Questo è il mio Corpo

3 giugno 2018

Celebrazione Eucaristica

presieduta da S.E. Mons. Arturo Aiello

Solennità del Corpus Domini

Omelia

 

D’estate, a causa del caldo, chiudete la stanza da letto?

La domanda non è provocatoria, ma è in piena attinenza con quanto stiamo celebrando, nel senso che noi mangiamo sempre, quando fa caldo e quando fa freddo: non è il caldo che impedisce le cose importanti nella vita! Dunque offriamo al Signore questo piccolo sacrificio, dal momento che Egli ha affrontato per noi ben altre difficoltà.

 

Questo è il mio Corpo. Adesso è il nostro corpo sudato, che gronda sudore… Il corpo è al centro della Celebrazione Eucaristica: il corpo che parla di noi nella Liturgia della Parola, tra qualche istante il Corpo del Signore che palpita nelle nostre indegne mani (mi riferisco alle mie, non di questi santi sacerdoti che concelebrano con me).

 

Questo è il mio corpo. Che cosa ha voluto dire Gesù quella sera? Questo Mistero, che è al centro della vita della Chiesa, non è ancora al centro delle nostre vite. Anche se non lo dite, lo sottolineate e lo sottintendete quando viene imbandita una mensa. Voi donne, per i vostri mariti, per i vostri figli, cosa avete inteso dire? Favorite, accomodati: oggi è festa. La festa si fa in un solo modo, da che mondo è mondo: mangiando insieme, vivendo la convivialità. Vedete come la vita è dentro il Mistero, che Gesù ci ha lasciato, del Suo Corpo e del Suo Sangue? Disse queste parole su una mensa su cui si profilavano ombre tenebrose, terribili … Era una mensa tempestosa, quella dell’Ultima Cena, e noi lo diciamo ogni volta nelle parole della Consacrazione: nella notte in cui fu tradito. Nella sera, nella notte, quando Giuda uscì ed era notte; sul cenacolo, nel cuore del Maestro, nel cuore dei discepoli si addensavano nubi di tempesta, che di lì a qualche ora sarebbero scoppiate in lacrime, in sangue, in grida: crucifige!

 

Questo è il mio Corpo. È il Tuo Corpo bambino, ancora sporco di sangue, caldo sulle ginocchia di Maria, come il nostro corpo il giorno in cui siamo stati partoriti alla vita. È il Tuo Corpo adolescente che si perde nel Tempio, forse scorrendo con l’indice, come facevamo noi da bambini per seguire, il rigo della Parola, la prima volta che Ti fu data di leggerla, come accade ancora oggi nel rituale ebraico. È il Tuo corpo giovane (immaginiamo i bicipiti gonfi nella bottega di Giuseppe, nel biancore che viene dalla pialla, che imbianca le Sue vesti…).

 

Questo è il mio Corpo. È il Tuo Corpo di uomo che parla, che lascia il padre e la madre perché l’età adulta è segnata dalla partenza per inseguire sogni, dietro le parole taglienti del Tuo maestro, il Battista.

Questo è il mio Corpo. È il Tuo Corpo, Gesù, quello che camminava per le strade polverose della Galilea, lungo le rive del Giordano, è il corpo davanti a cui si frenava la morte, è il Corpo che piangeva davanti a Gerusalemme, davanti alla pietra fredda della morte, e anche noi sperimentiamo tante volte la freddezza della lapide che chiude una tomba. È il Tuo Corpo che moltiplica il pane, che prega, che affascina, che fa dire a una donna: Beato il grembo che ti ha portato, il petto che ti ha allattato!

È la sera dell’Ultima Cena (ultima in vita, perché non ce n’è un’altra) e anche noi stasera attingiamo pane da quella mensa e vino da quel calice, il Santo Graal. Il Tuo Corpo, tra qualche istante, sarà tradito, abbandonato, rinnegato dai tuoi amici, e legato, preso, schiaffeggiato, flagellato dai tuoi nemici: è lo stesso Corpo, in un gioco d’anticipo sulla mensa, prima del legno della croce. È il Tuo Corpo che pende dal legno, quel legno da cui ci consegni Maria come Madre (siamo nella Parrocchia del Cuore Immacolato di Maria).

È il Tuo Corpo Risorto, che vince il peso di gravità e ogni bisogno, che incontra i discepoli esterrefatti, col cuore che scoppia di gioia. È il Corpo che passa attraverso le porte senza alzare il chiavistello, per incontrare i discepoli nel Cenacolo, è il Corpo che sale al cielo, è il Corpo della Chiesa, che continua la Tua missione.

In questi duemila anni, tante persone si sono succedute intorno a questa mensa, ancora quella, l’unica, l’ultima, quella da cui partiremo sazi per l’eternità.

È il corpo dei nostri preti, dei parroci di questa città, che ogni giorno, ogni Domenica, imbandiscono la mensa, e ripetono i Tuoi gesti e le Tue parole, per persone sempre più sazie, per mense sempre più disattese. Parlo così considerando l’età media di questa comunità raccolta intorno all’altare (non potevo non sentire una fitta), e mi son chiesto: i giovani non mangiano?

È il Corpo della Chiesa, è il mio corpo, è il Corpo mistico di Cristo, è il Corpo che vivifica con la sua parola e il suo magistero Papa Francesco, che in questa Diocesi è indegnamente raccolto dal sottoscritto.

È il Corpo dell’uomo di oggi, di questa città che aspetta la Risurrezione, che forse è moribonda, è il corpo dei nostri giovani che vanno in cerca di dignità e di lavoro.

È il corpo di 139 dipendenti dell’Ipercoop … vedete come le immagini si sovrappongono e si attualizza la mensa di duemila anni fa, che è questa mensa! Il corpo dei 139 dipendenti, venduti al nuovo acquirente, che non ha nulla che farsene, e li schiaccia come col pollice le formiche, ma sono corpi, sono famiglie, è pane anche quello, pane che viene a mancare!

L’Eucaristia è il Sacramento più concreto, perché è fatto di corpo, è fatto di pane, è fatto di parola è fatto di sangue, è fatto di morte e di vita, e dunque nell’Eucaristia ha cittadinanza ogni esperienza, anche di quelli che non sanno che stiamo celebrano anche per loro! Stiamo imbandendo una mensa per i nostri figli, che domani chiederanno pane (come dice il Profeta) e non ci sarà chi gliene dia, perché non ci saranno preti!

Qualcuno (mi è stato riferito, raccolgo tutte le provocazioni) vedendo il Vescovo che partiva per gli Esercizi Spirituali per individuare eventuali nuove vocazioni, ha detto: Ma che va a fare? Tanto siamo gli ultimi…

Non siamo gli ultimi! Siamo i primi! Dietro di noi verranno ancora tanti!

Dunque questo pane ha bisogno di queste mani, ha bisogno dei vostri parroci che sono qui, quelli presenti e quelli assenti, ha bisogno che noi impastiamo il pane e la storia, i sentimenti di oggi, il caldo, la fretta, e l’abbraccio, l’addio e la violenza! Le nostre mamme, quando eravamo bambini, ci dicevano che a tavola succedevano tutte le tragedie: i bambini facevano i capricci, i fratelli bisticciavano … E così anche sulla mensa del’Ultima Cena … non è una mensa da vetrina, è una mensa vera e, come tutte le mense vere, è addolorata, è tesa, è un luogo di scontro: dovrebbe essere una mensa di comunione, ma sta per diventare una mensa di divisione.

Allora chiediamo a Gesù, come recitava la preghiera antica eucaristica della Didaché: come questo pane era disperso sui monti in vari chicchi e, raccolto, è diventato un pane solo, così si raccolga la Tua Chiesa.

Così, Signore Gesù, si raccolga la Chiesa che è in Avellino, dispersa e salvata da Te, unificata e trasformata in Pane nuovo. Amen.

 

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Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

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