Passaggio di testimone

San Clemente di Galluccio, 9 luglio 2017

Celebrazione eucaristica

presieduta da S. E. Rev.ma Arturo Aiello

in occasione dei 50 anni di presbiterato di Don Augusto e dell’inizio del ministero pastorale di Don Francesco come Parroco delle comunità di Galluccio, San Clemente e Sipicciano

Chiesa San Clemente

XIV Domenica del Tempo Ordinario/A

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Saluto iniziale

 

Queste comunità parrocchiali sono già in festa da ieri per il cinquantesimo anniversario (nozze d’oro) della Ordinazione presbiterale di Don Augusto e oggi questa celebrazione, in maniera molto semplice, come ha già annunziato Don Augusto ieri, segna un passaggio di testimone. Si resta, si cambia: due verbi che sussistono, coesistono nella vita della Chiesa. Ci leghiamo a Gesù, che è la roccia salda che non passa, anche in questa Eucarestia che ci accingiamo a celebrare in sua memoria, che è il memoriale del suo amore per noi, per la sua Chiesa. E per poter essere più degni e avere vesti degne di queste nozze dell’Agnello, chiediamo perdono dei nostri peccati.

 

Omelia

Siamo invitati a porre le nostre stanchezze, le stanchezze del cuore, sul cuore di Cristo: Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi. E la fatica del caldo è quella più leggera: ci sono ben altri pesi che portiamo sul cuore e che Gesù ci invita a riversare su di lui, sul suo cuore, per uscire da questa celebrazione ristorati, alleggeriti (deve essere così in ogni Eucarestia, ogni Domenica: veniamo appesantiti e ripartiamo leggeri).

Carissimi fratelli e sorelle, questa celebrazione – mi riferisco alla presenza del Vescovo – è fondamentalmente dettata dal cuore, nel senso che non ce n’era bisogno, canonicamente, avendo già, in precedenza, il Vescovo provveduto, d’intesa con Don Augusto, già dall’autunno scorso, alla nomina di Don Francesco come parroco di questa Parrocchia di Sipicciano e di Galluccio (Don Augusto, come egli stesso vi ha annunziato ieri sera, continua come amministratore a Vaglie). Perché il Vescovo è venuto? Per una esigenza di paternità, per incoraggiare Francesco, per ringraziare Don Augusto (non ho potuto farlo ieri sera), per la dedizione manifestata per queste comunità, per Tora e Piccilli in precedenza. Ricordo di averlo trasferito, ovviamente sempre di comune accordo, io stesso in queste comunità nei primi tempi del mio Ministero episcopale. Ogni cambiamento è, in qualche maniera, una prova, una prova del nostro amore per Gesù, per la Chiesa. Ogni cambiamento ci impaurisce – mi riferisco e a Don Augusto, che lascia almeno parzialmente, e a Don Francesco che subentra, e a voi che vivete questo momento – perché è un momento di verifica, perché scopriamo, mettiamo alla prova, verifichiamo quanto siamo legati a Gesù e alla Chiesa al di là delle persone. Il Vescovo stesso è in cambiamento, come ognuno di voi sa (a quest’ora dovevo essere già definitivamente fuori Diocesi) ma questi cambiamenti ci dicono: ma tu a chi sei legato? Ma tu chi stai seguendo? Le persone sono importanti, beninteso, sono delle mediazioni essenziali, ma restano delle mediazioni, perché due amori devono contraddistinguere la vita di un credente e tanto più di un prete: l’amore per Gesù e l’amore per la Chiesa, sua Sposa. In questi momenti, abbiamo la possibilità di verificare quanto siamo legati a lui, alla Chiesa, e quanto dinamiche umane forse accentuate, eccessive, ci abbiano seppur parzialmente distolto dal primo amore.

In una delle Lettere introduttive del Libro dell’Apocalisse, Gesù rimprovera ad una Chiesa di aver abbandonato l’amore di un tempo, il primo amore, quello che, dice il proverbio, non si scorda mai, ma poi scopriamo che si scorda abbondantemente. Fai tante cose, dice Gesù a quella Chiesa, ma ti sei staccato dall’amore primario, dall’amore di un tempo. Per voi, per Don Augusto, per Don Francesco, questo cambiamento è una prova del nove, come si sarebbe detto una volta (non so se esistono più queste cose a livello scolastico), è la prova del nove della vostra fede. D’altra parte, con Don Francesco siete già in affezione, avendo egli collaborato con Don Augusto per cinque anni, prima come seminarista, poi come diacono, poi come presbitero.

Cosa dire a lui, a Don Francesco, visto che il Vescovo è venuto per lui? Coraggio, perché ci sono dei giorni che si attendono, che si desiderano, quello dell’Ordinazione in particolare, ma poi anche quello in cui ci viene affidata, in prima battuta, una porzione di Chiesa, ma poi quando questi giorni vengono – sarà così anche per l’Ordinazione che voi aspettate, seppur da lontano ancora – quando arrivano questi giorni poi abbiamo paura, come per voi; magari anche 10 anni di fidanzamento, però all’atto in cui si segna la data del Matrimonio cominciamo a tremare, dicendo: ma ce la farò? Ma sono in grado? Ma saprò gestire una famiglia? Ma saprò staccarmi dalla mia famiglia di origine? Una serie di interrogativi e di paure. Quindi, il Vescovo è venuto a dirvi: Coraggio! Per dirla con le parole di Dio rivolte al profeta: Non dire: Sono giovane, ma va’ a coloro a cui ti mando. La giovinezza è una grazia, ma sempre di più sta diventando un pericolo, perché oggi la giovinezza si associa al non impegno. Don Francesco stesso, ogniqualvolta, in questi anni, gli ho fatto un rilievo, ovviamente con tanta dolcezza, subito si è difeso dicendo: “Ma io sono il viceparroco!” – adesso non può più dirlo – a dire: “Sì, ma c’è Don Augusto, è lui che deve rispondere”. È più facile fare il secondo che non il primo, perché poi tutte le difficoltà, le tensioni si scaricano su chi ha le responsabilità. E oggi i giovani hanno paura di assumersi le responsabilità, per questo non si sposano, per questo non hanno figli, per questo ritardano cose importanti della vita, hanno paura. Invece, bisogna buttarsi, nel caso nostro, nel caso di Don Francesco, confidando in Gesù.

Quando voi andrete a lamentarvi, qualche volta anche in una maniera piuttosto veemente, con Don Francesco parroco, poi lui a chi, su chi si appoggia? Per questo raccogliamo la parola di Gesù: Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi. E dopo una giornata di Ministero, i preti sono veramente oppressi, perché tutti i vostri problemi diventano i problemi del confessore, problemi del parroco, del viceparroco e, quindi oltre i nostri, ci accolliamo anche i vostri. È umanamente un’opera veramente rischiosa se dimentichiamo che il Pastore, il primo Pastore per eccellenza resta Gesù. Quindi, ogni sera, Francesco, riversa su Gesù le tue apprensioni, i tuoi dolori, le normali, eventuali incomprensioni che sempre si vivono tra il parroco e le proprie comunità parrocchiali.

Ci viene ancora dal Vangelo anche uno stile che, tra l’altro, è in qualche maniera congeniale a Don Francesco. Gesù dice: Prendete esempio da me che sono mite e umile di cuore e troverete ristoro per le vostre anime. “Mite e umile di cuore” è il contrario dell’arroganza, della violenza, del battere il pugno sul tavolo dicendo: “Il parroco sono io”. In un’altra celebrazione analoga, anche se quella era una vera e propria presa di possesso, raccomandai a un giovane parroco di non dire mai: “Il parroco sono io”, a chiudere un discorso, a chiudere una relazione, quasi a dire: ti ho ascoltato poi faccio di testa mia.

“Mite e umile di cuore” è un cuore accogliente e io vi auguro, auguro a voi, auguro a quelli di Sipicciano, a quelli di Galluccio, di incontrare, nel cuore di Francesco, l’umiltà del Cuore di Gesù, la misericordia del Cuore di Gesù, l’accoglienza del Cuore di Gesù. Vale per tutti, vale per i preti, in modo particolare, l’esigenza di assomigliare al Maestro (l’imitazione di Cristo attraversa tutta la storia della spiritualità): avere fede significa imitare Gesù, guardarlo, ascoltarlo, assumere su di noi i suoi tratti e la nostra vita spirituale è feconda nella misura in cui questa somiglianza, questa distanza tra noi e lui, in qualche maniera, si assottiglia. Dico “si assottiglia” perché non potremo mai essere somiglianti al 100%, ma questa tensione ci fa bene, perché ci ricorda qual è la forma che dobbiamo assumere, come dobbiamo diventare (questo non solo per chi è presbitero, parroco, questo riguarda anche voi).

E Gesù concludeva dicendo: Prendete il mio giogo sopra di voi. Ti auguro, Francesco, che questo passaggio di testimone da Don Augusto a te sia un giogo dolce, non ti pesi eccessivamente. Quando ti peserà eccessivamente significherà che farai conto solo sulle tue forze. Invece, è un giogo dolce e il giogo è ciò che pesa sul collo. Anche la parola “coniuge”, come vi ho ricordato tante volte in questi anni, viene da “giogo” (tra poco in questa chiesa si celebreranno delle nozze). “Coniugi” significa “con iugum”, portare lo stesso giogo, marito e moglie che tirano lo stesso carro; a volte, succede che tirate in direzioni diverse e allora si spezza il giogo e non si produce nulla, non si ara la terra, non si aiutano i figli.

Ti auguro, Francesco, che sul tuo collo, sul tuo cuore, assumere in prima persona la responsabilità di queste comunità significhi e si accompagni con l’esperienza di una dolcezza che ti può venire solo da Gesù: non ti verrà dalla comunità che pure, spero, che tu trovi docile, ma ti verrà dal Signore.

E un’ultima raccomandazione paterna, conoscendo Francesco bene (dal Vescovo Arturo ha ricevuto la grazia del Diaconato e del Presbiterato e riceve, ha ricevuto anche la responsabilità delle tre comunità parrocchiali): ti raccomando di dare il primato all’evangelizzazione rispetto al culto. Perché voi cosa chiedete al prete, sempre? Una messa, una benedizione, una celebrazione, una processione… Tutte cose importanti, ma che da sole non costruiscono la Chiesa. Che cosa bisogna chiedere a un parroco? Parlami di Gesù. Questa espressione, Francesco, non la sentirai quasi mai. Non so se Don Fabrizio, Don Luigi hanno mai sentito questa domanda, non so neanche se Don Augusto l’ha mai ascoltata in 50’anni di Ministero. Anche se non è forgiata in questa maniera, c’è un’esigenza di Gesù, più che del servizio sacramentale, che è importante, che fa la Chiesa, ma che ha bisogno di una relazione. Altrimenti, sapete che succede? Succede quello che accade nelle vostre famiglie, nelle vostre coppie: c’è anche una vita intima, ma non ci si parla e a questo punto, soprattutto le mogli insorgono, dicendo: ma a che serve se non ci salutiamo, se non ci diciamo buonanotte, buongiorno, se non ci raccontiamo le cose? Una vita coniugale che sia solo una vita sessuale anche se soddisfacente non credo che tenga a lungo. Così è nel nostro rapporto con Gesù. Allora, dovete pensare: vita sacramentale uguale vita sessuale. Ma poi ci parliamo? Che significa: preghiamo? Nel rapporto con Gesù significa: conosciamo la Parola? Seguiamo itinerari di catechesi? Perlopiù, ed è una pecca della nostra Diocesi e non solo, c’è una preponderanza di vita cultuale rispetto a una povertà di vita di evangelizzazione.

Allora, Francesco, il Vescovo “moribondo” – le parole che si dicono sul letto di morte valgono di più – ti raccomanda di privilegiare l’evangelizzazione rispetto alla celebrazione dei Sacramenti con una particolare attenzione ai giovani (l’ho detto tante volte in questi anni), che sono il futuro della Chiesa, con i quali un prete, tanto più un prete giovane, deve confrontarsi, deve trovare feeling, deve creare dei collegamenti, altrimenti Gesù non passa.

Ringraziamo il Signore, che ci dà la possibilità di rivederci, di essere insieme intorno all’altare, che ci vede protagonisti, non solo osservatori di questo cambio di testimone.

Diciamo grazie al Signore, grazie a Don Augusto, che con la sua esperienza potrà, saggiamente, fare da padre e da nonno a Don Francesco.

Grazie, perché in un parroco giovane vediamo ringiovanirsi la nostra Chiesa. Fate buon uso di questa grazia, voi, quelli di Sipicciano, quelli di Galluccio: raccogliete questa grazia. Non raccoglierla significa perdere un appuntamento con la storia e con la grazia.

 

Saluto finale

Don Francesco si impegna anche a fare omelie meno telegrafiche. Non deve, ovviamente, raggiungere l’esagerazione del Vescovo, ma estendersi un po’ di più (ma questa è piuttosto una battuta). Io mi auguro di sentire, seppur da lontano, buone notizie da voi, da lui, dalle vostre comunità.

I sacerdoti anziani non sono rottamati come qualcuno dice. C’è una bella tradizione sui 50’anni, nella storia di Israele, nella spiritualità di Israele (ovviamente si viveva molto di meno che oggi, l’età media era molto bassa): chi raggiungeva i 50’anni veniva esonerato da quello che era l’obbligo più grave per un israelita, che era partecipare alle guerre (e ce n’erano in abbondanza), quindi, veniva giubilato, si diceva, e il testo sacro dice che coloro che raggiungevano i 50’anni, i giubilati, potevano finalmente occuparsi dei vasi sacri. Anselm Grün, su cui l’edizione Quiriniana ha fatto fortuna per tutti i libretti che ha pubblicato, monaco tedesco, dice che significa occuparsi delle persone. Quindi, non avendo il peso della guerra e, nel caso specifico, Don Augusto, anche se resta amministratore della parrocchia dove risiede, Vaglie, non avendo più la responsabilità, può avere più attenzione alle persone, perché i vasi sacri siamo noi, sono le persone.

Auguro a Don Augusto, in questa sua nuova stagione di Ministero, di potersi occupare più distesamente dell’ascolto, delle confessioni, della direzione spirituale, della vita delle persone, così come il testo sacro dice dei giubilati.

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Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

 

 

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