Ci salva la bellezza

24 febbraio 2018

Celebrazione Eucaristica

presieduta da S. E.Mons. Arturo Aiello

II Domenica di Quaresima/B

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La seconda Domenica di Quaresima prevede sempre la tappa sul monte Tabor. Anche noi ci rechiamo in pellegrinaggio a quel monte col cuore: è un pellegrinaggio da fare spesso per guardare da lontano la nostra vita. Anche l’Eucarestia – ogni Eucarestia – è salire sul Tabor con Gesù, in disparte, nonostante vi portiate i problemi che avete appena lasciato a casa, senza smettere di preoccuparvi. Saliamo con Gesù su questo monte.

Abramo, nella Prima Lettura, è salito sul monte che Dio gli ha indicato, per compiere un gesto difficile. Invece il monte della Trasfigurazione apre un’esperienza bellissima che si chiama appunto Trasfigurazione. Noi dobbiamo re-imparare il verbo trasfigurare.

Che succede sul monte?

Gesù ha appena parlato della Sua Passione e i discepoli sono impauriti; quando solo l’ombra del dolore ci copre e non ancora è scoppiato in pieno quel dolore, siamo impauriti, tremiamo, pensiamo di non farcela. Per questo, Gesù sceglie i tre: per un anticipo di Risurrezione. Questa è una Domenica luminosa, pur nelle giornate piovose di questi giorni, pur nella rigidità dell’inverno, pur nell’austerità della Quaresima, ma c’è uno sprazzo di luce per incoraggiarci, per dire che il dolore, la difficoltà non è la parola ultima. La parola ultima è la gloria.

Sul monte, Gesù viene visto in maniera diversa, inedita, scoperto, riscoperto. Faccio un esempio apparentemente molto banale, ma che riguarda la vostra vita. Se siete in crisi con vostro marito o con la moglie, forse sarà il caso di progettare una vacanza.

Che c’entra questo con il Vangelo?

Questo brano del Vangelo è una piccola vacanza spirituale. Quando sono in difficoltà, potrei offrirmi una vacanza spirituale; per esempio, un ritiro spirituale o un corso di esercizi (che è il massimo del massimo) per re-incontrare il Gesù che ho seguito nella mia giovinezza e la cui immagine si è un po’ offuscata a furia di camminare, a furia di problemi, a furia di scosse telluriche. Quindi andare in vacanza in un momento di crisi è lasciare le preoccupazioni, le bollette, i figli, le tensioni, per offrirsi un momento per noi due, per ritrovarci.

Mi sono sempre chiesto, meditando questo brano: ma Gesù è veramente cambiato? O sono cambiati gli occhi dei discepoli? È una domanda difficile e intrigante. La Trasfigurazione è avvenuta nella persona di Gesù o negli occhi, negli “occhiali” di Pietro, Giacomo e Giovanni?

Perché un mediatore familiare dice ad una coppia in crisi di andarsi a fare una vacanza?

Per uscire da un ambiente angusto dove c’è la crisi per incontrare l’altro in un orizzonte.

Perché forse in un’altra condizione più distesa, più serena, posso vedere mia moglie, mio marito con occhi nuovi, oppure possiamo vedere la nostra crisi con più ottimismo, possiamo capire che è un momento di crescita, più che un momento in cui stiamo precipitando.

Noi, continuamente, dobbiamo guardare la nostra vita trasfigurandola. Ognuno di noi è venuto qui stasera portandosi tanti problemi: questa Eucarestia non te li risolve, ma ti dà uno sguardo nuovo, perché tu possa guardare ciò che ti pesa sul cuore in una maniera diversa, da un’ottica nuova. E quest’ottica nuova ti abilita a trasfigurare il problema, a trasfigurare la persona, a trasfigurare il momento che stai vivendo. Trasfigurare significa vedere dentro il problema una luce nuova. È interessante questo paradigma di vita. Dovremmo diventare bravi a trasfigurare anche una pietra, anche un ambiente squallido, anche un momento buio, andando oltre.

C’è la possibilità di guardare la realtà nella sua oggettività, fotografarla, e questo significa figurarla, raffigurarla. Poi posso sfigurarla. Noi abbiamo il potere di raffigurare le persone rendendole più brutte. È sempre il mio sguardo che mi fa vedere la realtà in una maniera o in un’altra, ma con buona pace è sempre possibile vedere la realtà nella sua oggettività oppure graffiarla, ridurla al peggio (sfigurarla).

Il terzo verbo è trasfigurare, che è fare un salto rispetto alla realtà, aderendo a ciò che non si vede immediatamente ma che è dentro la realtà. Questa operazione, che è un dono per i tre, avviene per Pietro, Giacomo e Giovanni, che adesso vedono Gesù nel “tra” della luce, come è nel Suo mistero, ma prima non l’avevano visto e restano ammirati. Pietro dice (è importante questa espressione che sembra esser detta da uno che non sa cosa dire, imbambolato): “è bello”. Per esempio, per te stasera è bello stare qui a Messa? Noi non riusciamo a dire “è bello”? È bella la mia vita, è bello questo momento, è bella la nostra famiglia che ha superato tanti naufragi, è bella questa relazione, è bella la nostra fede…

Il problema dell’evangelizzazione è proprio questo: non riusciamo a far vedere la bellezza della fede. Non bisogna dimostrarla, non bisogna fare grandi ragionamenti: bisogna mettere le persone a contatto con la bellezza del credere, con la bellezza della Chiesa, con la bellezza di una vita dove Gesù è compagno di cammino, è Pane, è Parola che guida.

Per te è bello essere sposato? Per me è bello essere Vescovo? Per Angelo è bello essere prete? Per le suore è bello essere nella comunità? O è solo un peso? Se è bello, allora vale la pena di ricominciare.

Infine, nell’ordito di questo brano, di questa esperienza, c’è quello che noi stiamo vivendo: una liturgia della Parola, perché insieme con Gesù, dice l’evangelista Marco, apparve Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Mosè ed Elia sono i rappresentanti delle due tradizioni del Vecchio Testamento: i profeti e la legge. Quindi è come se Gesù si stesse confrontando con quello che di lui dicono Mosè ed Elia, ma anche i discepoli leggono Gesù alla luce di quello che gli Ebrei conoscono, profezie pronunciate sul Messia. Anche noi, dopo duemila anni, guardiamo Mosè, Elia e Gesù, ci confrontiamo con questa Parola e diciamo: anch’io devo salire sul monte della Trasfigurazione.

Ci salva la bellezza, dice Dostoevskij nel romando L’Idiota. Se la tua vita è bella, allora è degna d’essere vissuta. Alla fine della nostra vita dobbiamo poter dire: sì, ho avuto tante difficoltà nella mia vita, tante prove, ma è stato bello… è stato bello vivere, è stato bello essere qui, è stato bello aver vissuto in questo orizzonte. Mi viene in mente una poesia di Renzo Barsacchi sulla morte:

«Portami via per mano ad occhi chiusi»

Perché il poeta chiede a Dio, il giorno della morte, di portarlo via, bendato?

Perché non pensava che il mondo, abbuiando, divenisse così bello.

Noi non siamo solo i cantori della vita eterna. Guai se non sperimentassimo la bellezza dello stare qui! Guai se non ci sforzassimo di rendere bello questo ambiente!

Rendiamo più bello il nostro mondo, questa città, la nostra casa.

“È bello”. Vi auguro di poterlo dire della vostra vita.

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Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

 

 

 

 

 

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