Bruciarsi nell’Amore

Teano, 2 giugno 2017

Veglia di Pentecoste guidata da S. E. Mons. Arturo Aiello

 

1° momento (Cattedrale)

 

***

I tifosi della Repubblica sono molti, per cui c’è qualche assenza, ma basta essere in due per fare la Chiesa e noi siamo molti di più. Quindi, ringraziamo il Signore.

Il senso di questa ora e un quarto, al massimo, di preghiera è di metterci in tensione, sana tensione, per la Solennità di Pentecoste, perché tutte le cose importanti della vita della Chiesa si preparano.  C’è una veglia centrale – Sant’Ambrogio la chiamava “madre di tutte le veglie” – che è la Veglia Pasquale, poi c’è la Veglia che prepara al Natale e da una ventina d’anni, al massimo trenta, a questa parte, si sta riprendendo la Veglia di Pentecoste, cioè il preparare il cuore alla discesa dello Spirito, come accade per le grandi Solennità del nostro calendario.

Iniziamo con l’invocazione allo Spirito.

 

Canto: Vieni, vieni, Spirito d’Amore

 

Nel nome del Padre…

Ha già detto tutto questo canto, che è il canto più conosciuto, evergreen, dagli anziani come dai più giovani.

Lo Spirito insegna le cose di Dio. Noi siamo andati a scuola per imparare tante cose – speriamo che ancora oggi la scuola insegni tante cose – ma chi insegna le cose di Dio? Dove si va a scuola per imparare le cose di Dio? Le cose di Dio le può insegnare solo Dio.

Dice Gesù che è lo Spirito di Dio che parla di sé, che parla di Dio, che parla del Padre e, quindi, è come se ci trovassimo, alla vigilia di ogni Pentecoste, tutti ancora in prima elementare, anche quelli fra noi più avanti, che hanno studiato Teologia, che hanno fatto un cammino spirituale, perché imparare Dio, imparare le cose di Dio è come mettersi in una gara che non si potrà mai vincere, eppure queste cose dobbiamo impararle. Tra l’altro, soprattutto agli inizi degli Esercizi, sottolineo sempre che le cose di Dio sono l’intimità di Dio, come le cose delle donne sono quello che riguarda l’aspetto più intimo. Questo termine è generico e, al tempo stesso, indica, invece, qualcosa di specifico: le cose, le cose di Dio, le cose della Terra forse, le cose della scienza, le cose, i concetti della filosofia, le cifre della matematica… So come collegarmi, so come fare un programma al computer, ma non so le cose di Dio. Tutte le cose che impariamo qui servono per qui solo, invece le cose di Dio servono per qui e per l’eternità, per adesso e per l’eternità.

Allora, ripetiamo solo il ritornello con più forza, perché possiamo dire: vogliamo saperle queste cose, vogliamo dimenticare tutte le altre. L’autore de L’imitazione di Cristo dice: “Tacciano tutti i maestri, tutti i filosofi. Parlami tu solo, Signore”.

 

Canto: Vieni, vieni, Spirito d’Amore

 

 

Manda su di noi, o Padre, il Tuo Spirito, perché possiamo conoscere Te e conoscere noi, perché una maggiore e più vera conoscenza di Te corrisponde sempre ad una più vera conoscenza di noi e della storia. Disponi i nostri cuori all’ascolto della Parola del Signore, apri le nostre intelligenze alle cose delle Scritture. Per Cristo nostro Signore.

 

Dal Vangelo di Giovanni

 

In quel tempo, Gesù disse: «Ora vado da colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi domanda: “Dove vai?”. Anzi, perché vi ho detto queste cose, la tristezza ha riempito il vostro cuore.

Ora io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò.

Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando, però, verrà lo Spirito di Verità egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà perché prenderà del mio e ve lo annunzierà. Tutto quello che il Padre possiede è mio, per questo ho detto che prenderà del mio e ve lo annunzierà.

 

***

Due piccoli pensieri possono aiutarci: lo Spirito, Spirito di preghiera, e lo Spirito che ci fa comprendere la Parola.

Parto da un’espressione di Bruno Forte – certamente Graziano e gli altri religiosi, sacerdoti lo conoscono – un grande teologo, gloria anche del Meridione, della Chiesa di Napoli. Ricordo che Bruno, tantissimi anni fa, mi raccontò di essere stato al capezzale del Vescovo, credo, di Padova, moribondo, che il Giovedì Santo aveva chiesto al suo vicario generale, dopo aver consacrato gli Oli, di fargli l’unzione; congedandosi – il Vescovo era molto sofferente – disse: “Eccellenza, preghi per me”. Il Vescovo gli rispose: “Non so più che cosa significhi pregare”. Il povero Bruno, grande teologo, era rimasto anche un po’ scandalizzato, forse, da questa espressione del Vescovo moribondo (“Non so più neppure cosa significhi pregare”).

Questa espressione è sulla bocca dei grandi maestri di preghiera. Se chiedete a tutti quelli che hanno fatto un vero cammino spirituale: “Parlami della preghiera”, balbettano. Ma, d’altra parte, come sempre, se dovessimo chiedere a voi che siete sposati da 20’anni, da 30’anni, da 50’anni: “Parlami dell’amore”, voi non sapreste spiccicare parola, perché di tutte le cose di cui sappiamo di più, o meglio, di tutte le cose nelle quali siamo immersi di più noi non sappiamo parlare.

Quindi, un grande mistico è allo stesso gradino di un bambino a cui si insegni il Segno della Croce o che si prepari alla Messa di Prima Comunione.

Che c’entra lo Spirito in tutto questo? C’entra, perché è lo Spirito di preghiera. Noi utilizziamo il termine “spirituale” sempre in una maniera un po’ fuorviante, perché diciamo spirituale quello che non è carnale, quello che non è concreto, quello che non è visibile. In realtà, spirituale è tutto quello che è nello Spirito, quindi, una vita spirituale non è una vita tra le nuvole, ma è una vita concreta nella grazia dello Spirito Santo. Per cui, la preghiera – adesso non svelo nessun segreto, nessun mistero, anzi io stesso balbetto – è far pregare in noi lo Spirito. Lo dice San Paolo: lo Spirito dentro di noi si esprime con parole – “gemiti” lui dice – inesprimibili.

Allora, se vuoi pregare, non devi fare uno sforzo, non devi avere una macchinazione in mente: se vuoi pregare, lasciati andare alla preghiera, che è dentro di te, perché noi, dal giorno del Battesimo, e poi con la Cresima, e noi che siamo stati ordinati con la grazia dell’Ordine, e voi che siete sposati con la grazia del Matrimonio, abbiamo ricevuto in pienezza lo Spirito, e lo Spirito è Spirito di preghiera, perché è lo Spirito che parla, è lo Spirito che dice: “Abbà”, dice Paolo, sempre. Noi, senza la grazia dello Spirito Santo, non potremmo neanche dire “Padre”, non dico tutto il Padre nostro, ma la prima parola della preghiera che ci ha insegnato Gesù. Allora, per quelli fra voi che dicono: “Io non so pregare, io non so cosa dire, io mi annoio quando decido di dedicare un po’ di tempo alla preghiera”, questa piccola mia introduzione scioglie la difficoltà. Non sei tu che devi pregare, la preghiera non è un fatto mentale, non è “voglio, sempre voglio, fortissimamente voglio”; chi fa così, non prega, si distrae e, invece, lasciati andare alla preghiera, come noi sulle note che Maria Teresa ci sta mandando dalle canne dell’organo, attraverso i tasti.

La preghiera è come una musica: se tu l’ascolti con troppa attenzione, non la comprendi; un brano, anche una canzone noi la comprendiamo quando vi entriamo dentro. Tra l’altro, anche questo strumento, che è lo strumento per eccellenza della preghiera, l’organo a canne, come tutti gli strumenti a fiato, ma questo in una maniera particolarmente espressiva, è voce dello Spirito, perché voi non lo sentite, ma nascosto dietro, in una saletta della sacrestia, c’è un motore che mette in moto un respiro. C’è qualcosa che si muove, come il respiro dei nostri polmoni, che manda aria alle canne; ovviamente, se non c’è l’organista, a nulla serve avere acceso il motorino e far funzionare questo enorme polmone; ma senza questo polmone tutta la bravura di Maria Teresa, gli spartiti dei più grandi compositori di repertorio organistico sarebbero muti: è il respiro. Entrare dentro questo respiro è pregare.

Questa è la prima grazia che chiediamo stasera.

Poi, in margine al vangelo che abbiamo ascoltato, vorrei sottolineare l’espressione, apparentemente paradossale: Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando, però, verrà lo Spirito di verità egli vi guiderà alla verità tutta intera.

Gesù vuole dire ancora molte cose, ma non le dirà; non le dirà, perché si chiude il suo ciclo.

Abbiamo celebrato l’Ascensione, domenica scorsa, e celebreremo la Pentecoste dopodomani e, allora, queste cose che non ha ancora detto, come le dirà? Non le sapremo mai? Le sapremo attraverso lo Spirito, quindi lo Spirito è un discorso aperto – rubo questa espressione a Erri De Luca – è un vaso di parole. Parole che tu hai già ascoltato, ma che al momento in cui le hai sentite, non le hai capite e anche parole nuove, parole che ti saranno dette tra un anno, tra 10 anni, tra 20’anni, tra 50’anni… Tra l’altro, dietro questa espressione di Gesù mi sembra di cogliere anche una pedagogia, che oggi, purtroppo, una parte dei genitori non tiene presente: non bisogna dire tutto, subito. I genitori vorrebbero dire tutte le cose, in fretta, al figlio, come se fosse un vaso da riempire e, invece, le cose bisogna dirle gradatamente, gradualmente. Perché bisogna dirle gradualmente? Perché ci sono parole pesanti e parole leggere. Ci sono parole leggere, che sono quelle delle fiabe; perché si insegnano le fiabe ai bambini?, speriamo ancora oggi. Perché sono parole leggere, sono parole dove c’è una sapienza, ma sono leggere e i bambini possono bere il latte delle fiabe, non possono leggere un trattato di biologia (non lo capirebbero), non possono leggere un trattato di filosofia! Quelle sono parole pesanti. Allora, ci sono stagioni per parole leggere, poi, man mano che si cresce, uno può portare il peso di una parola: ci sono parole che noi impariamo a 50’anni, a 60’anni, e non sono le parole del vocabolario, sono le parole della vita, sono parole con le quali ci siamo confrontati, affrontati, anche 20’anni prima, inutilmente.

Allora, genitori e insegnanti che mi ascoltate, preti che mi ascoltate, forse, abbiamo fiducia che non dobbiamo dire tutto. Voi dite: “Parli proprio tu che ci facevi delle lunghe prediche!”, Quando entravamo in sacrestia, i seminaristi dicevano: “Eccellenza, ha parlato 45 minuti, 53 minuti…”.

Non dobbiamo dire tutto, perché ci sono cose che maturano a un certo punto, parole che maturano, che fioriscono, che, in altri tempi, sono parole acerbe e le parole acerbe sono come i frutti acerbi, sono amari; invece, le parole mature sono come i frutti maturi, sono dolci. Allora, Gesù dice ai discepoli (è all’interno dell’Ultima Cena questo brano): io vorrei dirvi tante cose, ma è inutile che ve le dica, perché non le potete capire, perché non è ancora giunto il vostro tempo, perché di queste parole non potreste portarne il peso, ma poi verrà un tempo.

Io ho la certezza che alcune parole che io ho pronunciato per voi, con voi, in questi anni, matureranno tra 20’anni, tra una anno, tra 10 anni, tra 5 anni, perché le parole hanno una loro fecondità, ma hanno anche un loro corso.

Allora, ci fermiamo un attimo: potete fermarvi sulla prima o sulla seconda pista. Quelli fra voi che dicono: “Non so pregare”, invochino lo Spirito e dicano: “Spirito di preghiera, prega in me! Spirito Santo, prega in me, insegnami le parole, suggeriscimi le parole della preghiera”. Chi, invece, voglia seguire la seconda pista faccia memoria di qualche parola che è maturata in voi dopo 10 anni, 20’anni, in particolare questo lo possono fare gli adulti che hanno avuto più tempo per vedere queste stagioni delle parole, parole umane, ma anche stagioni della Parola di Dio. Ho sentito una parola 20’anni fa, ma stasera mi esplode dentro, come un fuoco d’artificio. È giunto il momento in cui questa Parola diventa matura, posso capirla, posso portarne il peso. Nell’uno e nell’altro caso, è grazia dello Spirito.

 

***

Cantiamo la Sequenza allo Spirito Santo.

 

Canto: Vieni, Santo Spirito!

 

Ascoltiamo il racconto degli Atti. C’è un passaggio repentino: è successo qualcosa, perché una comunità chiusa, rinchiusa nella paura e dalla paura, diventa coraggiosa con la grazia dello Spirito. Leggerà il brano Carmen, che è appena tornata dal viaggio di nozze con Marco: facciamo loro anche i nostri auguri. Questa coppia è uno dei doni di questi anni: è bello vedere – non capitava solo ai tempi di Dante e Beatrice, che tra l’altro non si sono sposati – che ci si incontri in chiesa, che ci si incontri nei nostri gruppi. Questo dice vita.

 

Dagli Atti degli Apostoli

Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi. Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamìti; abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Giudei e proséliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio». Tutti erano stupefatti e perplessi, e si chiedevano l’un l’altro: «Che cosa significa questo?». Altri invece li deridevano e dicevano: «Si sono ubriacati di vino dolce».

 

Ma sì! Si erano, effettivamente, ubriacati, così come dovremmo essere un po’ brilli noi, cioè non troppo compos… D’altra parte, la Pentecoste, nell’antichità, prima di diventare la Festa della Parola e prima di diventare la Festa della Chiesa matura, era la festa della messe, del raccolto del grano ed era una festa, quindi si beveva, ci si ubriacava anche, perché ci sarebbe stato pane per tutto un anno. È bella questa archeologia della Pentecoste, perché ci fa dire che la Pentecoste è maturità: se il grano è maturo – noi, la volta scorsa, ci siamo lasciati con: “Cosa ci guadagni?”. “Il colore del grano” – se il grano è maturo, significa che la Pasqua è matura. Questo Cero, che abbiamo acceso qui, come in tutte le altre nostre chiese, 50 giorni fa, man mano è andato, come una grazia, allargandosi, maturando, e la maturazione della Pasqua è la messe della Pentecoste e la messe è un grano abbondante, che diventa pane per tutti, a qualsiasi cultura si appartenga.

Un vento – adesso lo canteremo, io metterò più grinta nel canto “Pentecoste”, come l’anno scorso, che non in questa spiegazione – c’è un vento e il vento porta lontano, il vento porta semi: io auguro a Marco e Carmen di ricevere questo vento che ingravida. È bello, stasera, dirvi: aspettiamo, vogliamo un bambino da voi e voi pregate – sapete, così si fa un figlio – pregate che questa coppia ci doni un bambino, perché l’amore matura, si allarga, si insinua e diventa carne, diventa frutto, diventa qualcosa di bello, di dolce. Ecco, così è la Pentecoste: un vento che viene a scompigliare le carte e non ci raccapezziamo più, perché il vento ha messo un gran disordine, un gran bel disordine nelle nostre menti troppo catalogate.

E poi fuoco – noi concluderemo con questo segno del fuoco, tra qualche istante, nel cortile del Seminario – fuoco che dice qualcosa di inarrestabile. Quando si accende il fuoco e prende un bosco è inarrestabile e, inutilmente, fa il fuoco amico o il fuoco contrario: il fuoco è contagioso, come la grazia dello Spirito, e che ci sia vento e ci sia fuoco sono i due elementi di cui ci parla il testo degli Atti. Lo vediamo nel fatto che quelli che erano paurosi, diventano coraggiosi, impavidi; quelli che avevano timori, che stavano con le porte chiuse, a doppia mandata, adesso escono fuori, sentono il bisogno di gridare quello che è accaduto. L’autore degli Atti ci dice che questo verbo, questa parola diventa una parola comprensibile a tutti.

Quando avrete un bambino, Marco e Carmen, dovrete parlare la sua lingua: non potrete parlare con le vostre frasi, con la vostra sintassi. Infatti, per parlare con un bambino, cosa si fa? Ci si abbassa e così anche nel linguaggio: è il linguaggio dell’amore. Il linguaggio dell’amore ti fa parlare la lingua dell’altro, ti fa dire quelle cose che a un osservatore esterno sembrano addirittura banali o imbarazzanti, ma nessuna mamma si imbarazza a parlare, facendo la-la-la – la lallazione si chiama – con il bambino, mentre lei potrebbe leggere i Promessi Sposi o la Divina Commedia. Questo è parlare la lingua dell’altro.

Tutti sentivano senza il traduttore simultaneo, senza avere nell’orecchio qualcuno che traduceva al momento: ma erano diplomati in lingue straniere Pietro, Andrea, Giacomo? No, erano pescatori, erano persone semplici, ma con la grazia dello Spirito questi semplici diventano forti, sapienti e parlano la lingua dell’amore, perché se c’è una lingua che comprendono tutti è la lingua dell’amore. L’amore ha il suo vocabolario internazionale. 20’anni fa, 30’anni fa, c’era l’esperanto – lo dico a quelli che hanno i capelli bianchi o un po’ di anni sulle spalle – cioè una lingua parlata dovunque, che si doveva inventare, e a cui si diede questo nome “esperanto”: sarebbe stata la lingua internazionale. C’è un esperanto che è già nella natura umana, ma poi, con la grazia del Battesimo e della Cresima, e di tutti gli altri Sacramenti, è molto più potente e già realizzata: è la lingua dell’amore.

Dalle Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno, un bacio è un bacio, una carezza è una carezza; se fai una carezza a una persona, dovunque tu ti trovi, anche se non conosci la lingua dell’altro, anche se non hai il dizionario – “Vediamo come si dice “acqua”” – la carezza dice: questa persona mi accoglie, mi vuole bene, mi sorride. Un sorriso è un linguaggio universale.

Vi auguro di imparare questo esperanto, questa lingua dell’amore: non è una lingua che si impari a scuola, è una lingua che si impara ascoltando lo Spirito.

Vi ho messo in copertina questa foto, che è appena della settimana scorsa, e poi Enzo me l’ha montata con la “Gloria” del Bernini, ma solo perché c’era lo Spirito. In questo incontro, sia pure brevissimo, che ho avuto con il Papa Francesco la settimana scorsa, gli ho detto: “Santo Padre, sono un Vescovo con la valigia”. “Che significa un Vescovo con la valigia?”. “Un Vescovo in trasferimento”. Voi direte: il Papa non lo sa? Sì, dovrebbe saperlo, ma immaginate quante firme mette e, quindi, ho chiesto una benedizione per voi, una benedizione per la Chiesa che lascio, una benedizione per la Chiesa che vado a servire. Questo gli stavo dicendo in questo istante.

Vi consegno questa foto, perché ci sono due Pastori che si stringono la mano – anche questo è un gesto che a qualsiasi cultura si appartenga dice intesa – perché sono due uomini spinti dallo Spirito – è chiaro, il Papa Francesco in una maniera unica rispetto a me – perché sono due uomini con la valigia, sono due uomini in partenza, sono due uomini che, forse, o senza forse, non avevano mai pensato di trovarsi nel posto in cui si trovano. E chi ce li ha messi? E come ci sono arrivati? E chi li ha spinti? Ecco, lo Spirito di cui adesso cantiamo. Ci mettiamo in piedi.

 

Canto: Pentecoste

 

Adesso, dietro di me in silenzio, mentre Maria Teresa continua a suonare, andiamo verso il cortile del Seminario.

 

2° momento (Cortile del Seminario)

 

***

Francesco, che tra qualche giorno riceverà il Sacramento della Confermazione, ha acceso il fuoco per noi.

Intanto, volevo farvi familiarizzare anche con questa ultima immagine di San Paride, che trovate qui (gli manca l’aureola, ma gli arriverà tra qualche giorno, la stanno fondendo), che vuol essere un San Paride che era di passaggio per Teano, con gli abiti della sua terra natale, e che poi viene invitato a restare. Quando verrete in questo cortile, magari per qualche celebrazione, ricordatevi di questa piccola inaugurazione che abbiamo fatto, stasera, nella Veglia di Pentecoste.

Adesso, la preghiera è semplicemente visiva, cioè guardare questo fuoco che si innalza, che canta, che è fatto di lingue, che parlano, che riscalda, che illumina, che consuma, che trasforma… Tutti verbi che, fin dall’antichità, sono stati applicati a Dio in qualsiasi orizzonte religioso. Chiediamo, per la nostra Chiesa, questo fuoco. Se le cose non vanno sempre bene, è perché manca il fuoco: manca il fuoco nelle coppie e allora non nascono figli o nascono litigi; manca il fuoco nelle parrocchie e tutto diventa stancante e stucchevole; manca il fuoco nelle persone e non riusciamo a trasmettere a un altro il bene della fede; manca il fuoco e non c’è preghiera.

Come vi ricordavo anche l’anno scorso, Mosè – Esodo, 3 – incontra Dio, che lo va a cercare nel suo esilio dopo aver fallito, in un roveto ardente che bruciava senza consumarsi (il nostro si consuma, per cui Francesco mette qualche aggiunta).

Ho anche io qualcosa da bruciare. C’è un verso di una tragedia che non leggerete mai, scritta da D’Annunzio, La figlia di Iorio, in cui una donna, accusata di essere una strega, viene bruciata, ma a differenza di altre, che si disperano, va incontro al rogo contenta, dicendo: La fiamma è bella (questo è l’ultimo verso).

Per me, ha un significato bruciarmi, però voglio fare questo gesto, che è un gesto di morte, di morte nell’amore di Dio, e quindi di vento che spinge, e quindi ci sono anche tempi in cui cambiano i volti; quindi, aumentiamo il combustibile anche con la foto del Vescovo. Non farà gran calore, ma per noi ha un significato, stasera; lo stiamo dicendo da quasi un mese – il 6 farà un mese, è  cominciato il mio ultimo mese, qui con voi – e, quindi, dico: “La fiamma è bella”, nel senso che quello che fa Dio va sempre bene, anche se ci fa soffrire, anche se ci brucia, anche se ci sembra che le cose non possano più continuare. Invece continueranno in una maniera ancora più bella.

Adesso ci teniamo per mano e diciamo insieme: Padre nostro…

 

Benedizione del Vescovo

 

Ho pensato di concludere in una maniera apparentemente militare. Quando si andava a servizio di leva, almeno ai nostri tempi, c’era questo brano del “Silenzio”, che poi amavano anche le donne che non facevano il servizio militare (ma c’era anche una canzone dove lei diceva: “Amore, ti aspetto..”) e mentre la tromba faceva il “Silenzio” – allora era la tromba di Nini Rosso, ma insomma ogni tromba va bene – (nell’immaginario credo che poi non fosse cosi ogni sera), cominciava il riposo.

Quello che a me interessa è il “Silenzio”, perché comincia il tempo del silenzio, per voi, per noi, che è il tempo in cui aspettiamo un nome nuovo da mettere nel Canone dopo il 30. Ci vorranno un po’ di mesi per partorire questo nome, speriamo pochi, diciamo 4, 5, 6 al massimo, e allora finire con il “Silenzio”, stasera, è dire: comincia questo tempo, che non è il tempo del riposo, ma è il tempo della notte. Il motto del Vescovo che va via è Custos, quid de nocte? (quanto resta della notte?). Resta poco, però, la notte è notte.

Vorrei che queste note del “Silenzio” con cui chiudiamo fossero anche l’audio di questi mesi in cui ci mettiamo in attesa, come una donna incinta che non sa ancora, e non sa come si chiamerà… Non lo sappiamo, lo sa il Signore: vogliamo fidarci. La Pentecoste di quest’anno è il fuoco, ma è anche il silenzio, nel quale entriamo fiduciosi come bambini, come soldati, che allora si addormentavano e chiudevano i boccaporti. Comincia il tempo del riposo, che è anche il tempo della preghiera. Vi raccomando molto di pregare in questi mesi per il Vescovo che verrà: non lo conosciamo, però dobbiamo già pregare per lui, perché sia immagine di Gesù Buon Pastore, perché quel poco di bene che il vescovo Arturo ha messo in moto possa continuare, aggiungersi ad altro bene che neanche riusciamo a immaginare. Ci lasciamo così.

Terminato il Silenzio, voi vi saluterete, ma voi soli.

 

Il Silenzio

 

***

 

Il testo, tratto direttamente dalla registrazione non è stato rivisto dall’autore.

Annunci