Sii anche tu amore

Teano, 29 giugno 2017

Celebrazione Eucaristica

 

presieduta da S. E. Rev. ma Mons. Arturo Aiello

Rito della Dedicazione dell’Altare

 

Chiesa Santa Maria la Nova

 

 

Omelia

Carissimi fratelli e sorelle, quando celebriamo un Mistero della fede celebriamo sempre quel Mistero dal punto di vista di Gesù e della Chiesa. Tutti i Misteri hanno questa duplice valenza: sono Misteri della vita del Signore e sono Misteri della vita della Chiesa. Anche la Solennità dei Santi apostoli Pietro e Paolo, che ci vede raccolti questa sera, ha questa valenza. Innanzitutto, sono misteri che riguardano Cristo, che ha chiamato Pietro sulla riva del lago di Galilea, che ha chiamato Paolo sulla via di Damasco: è lui che chiama, è lui che connota le nostre vite, è la sua chiamata che ci esalta, è lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come evangelisti, altri come dottori e maestri, dice Paolo. E Pietro – come abbiamo appena ascoltato dal Vangelo – è la pietra su cui si costruirà la Chiesa, pietra di ieri, di 2000 anni fa, pietra di oggi, che si chiama Francesco, e senza questa pietra la costruzione della Chiesa vacilla. Pietro e Paolo, in maniera diversa – ed è bello che nella Chiesa ci sia posto per la diversità, per le diversità – come dice il Prefazio, hanno dato testimonianza all’unico Signore.

Di Pietro vorrei sottolineare la stabilità, nonostante le sue fragilità: Pietro è la pietra e la pietra è ciò che è stabile e c’è una pietra, nell’edificio della chiesa che abbiamo riaperto al culto, questa sera, che è il fondamento di tutte le altre; e in un arco c’è una pietra angolare, una testata d’angolo, che è la pietra su cui scaricano, come dicono gli architetti, gli ingegneri, tutte le forze. Quindi, Pietro è la stabilità e la pietra è stabile, la fede non si cambia, la fede non segue le mode, la fede è la stessa, ieri, oggi e sempre, come Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre.

Paolo di questa fede esprime la follia, la dinamicità, perché non avessimo a pensare a una fede chiusa, reclusa; Paolo ha aperto frontiere, non solo geografiche, ma anche culturali. Paolo è stato il grande ideatore della traduzione della fede, dal vocabolario giudaico al vocabolario universale (oggi si direbbe in inglese, allora era il greco che si parlava nelle colonie e in quell’opera che aveva iniziato Alessandro Magno di unificare la lingua). Paolo ha fatto questo, noi dobbiamo fare questo, oggi. Noi dobbiamo avere la fantasia, la solidità di Pietro, ma anche la fantasia di Paolo, dobbiamo radicarci nella fede della Chiesa di cui ci gloriamo, cui ci gloriamo di appartenere, ma dobbiamo anche aprire nuove strade, nuove frontiere, nuove modalità di dire la fede, oggi, all’uomo di oggi che forse ha bisogno di ulteriori traduzioni.

Da questa Solennità raccogliamo, dunque, la gioia di essere Chiesa, la gioia di appartenere a Gesù. “Chi sei, Signore?”, gli dice Saulo prima di essere Paolo. Ma anche: “Chi sei, Signore?”, gli dice Simone prima di diventare Pietro. La fede ci fa compiere un cammino anche sul piano della nostra identità e tanti di noi hanno ancora bisogno di scoprire che c’è un altro, c’è una nuova identità, un nome nuovo, direbbe l’Apocalisse, che nessuno conosce se non chi lo riceve. E il nome nuovo di Saulo è Paolo e il nome nuovo di Simone è Pietro e anche tu devi ricevere un nome nuovo e questo nome lo ricevi nella misura in cui ti poni davanti a Gesù con serietà e con amore.

L’amore attraversa tutta questa nostra celebrazione come ogni celebrazione, ma la liturgia della Dedicazione di un altare è particolarmente ricca (l’abbiamo vissuta altre volte), perché della Chiesa esprime le sfaccettature del Mistero. Noi siamo qui riuniti per la riapertura della Chiesa parrocchiale, ma anche – momento solennissimo e che ci proietta per i secoli futuri, perché questo altare rimarrà, sopravviverà a tanti di noi, forse per secoli – per la consacrazione dell’altare che ci pone davanti al Mistero dell’altare.

Chi fra voi abbia il vizio di andare a Messa anche nei giorni feriali (pochi per la verità), qualche giorno fa, si sarà imbattuto in un brano di Genesi dove Abramo più volte costruisce un altare al Signore in momenti di difficoltà, in momenti di prova, ma anche in momenti in cui vede aprirsi una strada e, allora, dice il testo di Genesi, Abramo costruì un altare. Cosa significa “costruire un altare”? Significa consacrare quel luogo, significa innalzare da quel luogo una liturgia, un canto di ringraziamento, di lode. Ebbene, questo altare, che noi stiamo per consacrare e dedicare al Signore, alla Sua gloria, segna nella vita di tanti di noi una tappa e, quindi, ciascuno di noi dovrà dirsi: ma questo altare in quale momento della mia vita si pone? Sì, certo, siamo nel 29 giugno 2017, ma questa data vale per tutti, ma non tutti poi stiamo vivendo la stessa stagione di vita, non tutti stiamo vivendo dolori o gioie, non tutti ci troviamo ad uno snodo della nostra vita. Allora, chiedetevi: ma questo altare, nella mia storia, nella storia della mia comunità, di questa comunità – e per Don Luigi – questo altare a un anno dal giorno in cui il Vescovo mi ha affidato la cura di questa comunità, che significa? Come mi proietta verso il futuro? Come questo altare dice di me che devo essere consacrato? “Consacrato” significa portato fuori dalla profanità, dedicato. Su questo altare avrà, tra qualche istante, l’esclusiva Dio stesso. Su questo altare non potremo fare liturgie diverse dalle parole che Gesù ci ha trasmesso e noi vi celebreremo, alla fine, la prima Eucaristia. Quindi, che significa nella tua vita, Don Luigi, questo altare? Che significa nella vita di questa comunità questo altare? Dove si colloca? Cosa celebra, quale momento imprime, per sempre, come quando si incide sul marmo?, come quando, e lo vedremo tra poco, si versa olio sul marmo? Le donne che curano la cucina sanno bene come sia pericoloso versare dell’olio sul marmo, perché non si può più togliere, perché entra nei pori e, dunque, dice perennità, non è intercambiabile. La consacrazione è per Dio e basta. Ma come l’altare anche le nostre vite, anche la vita di questa comunità parrocchiale, che troverà intorno a questo altare motivi di vita, di morte, di dolore, di gioia: bambini che verranno per essere battezzati, bambini per la Messa di Prima Comunione, adolescenti per la Cresima, sposi per la celebrazione delle nozze… Tutto, in qualche maniera, converge verso l’altare.

Ovviamente, questo altare che io sto per consacrare significa nella mia vita quello che ognuno di voi ben sa, perché questa è l’ultima sera di Arturo, Vescovo di Teano-Calvi. Domani sera, a quest’ora, sarò Vescovo di un’altra Chiesa e allora abbiamo pensato, con Don Luigi, a questa espressione incisa sul marmo del retro dell’altare: “die novissima” (“Nell’ultimo suo giorno il Vescovo Arturo consacrò questo altare”), tanto che Don Geppino, scherzando (Don Geppino è l’autore di tante battute simpatiche nella nostra Diocesi, nel nostro presbiterio), ha detto che questa chiesa si sarebbe chiamata non più Santa Maria la Nova, ma Santa Maria la Novissima (a volte anche sorridere aiuta a sdrammatizzare).

Avete ascoltato, nella Seconda Lettura che Suor Nicoletta ha letto, che Paolo, scrivendo al suo discepolo, dice: Io so che il mio sangue sta per essere versato in libagione. Questo è un linguaggio liturgico. Cosa significa “versare il sangue in libagione”? Sarà quello che io farò col Crisma, cioè verserò il Crisma sulla mensa per consacrarla, perché nel rito dei sacrifici antichi si versava il sangue della vittima sull’altare. Allora, Paolo dice: io ho percezione che sto vivendo l’ultimo tempo e che, quindi, il mio sangue sta per essere versato in libagione. Si può versare il proprio sangue in libagione non solo come gesto ultimo nel “die novissima”, ma lo si può fare in certi giorni se lo abbiamo fatto nei giorni feriali, cioè se ogni giorno noi abbiamo versato il nostro sangue sull’altare, per i preti sull’altare della parrocchia, sull’altare della propria chiesa, per voi sull’altare della propria famiglia; versare il proprio sangue in libagione sull’altare di un Sacramento celebrato che scricchiola e che può ricevere forza da questo momento.

Ecco, cosa significhi questo altare per me è così evidente che non c’è neanche bisogno che io lo esprima più chiaramente, perché un altare è un’ara e l’ara è un luogo sacrificale, perché l’altare – l’ho spiegato in un altro Rito di consacrazione – è una mensa e dunque c’è bisogno di un pane da mangiare. Quindi, una vittima da sacrificare, ara; un pane da mangiare, mensa; ma anche un amore da consumare, da celebrare, da fare. L’altare è tutto questo: talamo, trono ed altare, anche talamo, perché è un letto, perché l’altare è per l’amore, non un amore qualsiasi, ma l’Amore per eccellenza. C’è un matrimonio indistruttibile, che dura da 2000 anni (altro che nozze d’argento, d’oro o di diamante), ed è il matrimonio tra Gesù e la Chiesa e questo matrimonio è indistruttibile e questo matrimonio è avvenuto sul legno, sul letto della Croce di cui l’altare è sacramento. Vedete quanta simbologia! Ma parlerà già da sola la liturgia nella quale adesso entriamo.

Allora, grazie, Signore, che mi dai la possibilità di chiudere il mio Ministero come Vescovo qui consacrando un altare, ricordando a me stesso che devo essere vittima con te, Gesù, vittima sulla Croce, che devo essere pane per le comunità cui mi mandi, che devo essere amore, altrimenti la mia vita non ha senso.

Carissimi, quello che chiedo per me lo chiedo anche per voi: sii anche tu vittima, sii anche tu sacerdote, sii anche tu pane, sii anche tu amore. Questo ed altro questo altare ci ricorda e ricorderà d’ora in poi. È un messaggio scritto meravigliosamente nel marmo, anche artisticamente pregiato con marmi policromi; è una lettera che noi stiamo scrivendo stasera alle comunità teanesi del 2050, del 2100, del 2500 (non vi sembri presuntuoso, è così), perché un altare non si cambia ad ogni stagione, un altare può durare anche un millennio. Allora, firmate anche voi con me questo altare, lanciate anche voi con me questo messaggio alle comunità future, che possano dire: nel 2006, nel 2010, nel 2017, c’era una comunità credente nella città di Teano e ci mandò una lettera che adesso, solo adesso, scopriamo, e questa lettera è l’altare.

Ma, attenti! Siate voi questa lettera, non di marmo, ma scritta nella carne, nel cuore, nella mente, nei giorni.

Amen.

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Saluto finale

Ringraziamo Don Luigi e tutti voi. Vi ricordo che scolpire un altare è un’opera mai compiuta: hanno cominciato gli scultori nel marmo, poi c’è stata l’acqua benedetta, poi la Preghiera di consacrazione, l’intercessione dei Santi, le reliquie, il Crisma, l’incenso, il bacio. I sacerdoti si devono ritenere fortunati, privilegiati, perché all’inizio e alla fine della celebrazione baciano l’altare a nome della Chiesa e baciano Gesù, non baciano un marmo, e quel bacio continua l’opera di scultura come la vostra preghiera, il vostro sguardo, la devozione, i fiori, i ricami: tutto quanto si farà intorno a questo altare entrerà in quest’opera progressiva di scultura. Quando finirà la scultura di questo altare? Alla fine dei tempi, quando non ci sarà più bisogno di altare, né di sacrificio, ma vivremo la liturgia faccia a faccia, non più nella distinzione tra Chiesa visibile e Chiesa invisibile. Coraggio a tutti per i vostri altari. A volte ci sono degli altari, nelle vostre case, molto dolorosi da custodire: i letti dei malati, il letto non sempre incontaminato della coniugalità, il rapporto con i figli, il lavoro con le sue difficoltà, la sua mancanza. Quanti altari aspettano i sacerdoti per il sacrificio!

 

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Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

 

 

 

 

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