Che rumore fa la felicità?

Avellino, 17 novembre 2017

GOOD EVENING

Che rumore fa la felicità?

Incontro per i giovani guidato da S.E. Mons. Arturo Aiello, Vescovo di Avellino

 

 

 

Comincia stasera un’avventura, che ci porterà lontano, in giro per la Diocesi, tra Natale e Pasqua, a incontrare i giovani anche nelle zone più lontane dal centro, più disagiate.

Good Evening innanzi tutto è “buona sera”, “sera buona”: è il saluto che normalmente ci si scambia la sera. Ci sono delle sere speciali nella vita dei giovani, nella vita di ciascuno di noi. La sera, che i giovani amano, può cambiarci la vita, in un senso o in un altro; ci sono anche vostri coetanei che la sera, la notte, perdono la vita o perdono il tracciato della vita.

Ma è anche God Evening, e cioè Dio. L’equipe di Pastorale Giovanile ha proposto questo titolo e abbiamo giocato su questo equivoco voluto: buona sera, sera buona, ma anche God evening, cioè Dio nella sera, Dio stasera, Dio che ti attende in certe sere, e questa è una sera speciale, come altre che vivremo, come quelle che vivete nelle vostre comunità parrocchiali, nei vostri gruppi. Quando Dio viene è sempre una sera speciale, una sera “wow” – dite voi – una sera coi fiocchi.

Facciamo anche memoria di una sera, di cui ascolteremo poi nel Vangelo, che cambiò la vita a due giovani come voi, due che cercavano, due inquieti … I giovani sono santamente inquieti, e non rinunciate a questa inquietudine, perché ci fa scavare! Chi non è inquieto è in via di morte. La vita di suo è inquieta.

Allora Good evening, God evening.

Dio, vieni questa sera. E già c’è: Lo invochiamo di nuovo con il Suo Spirito ripetendo il ritornello.

 

***

 

Ti ringraziamo, Signore,

per questo appuntamento col futuro

che dai alla nostra Chiesa di Avellino.

Noi che, come la moglie di Lot, del Vangelo di oggi,

guardiamo indietro e viviamo di nostalgie, di tempi andati,

siamo invitati a guardare avanti.

Ti ringraziamo perché in questi giovani

ci fai affacciare su un tempo e su luoghi

che non vivremo, che non vedremo, che non abiteremo,

ma attraverso di essi ci apri uno squarcio.

Manda il Tuo Spirito, come abbiamo invocato,

e fa’ che la Tua Parola riviva per noi questa sera.

Tu sei Dio e vivi e regni con Dio Padre

nell’unità dello Spirito Santo

per tutti i secoli dei secoli.

Amen.

 

***

 

Creiamo un grande silenzio, perché quando si proclama la Parola deve essere accolta, e l’accoglienza è il grembo. Questo grembo si chiama silenzio, quindi evitiamo di muoverci, ci cementiamo là dove siamo, chi può sedersi per terra lo faccia senza difficoltà, trovate una posizione comoda (stare in piedi non è proprio il top).

***

Dal Vangelo secondo Giovanni

Gv 1, 35-39

***

Questo è il testo che ci è donato. Non lo abbiamo scelto a caso, perché è il Vangelo scelto per il cammino verso il Sinodo sui giovani che la Chiesa vivrà nell’autunno dell’anno prossimo.

Cerchiamo d’entrare in questa scena.

Ragazzi, aiuta la meditazione l’immaginazione! Purtroppo oggi siete un po’ sminuiti nell’immaginazione rispetto ai tempi della mia giovinezza, perché avete tante immagini: basta cliccare e c’è tutto. Invece noi avevamo una grande fantasia, e la fantasia nel meditare il Vangelo è un aiuto.

Chi sono i personaggi?

Presentiamo innanzi tutto i personaggi di questo piccolo, preziosissimo brano.

C’è Giovanni, si tratta del Battista. Sta parlando con due giovani, sono suoi discepoli, fanno parte del suo gruppo (oggi diremmo: Scout, Azione Cattolica, CL, ecc.), fanno capo a lui, lo guardano con venerazione, è il loro maestro. Ma mentre Giovanni parla, o ascolta questi giovani che gli stanno comunicando delle cose, immediatamente si gira: sta succedendo qualcosa di là, e quindi anche i due si girano, e Giovanni indica un passante. Fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: “Ecco l’Agnello di Dio!”. È parola che noi ovviamente utilizziamo tante volte, ma allora era una “parola d’ordine”, era una sorta di parola esclusiva, una bomba: si aspettava l’Agnello, perché ne aveva parlato Isaia… Era come un agnello condotto al macello, leggiamo il Venerdì Santo nelle nostre liturgie.

La parola “agnello” significa “messia”: è Lui! Lo attendevano, era un tempo in cui c’era una forte attesa. Forse quel tempo in qualche maniera ha delle vicinanze con il nostro, ci sono delle attese anche adesso, anche se ci sembra che il futuro ci sfugga; l’aria era super elettrizzata come prima di un grande temporale, e quindi capite che questi due sono sconvolti dalle parole, dall’espressione, dal tono della voce del loro maestro che gli indica un altro: fissando lo sguardo su Gesù che passava.

Attenti, che Gesù passa anche stasera: alcuni di voi Lo vedranno, alcuni di voi Lo seguiranno, alcuni di voi saranno sconvolti da questo annuncio. “Agnello di Dio” significa il Salvatore. Diciamo con una parola più vicina al vostro vocabolario: la felicità.

Alzi la mano chi non vuol essere felice! Tutti? E certo! La felicità ci sta a cuore, non ci basta vivere … vorremmo vivere appieno, vorremmo vivere a duemila, vorremmo vivere cogliendo il meglio della vita, vorremmo vivere felici, non abbiate paura di questa parola. Molti dicono: la felicità non esiste, è un sogno, è una chimera, è un’utopia! Se vuoi essere felice, allora questo annuncio ti dice qualcosa.

I due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù.

Si tratta di un cambiamento di maestro, cambiamento di scuola: passiamo dalle superiori all’università, dalla triennale alla magistrale, da un maestro che ci abbia accompagnato a pianoforte per i primi anni e che ad un certo punto dice: Guarda, adesso devi andare da un altro maestro, perché va bene la diteggiatura (Enrico si è appena diplomato), ma l’altro ti farà fare un salto di qualità.

La domanda che ho da farvi è: ma tu un maestro ce l’hai?

Quando dico “maestro” a chi pensi?

Attenti, che non tutti i professori sono maestri, non tutti i genitori sono maestri, non tutti quelli che educano, o che dicono di avere questo compito, sono maestri! E chi è maestro allora? Tra dieci professori, venti, trenta del corpo docenti, uno solo. È uno su cui si punta il faro! E non è un superman il maestro: il maestro è uno che ti tocca il cuore, è uno che quando parla ti affascina, è uno che ti dice di te. E mentre parla tu dici: ma sta parlando a me! Siamo in cinquecento … in questo momento seicento, perché non sono bastati neanche i fogliettini che la Pastorale Giovanile ha preparato (siamo sempre di poca fede: il Vescovo ne aveva detti cinquecento, Don Marcello ne ha fatti seicento e neanche sono bastati!), può darsi che tra tutti uno dica: Sta parlando a me! Mi sta leggendo dentro, mi legge la mano! Mi legge il cuore! Mi fa battere il cuore!

Sapete, di un maestro (e non dobbiamo avere paura di questo verbo) ci si innamora!

Tu ti sei mai innamorato di un maestro? Non parlo della maestra delle elementari, tutti i bambini si innamorano della maestra, del maestro … Parlo di un professore, un docente incontrato al liceo o all’università. Vi scrivevo una lettera all’inizio dell’anno scolastico dicendovi di un grande psicologo, Recalcati, che dice: un’ora di lezione mi ha cambiato la vita. Ovviamente non era un’ora, era l’ora con quel maestro.

Allora poiché parliamo di maestri, c’è un cambio di maestri: c’è Giovanni che scompare e c’è Gesù che adesso compare all’orizzonte. Fermiamoci un attimo solo per dirci: ma io un maestro ce l’ho? Passa un attimo in rassegna velocemente, come le foto sul tuo cellulare, e guarda tutti i tuoi insegnanti, quelli che hai avuto, genitori, il parroco, l’educatore, il capo … e qualcuno tra questi volti si illuminerà: è il tuo maestro. Provateci.

***

 

Spero che si sia accesa una foto tra le tante che sono scorse, se avete fatto questo brevissimo, telegrafico esercizio. Però ho da darvi una brutta notizia: il maestro che adesso s’è illuminato, non è il Maestro, ma è uno che prepara la via al Maestro, perché anche Giovanni era osannato, anche di Giovanni il Battista i suoi discepoli erano innamorati, ma adesso passa Gesù di Nazareth, passa un altro Maestro. I due, sentendolo parlare così, si misero a seguire Gesù. Questo è il Vangelo: il Vangelo è seguire Gesù, mettendo i nostri piedi nelle Sue orme. Sentendolo parlare così, seguirono Gesù.

Gesù allora si voltò, e osservando che essi lo seguivano, disse loro: Che cercate?

Ci ha scoperti! Lo stavamo pedinando (così come una volta si pedinavano le ragazze), pensavamo di non essere visti, e a un certo punto si volta! Che facciamo? Tra l’altro, fa una domanda, e questa domanda è importantissima, potrei farla a ciascuno di voi stasera: Che cercate? Perché sei venuto qui? Mi ha portato il parroco, ho visto il video …

Che cercate? Questa domanda è fondamentale, perché l’uomo è un cercatore d’oro, come quelli che si mettevano in cammino a rastrellare tanta sabbia in cerca di una pepita d’oro, di un granellino d’oro. L’uomo è un cercatore, e se noi non cerchiamo, noi non siamo più uomini, non siamo più donne. Semplicemente vegetiamo.

Allora la ricerca è importante nella vita, nella cultura, anche nella fede. Bisogna cercare, e diffidate delle risposte preconfezionate, che basta mettere nel microonde ed è tutto pronto, delle cose precotte: ci sono dei prodotti precotti della fede, invece dobbiamo prendere tutti gli ingredienti e cominciare a impastare; magari la prima volta ci va male la torta … è così la fede, è così la ricerca. Cerchiamo utilizzando le indicazioni che ci danno gli altri, ma cerchiamo anche con la nostra intelligenza, col nostro cuore.

I giovani sono particolarmente sensibili alla ricerca (e che non sia solo la ricerca del posto nuovo dove hanno aperto una pizzeria, una birreria, un pub …), i giovani impiegano anche tre ore per decidere dove andare, poi si muovono e intanto … è finita la serata! Questo è il pericolo anche della vostra vita: a furia di sfogliare margherite “m’ama, non m’ama, m’ama, non m’ama …”, finiscono tutte le margherite della Diocesi e voi non avete ancora scelto niente! Non bisogna stare a guardare: bisogna rischiare! I due discepoli hanno rischiato.

La pista, che è stata preparata per il Sinodo, chiede che si vada a interrogare i giovani. Lo farò anch’io adesso, ovviamente solo con tre persone che abbiamo contattato, tra l’altro … non s’è presentato un maschio! Le donne sono più combattive, immediatamente: vengo io, io non ho timore di parlare davanti a tanta gente! I ragazzi si sono nascosti come … Fantozzi! La prossima volta daremo la parola anche a un maschio …

Allora “che cercate? Cosa cerchi?”. Lo chiediamo ad Anna, che ha diciott’anni.

Testimonianza

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Rossella ne ha venticinque ed è anche ballerina (ma lo vedremo dopo).

Testimonianza

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Annabella, che non so se viene insieme con Emilio, ne ha trenta.

Testimonianza

***

 

Il Vescovo non darà delle risposte, e sapete perché? Stasera scoprite una cosa importantissima: che le domande sono più importanti delle risposte, perché se ci fosse una risposta per ciascuna delle domande che sono state poste, allora chi vi sta guidando poveramente sarebbe Dio! Solo Lui ha la risposta per tutto, e noi dobbiamo imparare a stare nella domanda. Per esempio, Anna, che ci ha fatto una bellissima dissertazione sull’arte di essere fragili, deve imparare a stare nella fragilità! Rossella deve imparare a stare nella pazienza! E Annabella deve imparare ad aspettare il giorno del suo Matrimonio, che è a momenti, però Annabella, auguro a te e anche a Emilio che il giorno che vi sposerete possiate decidere di fidanzarvi, non con altri! Ma di nuovo tra voi! A dire che quando si arriva, si ricomincia, come dice un bellissimo testo, che forse conoscete, di Gilbran, il Profeta: quando sarai arrivato in cima al monte, è allora che comincerai a salire.

Stasera mettiamo queste domande insieme. Se avessi parlato tu, un altro minutino, solo un minuto, cosa avresti detto? Cosa cerchi? Cosa cerchi tu stasera? Cosa cercano i vostri ragazzi?

Il primo messaggio che ho ricevuto da Avellino è di due ragazze che si sono anche firmate (ma probabilmente non sono loro). L’ho trovato sulla panchina della villa comunale. Ogni mattina lo leggevo e lo sentivo rivolto a me, Pastore di questa Chiesa. Era scritto così: noi ci facciamo le canne, così ci siete tutti più simpatici.

Adesso ridete, ma andate a controllare: è scritto su una panchina della villa comunale. Ogni mattina, quest’estate, andavo a dire il Rosario, mi sedevo su quella panchina e mi confrontavo con queste due che si fanno le canne, così vedono tutto più scintillante … ma mi chiedo: bisogna farsi gli spinelli per vedere tutti più simpatici? Dobbiamo cercare esperienze eccedenti? Forse non dobbiamo cercare nella semplicità, nella relazione, senza ricorrere a effetti speciali come la canna e altre sostanze? Mi ha interpellato molto questo messaggio, perché mi hanno detto: E tu, Vescovo Arturo, tu che fai? Cosa rispondi a queste due che si fanno le canne così vedono il mondo più scintillante? Come puoi prenderle per mano per far capire loro che forse la fragilità, come diceva la nostra prima interlocutrice, è un bene? C’è una bellezza nella semplicità: c’è una bellezza e c’è una felicità nelle cose semplici.

Allora la domanda è: tu che cosa stai cercando? È importante che lo sappiate. Cosa cerchi? Nel Piccolo Principe, il piccolo principe e l’aviatore si mettono in cerca di un sorso d’acqua perché sono assetati, e dicono: il deserto è bello perché da qualche parte ci sarà un pozzo. Se tu hai sete e ti metti in cammino, il pozzo lo trovi. Domanda: io cosa sto cercando?

Gli risposero… La prima cosa che viene in mente a uno dei due è bellissima. A volte, le risposte che vengono istintive sono le più profonde, non devi pensarci su eccessivamente. Annabella anche per sposarsi non deve pensarci su eccessivamente, e ci sono delle scelte che bisogna fare buttandosi.

Rabbì, dove abiti?

Innanzi tutto dicono “rabbì”, cioè riconoscono che Gesù è non “un” ma “il” Maestro. Rabbì, maestro. Non so se avete mai detto Maestro a Gesù. Maestro è una parola bellissima detta a Lui, perché Lui ci dice parole vere, parole che non passano, parole aggrappandoci alle quali supereremo anche le crisi più nere, le notti più oscure, anche il buio della morte. Maestro. E poi: dove abiti? Che non significa “dove fai scuola”. “Dove abiti?” oggi significa: mi dai il cellulare? Mi dai il tuo indirizzo email? Eppure non è questo. Non vogliono sapere l’indirizzo, non andranno a cercarlo sull’elenco telefonico, o su Facebook o su WhatsApp! Ma esprimono un desiderio d’abitare con Lui.

Ragazzi, voi riuscirete nella vita se avrete questo desiderio, qualsiasi sia la vostra strada, e il vostro sogno! Abbiamo ascoltato sogni di matrimonio belli: queste coppie resisteranno se abiteranno con Gesù.

Quindi, qualsiasi sia la tua strada, il tuo sogno (voglio fare l’ingegnere, l’inventore …), tu devi imparare a stare con Gesù. E nel Vangelo Gesù disse: Venite e vedrete. Non dà l’indirizzo.

Speriamo (e questo è il sogno che abbiamo con i preti) di poter dire: vai ad Atripalda … in quella parrocchia, vai a Serino … a Santa Lucia … vai lì. Cioè speriamo d’avere una cartina geografica di luoghi belli dove si impara Gesù, e non al catechismo, ma si impara vivendo, si impara guardando, si impara ascoltando, si impara stando in silenzio.

Dice il brano che quel giorno rimasero con lui ed erano circa le quattro del pomeriggio. Good evening! Per noi le quattro sono ancora pieno giorno, ma in Oriente non è così. Ad un certo punto, se siete stati in Terra Santa, crolla il buio, senza neanche quella cerniera prima del tramonto. Quindi le quattro è già notte, i pullman ritornano negli alberghi … Si fa buio, i due tergiversano e dicono (magari potrebbe succedere stasera, ma padre Egidio non sarebbe entusiasta!): vogliamo restare qui, vogliamo restare qui tutta la notte … State tranquilli, era soltanto una provocazione! Si guardano e dicono: Speriamo che non ci metta alla porta, speriamo che non ci cacci via come fanno i sacristi delle nostre chiese, i vizi di tutti i sacristi che cacciano via le persone, come se fosse un ufficio! Ma io resto qui, dove vivi tu (diceva una canzone della mia adolescenza!), io mi fermo qui dove vivi tu. Com’è bella la casa delle persone che amiamo, degli amici a cui siamo affezionati … Quella casa ci parla della persona, la persona è una casa!

Allora adesso faremo un piccolo esperimento, si abbassano le luci, e prendete il foglietto su cui c’è un canone nella quarta pagina:

Questa notte

non è più notte davanti a te.

 

Mi piace contestualizzare questa espressione del Salmo 138, pensando ai due che stanno accanto al fuoco (c’è un fuoco anche qui davanti all’altare), e che dicono: Adesso stiamo qui, è notte, ma non è più notte. Cantiamolo insieme.

 

Canone e recita del Salmo 138

***

 

Abbiamo pregato insieme il Salmo 138, poi ve lo andrete a cercare su Internet: è una preghiera da imparare, la preghiera dello sguardo di Dio su di me da sempre, che riesce a scovarmi anche nel peccato, anche nella notte.

Non ci crederete, ma abbiamo invitato un cantante alla nostra preghiera, perché questa è la vostra preghiera, e la preghiera si fa con il linguaggio dei giovani. È con noi Niccolò Agliardi, che ci canta tutto per noi “La tua felicità”. Seguiamo il testo sul foglietto.

 

***

 

La tua felicità

N. Agliardi

 

E se provassimo a trovare un’altra forma

O se dovessi far da solo; solo un’altra traiettoria

Fino a scoprire che l’antidoto alla mia malinconia

È una felicità, e non per forza la mia

Io da una vita ti difendo

Dalla banalità del mondo

Che non è così innocente, come te

L’indispensabile è la traccia del momento

Lo so da come ci vestiamo

Dall’eleganza del silenzio

Che servirà pure a qualcosa il tuo rigore

La mia età

La mia stazione, la tua felicità

È qualche giorno che ti penso

E sotto un cielo basso e denso

So che tutto è lieve attorno a te

Stai, dove stai bene, stai

Fatti felice se puoi

Io ti cammino di fianco

E tu non perdermi mai

Tu non mi perdere mai

Fatti felice se puoi

Io ti cammino di fianco

Io ti cammino

Così mi chiedi se chi siamo conosciuti

Quand’eravamo più distratti, più bugiardi o innamorati

Ma servirà pure a qualcosa un fazzoletto a chi ce l’ha

Se mi commuove, la tua felicità

E sotto un cielo basso e denso

Con gli occhi stretti e un bene immenso

So che tutto è lieve attorno a te

Sei dove volevi e stai

Fatti felice che puoi

Io ti cammino di fianco

E tu non perdermi mai

Io ti cammino di fianco

E tu non perdermi mai

Tu non mi perdere mai

Fatti felice, se vuoi

Io ti cammino di fianco

Tu non mi perdere mai

***

Che c’entra questa canzone? C’entra innanzi tutto perché accostiamo alla Parola, quella eterna, anche il testo di un cantautore che ci parla della felicità. Voi dite: ma che c’entra la felicità con quello che stiamo dicendo?

Erano le quattro del pomeriggio, e questa data e quell’orario si era impresso nella mente. Pensate che quando si scriveva il Vangelo di Giovanni erano passati circa quarant’anni e anche di più da quando era successo quel fatto, ma è tutto chiaro: l’ora della felicità è un’ora che si imprime.

Mi è piaciuto, mi piace pensare che questo messaggio lo dia Gesù ai due e a noi stasera:

 

E se provassimo a trovare un’altra forma,

o se dovessi far da solo; solo un’altra traiettoria,

fino a scoprire che l’antidoto alla mia malinconia

è una felicità e non per forza la mia.

 

Può darsi che la via della felicità non è la mia felicità ma la tua felicità, renderti felice. Chi viva un amore sa bene quello che sto dicendo, e cioè che finisco di pensare a me e mi metto in un atteggiamento estroverso. Spesso non siamo felici perché siamo introversi, centrati su di noi: quello che mi spetta, quello che mi devi dare, quello che i genitori, quello che la scuola … Invece forse l’antidoto alla mia malinconia è una felicità, e non per forza la mia. E poi Gesù interviene come Maestro e ti dice:

 

Io da una vita ti difendo

dalla banalità del mondo

che non è così innocente, come te.

 

Questa cosa vale in particolare per gli adolescenti presenti … magari i giovani saranno già forse un po’ al sicuro, ma voi adolescenti attenti! Tante sere tornate a casa e dite: Ho perso una serata. Tutto qui? Era questo tutto quello che dovevamo fare? E torniamo a casa tristi … Questa è la banalità del mondo.

Prima si diceva che è banale anche il male: la banalità del male.

 

L’indispensabile è la traccia del momento,

lo so da come ci vestiamo,

dall’eleganza del silenzio,

che servirà pure a qualcosa il tuo rigore,

la mia età,

la mia stazione, la tua felicità.

 

E qui sono io:

 

È qualche giorno che ti penso.

 

Io pensavo a questa serata da molto tempo: ma cosa faremo? Poi ci siamo messi insieme con l’equipe di Pastorale Giovanile, e ieri sera ancora stavano a discutere al piano di sotto, vedevo le luci accese … Noi vi abbiamo pensato, sapete … è un po’ di mesi che vi penso, che vi pensiamo.

 

e sotto un cielo basso e denso

so che tutto è lieve attorno a te.

 

Ma tu non lo sai, non te ne accorgi.

 

Stai, dove stai bene, stai

fatti felice se puoi

 

E sotto: fatti felice che puoi!

 

Innanzi tutto bisogna volerlo, perché attenti: tanta vostra infelicità ve la provocate con le vostre mani! Fatti felice se vuoi: non possiamo costringervi a essere felici! Se la felicità fosse una costrizione, sarebbe una grande infelicità. Va scelta e a volte ha un prezzo. Allora fatti felice se puoi, fatti felice che puoi!

 

Io ti cammino di fianco

e tu non perdermi mai.

 

La tua felicità dipende dall’accesso, dalla password che dai a Gesù della tua vita.

 

Adesso riascoltiamo. Io ho chiesto a Carmine Pagano (ci conosciamo da un po’ di tempo) di fare una coreografia su questa canzone, e lui, maestro di danza, ha messo su le sue forze, perché anche i gesti della danza sono una preghiera. Ho detto alle ragazzine: voi avete danzato altre volte, magari per fare il saggio, ma stasera danziamo per Gesù. Questo lo sa bene Carmine, ma bisogna ripeterlo a quelle che stanno in tutù e che pensano che è il saggio di fine anno … no, è la preghiera! Allora riascoltiamo guardando questa coreografia che parte dal fondo.

 

***

 

Ci fermiamo per un attimo. Ci sono persone che si sono ritrovate nella coreografia che Carmine ha allestito per noi, che erano sole e si sono incontrate, perché la fede è una storia d’amore. O cominciamo a pensare il nostro rapporto con Gesù come il rapporto di un uomo con una donna o noi siamo fuori strada, diventa un fatto di mente. O pensate la fede come una storia d’amore – ho trovato la felicità, dove abiti? Mi fermo a casa tua. Dormo con te stasera, Gesù? – o sono fuori strada.

Forse la felicità è a portata di mano, io posso averla. Questa felicità ha un nome e si chiama Gesù. In Lui sono possibili tutte le altre felicità, senza di Lui non esistono altre possibilità d’essere felici.

 

***

 

Don Marcello, direttore, ci dà qualche avviso. Il vero regista della preghiera è stato lui; ci dice qualcosa, poi vi do la benedizione.

 

***

 

Siate felici, che potete!

 

***

Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

 

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