppur temporaneamente, ma ahimè questa dimenticanza gli si ritorce contro, la sofferenza, che invece deve vivere, assumere, celebrare (quest’ultimo verbo è altissimo).

E che cosa c’è alla base della cultura analgesica? L’illusione dell’immortalità. Alla fine, noi stiamo trasmettendo ai nostri figli – di qui tutti perdenti, i naufraghi – l’idea che la vita vera, quella a cui devono anelare, quella a cui devono partecipare, sia una vita senza fine, e questa è una menzogna. Adesso, nessuno di voi, come medico, come educatore ha mai perseguito, a partire da questo assioma, un progetto educativo, ma a partire dall’infanzia, a partire dalla difficoltà a dire no al bambino, un genitore cerca di ridurre il suo dolore, ma in realtà lo sta condannando all’infelicità e gli sta trasmettendo un’idea della vita che è menzognera, a dire: “Tu vivrai sempre!”. Questa è una menzogna, perché la vita è finita, perché nella vita c’è un limite. La scienza potrà protrarre la vita in una maniera non sempre onorevole e degna, direi (ma non si è ancora tanto anziani da poter dire questo), potrà protrarla, perché noi stiamo andando avanti con protesi in tutti i campi: protesi di piacere, protesi di tempo, protesi di guarigioni, protesi con i cellulari… Ma questo non tiene conto del fatto che c’è una finitudine – si dice così in termini filosofici – che è il fine vita, cioè la morte, termine che noi usiamo sempre di meno, ma che poi si celebra in tanti altri momenti della vita: in tantissimi momenti della vita noi moriamo.

Allora, faccio riferimento all’ultima follia fatta ieri sera. Concludevamo la Veglia di Pentecoste e dalla Cattedrale ci siamo trasferiti in questo cortile: c’era un grande falò, perché il fuoco è simbolo dello Spirito Santo e il Vescovo ha preso un suo ritratto e lo ha lanciato nel fuoco. Una persona, proprio venendo qui, mi ha detto: “Eccellenza, non ci faccia più soffrire tanto!”. Cosa sto cercando, inutilmente, forse, di dire, di raccontare, dal 6 di maggio scorso? Sto cercando di dire ai miei condiocesani: il vostro Vescovo sta morendo! Ma loro non lo vogliono capire, non ne hanno idea e, allora, attraverso dei gesti, dei segni, dei simboli, io sto cercando di celebrare quello che le persone oggi non sanno più vivere, cioè l’addio, cioè “è morto”, si muore, non abbiamo più tanto tempo e forse questo poco tempo che abbiamo – anche il mio è esiguo – utilizziamolo per dirci cose non dico belle, ma vere. Abbiamo così poco tempo per amarci, dice una poetessa dell’Est su cui abbiamo fatto un incontro con gli adulti, l’autunno scorso.

La morte è certo drammatica, però, diciamocelo anche, è una bella invenzione, perché senza la morte, la vita sarebbe assurda, sarebbe una condanna – sto parlando sempre in una maniera paradossale – cioè è la fine dell’estate che rende bella l’estate, è la fine della vacanza che rende bella la vacanza, perché se ci fosse una vacanza perpetua, il Paese dei Balocchi, allora noi saremmo dentro una condanna; è il fatto stesso che abbiamo poco tempo che rende bello e prezioso questo tempo.

La cultura analgesica non riguarda solo la vita di voi medici, la vostra professione, ma riguarda la nostra cultura, riguarda la scuola, riguarda i genitori, riguarda gli educatori, riguarda la Chiesa, perché forse noi stessi, uomini di Chiesa abbiamo paura di parlare della morte e di accompagnare la morte, di far vedere al nipotino che il nonno sta morendo, e portarlo alla celebrazione esequiale per non trasmettergli, oltre alla difficoltà di un’elaborazione del lutto, l’illusione che staremo qui sempre. Non è vero! E voi lo sapete e, adesso che io ve lo dico, voi vi sentite feriti e vorreste andarvene da questa sala e fareste bene, perché questo folle che vi sta parlando vi sta dicendo una cosa controcorrente. Continuiamo con le protesi della vita, andiamo dall’estetista… Queste sono protesi, sono illusioni: forse, senza protesi, questo corpo che invecchia sarà anche bello. Mia madre ha sessant’anni e più la guardo e più mi sembra bella, ma adesso le rughe vanno rifuggite, perché dicono tempo, dicono limite, dicono morte.

Se c’è qualcosa di cui dobbiamo dolerci e batterci il petto, noi, non i giovani, che sono innocenti, che con le loro patologie ci schiaffeggiano, perché ci dicono che non siamo stati bravi educatori, è che non li abbiamo fatti soffrire a dovere quando era il tempo, quando erano bambini, non li abbiamo educati alla resilienza – concetto che dalla fisica è passato alla psicologia, per dire la possibilità di resistere agli urti – che si ottiene non con una lezione, ma soffrendo, imparando l’arte di vivere. La morte si sconta vivendo, diceva il poeta e forse è ancora valido.

Allora, cosa ci rimandano questi nostri giovani? Ci rimandano la nostra stessa paura di morire e la nostra stessa paura di soffrire. Quindi, il problema sono io, sei tu, siamo noi adulti, che non siamo riusciti a dire che questa vita è bella, ma finisce; è inutile ricorrere alla protesi, non ci illudiamo, non ci mascheriamo, non ci mettiamo le creme, perché è un’illusione. Viviamo questo breve sabato del tempo, che per noi credenti annuncia il giorno senza fine, la Domenica senza tramonto, ma intanto questo tempo è qui.

Allora, il prendersi cura più che il curare, più il curare, o insieme al curare, è prendere per mano, tornare a toccarsi (ho apprezzato questo rilievo). Ho detto ai miei preti, tempo fa, visto che i preti adesso sono ossessionati dai mezzi della comunicazione – “Non bisogna toccare i bambini!” ma se non si toccano i bambini, non si crea nessun messaggio! – i bambini vanno toccati, non si può fare il prete con i guanti di lattice. Mi spiego? Tra l’altro, noi siamo in un’epoca di autismo strisciante, tutti, adulti e bambini, relazione zero. Senso della realtà, zero. Ognuno si immagina di essere un attore. Ho scoperto – spero di non offendere nessuno – che questi grassoni che spopolano su internet, diventano così, in 24 ore, solo perché hanno avuto un milione di “Mi piace”… ma per carità! Questo è autismo. Questa non è la verità, non è la vita, non è il pane, non è vino, non è dormire, non sono le regole. Sregolato è chi pensa che può fare quello che vuole. Non è un problema etico, è un problema estetico!

Una delle tante accuse che mi hanno mosso, in questi 11 anni di Episcopato a Teano, è di essere stato un esteta; ho inutilmente cercato di far capire, innanzitutto ai miei preti, ma anche ai laici, che la vera estetica è etica, cioè non è un fatto di forma, ma è un fatto di contenuto, di essenza, perché niente come la bellezza chiede un prezzo, richiede uno stile, richiede un comportamento, un portamento. Ecco, queste cose, la nostra generazione non è stata capace di trasmetterle. Ci possono essere tutte le politiche, tutte le comunità di recupero tossicodipendenti, tutti i SerD, che ho scoperto stamattina – c’è sempre da imparare – ma noi non caveremo un ragno dal buco finché un genitore non dice al figlio: “Tu sei qui, ma non ci sarai sempre! Io sono qui, ma non ci sarò sempre al tuo fianco”.

Noi ci sfioriamo, speriamo di toccarci per alcun tempo: questo mi sembra essere il nostro grande compito senza il quale tutto il resto – non voglio scoraggiarvi – perde di consistenza.

Io vi invito a leggere questo libro di Massimo Recalcati, Il segreto del figlio. Dice una cosa che mi ha aperto la mente – partendo da Edipo, Amleto e poi la parabola del Padre misericordioso – a commento del Padre misericordioso, Recalcati ha questa intuizione, che sembra assurda, ma è così, io la sottoscrivo pienamente, anche con il timbro episcopale: è impossibile crescere senza perdersi. L’applicazione è al figlio minore della parabola, perché il maggiore non cresce, non è mai cresciuto: l’unico che cresce è quello che contesta il padre e va via, poi ritorna, ma ritorna solo perché si è allontanato. Allora, Giovanni ha detto: qual è il segreto del figlio? Il segreto del figlio è che c’è qualcosa del figlio che tu non devi sapere. C’è un nudismo anche in certe pedagogie, c’è un voyeurismo anche da parte di certi genitori nei confronti dei figli o dei preti… Se il figlio se ne va, cresce, ma capite che questo è il dolore del padre. Per cui Recalcati, forse lo dice meglio in una conferenza che ho sentito, fatta a Bose, sostiene in realtà, che nasce anche il padre all’atto in cui il figlio se ne va: nasce il figlio, perché attesta una sua individualità rispetto al padre, ma nasce anche il padre, perché se il figlio non andasse via, se il figlio non prendesse le distanze, il padre non diventerebbe padre.

Quindi, questa cosa sembra assurda, sembra una blasfemia, detta così, e cioè non c’è salvezza che nella devianza. Questo, nelle comunità di recupero tossicodipendenti, dovrebbe essere scritto come sul frontone del Partenone: non c’è salvezza che nella devianza. Giovanni ci ha dato il primo verbo: l’educatore sta. Anche il nostro rapporto è in gioco, anche qualche anno fa abbiamo giocato, parlando insieme, perché io sono suo padre e questo è mio figlio, un figlio che si sarebbe perso se il padre non l’avesse curato, se non se ne fosse preso cura, se non avesse avuto il coraggio di lasciarlo andare, restando, però. Il problema dei padri, oggi, è che i figli se ne vanno e chiudono la casa anche i padri, per cui i figli non hanno dove tornare. Io mi convinco, anche in questa nostra relazione che sta facendo il professore Ruggiero, come voi lo chiamate – per me è Giovanni e per lui io sono Arturo – che ha fatto tanto bene in questi 25 anni, perché aveva una vocazione alla deviazione, come tutti d’altra parte, anche io, tutti siamo con una vocazione deviante; il problema sta semplicemente se abbiamo avuto la ventura o fortuna di aver incontrato un padre che ha detto: “Puoi andare. Questa cosa è sbagliata, puoi andare”. Ma è rimasto, perché se il padre non rimane, si smonta anche la casa e non c’è più patria, perché “patria” viene da “padre” e se non c’è più padre non c’è una patria dove tornare. Il disagio dei nostri giovani è questo: non hanno padri, non hanno patrie, non hanno case e che devono fare? La tossicodipendenza è per essi una sorta di salvataggio in questa piattezza educativa.

Ecco, ve l’ho detto con passione, come mio solito, ma più il tempo si fa esiguo, più mi sembra di dover fare testamento. Lasciate andare i vostri figli e, se sono bambini, educateli a soffrire, ditegli che non tutto è possibile, ditegli che non tutto è dovuto, sappiate dire dei no, perché questi no sono risolutivi rispetto al delirio di onnipotenza che la cultura dell’assenza del dolore ci ha inoculato, inculcato, per cui tutti noi ci siamo alzati, stamattina, pensando di avere davanti ancora cento anni. E non ce li abbiamo.

Auguri.

***

 

Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

 

 

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