L’amore è eclissarsi

27 luglio 2018

GOOD EVENING

I giovani incontrano il Vescovo

SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE

Incontro guidato da S.E. Mons. Arturo Aiello, Vescovo di Avellino

Monfredane (Av)

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È inutile dire che abbiamo progettato questa serata prevedendo l’eclissi di luna, che si svolge qui, alle nostre spalle, davanti a noi.

Diciamo grazie – poi lo faremo alla fine con un applauso – ai maestri Marco Napolitano, Domenico Ferraro, Pasquale Falzarano e Samuele D’Iglio che costituiscono il Quartetto.

Abbiamo pensato a questa serata come un invito a corte – siete stati anche accolti da dame e cavalieri in abito d’epoca – per fare un tuffo in questa meravigliosa cornice, che è il castello di Montefredane. Diciamo grazie al sindaco, all’amministrazione comunale, al parroco, che ci ospitano.

Il tema non è Shakespeare (“sogno di una notte di mezza estate” era solo riferito al fatto che siamo a metà estate), ma intendiamo coltivare il sogno intorno alla vita a corte, vogliamo rivalutare la cortesia, dote oggi piuttosto rara, per riandare col pensiero (e non solo) a un tempo in cui c’erano dei rapporti che forse vanno recuperati, di relazione dolce, che sono appunto i contatti e i rapporti cortesi, a corte. Per questo immedesimiamoci nell’atmosfera.

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Perché siamo invitati a corte? Perché il castello, anche da un punto di vista architettonico, stava al centro della costruzione, ed era anche il cuore di una città, di un paese, di una contrada, era anche il cuore di Montefredane che ci ospita questa sera.

Perché tornare alla cortesia? Perché è un atteggiamento poco comune, siamo più inclini ad aspetti aggressivi nell’incrociare altre persone, o nell’incrociare altri veicoli sulla strada, che il tema del galateo dell’incontro cortese, di una parola buona, di uno sguardo che non vada immediatamente all’impellente, al necessario, credo che oggi sia particolarmente esigito.

Intorno alla corte nascono le parole: corte, cortesia, corteggiare. Vorrei fermarmi un attimo sul verbo corteggiare: un’arte che sempre di più si perde. Stasera due giovani possono incontrarsi e immediatamente – noi diremmo – andare al sodo con superficialità, perdendo di vista una serie di passaggi, di sguardi, di parole, di lettere, di messaggi, di piccioni viaggiatori, di ballate che debbono portare un messaggio, di incontri furtivi, di appuntamenti, di postazioni … Tutto questo rischia d’andare perduto.

L’arte di corteggiare oggi non esiste più.

L’arte di corteggiare è l’arte di aspettare, perché chiede tempo, perché interroga il volto dell’altro, perché fa pensare a un dono, perché mi fa sognare, perché non mi fa dormire, perché mi fa poetare … Tutto questo chiede del tempo, e oggi noi non ne abbiamo. Noi scappiamo, corriamo, e quindi magari siete arrivati anche qui con il fiato in gola … magari per alcuni di voi Montefredane è una scoperta stasera (e sarà una bellissima scoperta!).

Invece bisogna fermarsi e guardarsi, ritrovare quest’arte che si impara a corte, dove l’uomo e la donna si avvicinano (direbbe il Piccolo Principe) a piccoli passi verso la fontana, senza correre, perché la corsa fa perdere il meglio. Magari uno dei giovani presenti potrebbe raccogliere questa provocazione del Vescovo: imparare che l’amore è fondamentalmente attesa dell’amore, e che quando ce l’abbiamo, l’abbiamo già perso. Allora forse conviene attenderlo! Lo avevano in qualche maniera compreso nel Medioevo, dove c’era un’attesa esorbitante; e non solo nel Medioevo: basta pensare ai nostri genitori o ai nostri nonni, che avevano un lungo tempo d’approccio, benché avessero pochissime possibilità d’incontrarsi faccia a faccia da soli.

L’assenza del corteggiamento sta facendo morire l’amore, come sta facendo morire la fede, perché anche la fede è un corteggiamento, perché nella fede bisogna saper aspettare. Dice un proverbio napoletano che chi non sa aspettare non riceve grazie, non riceve miracoli. Anche i miracoli vanno attesi. C’è un corteggiamento anche nella preghiera, anche con Dio, e di Dio con noi. Dunque tu hai tempo per Dio? Hai tempo per te stesso? Hai tempo per le persone che ami? Sai aspettarle? Sai aspettare un bacio e immaginarlo a lungo? Adesso i giovani sorrideranno: il Vescovo è in pieno … Dolce stil novo! Sai immaginare un bacio e aspettarlo a lungo? Perché questa è la condizione essenziale! All’atto in cui scocca un bacio, tutta l’attesa in qualche maniera lo impreziosisce, mentre tutto quello che è immediato è subito, e subito muore.

Le cose poco attese, hanno poco valore e poco durano.

Allora benvenuto in questo tempo dove si ha tempo: per Dio, per gli altri, per una ragazza che ho visto, che ho intravisto, e che forse, chissà, magari potrà essere la mia donna, o un uomo che ho intravisto e che mi sembra particolarmente affascinante … Ma vuoi vedere che sei a corte, ed è il re stesso che si è invaghito della tua bellezza? (È il Salmo 44, ma queste sono citazioni che faccio per me e per pochi eletti.)

 

Mentre ascolto, mentre guardo, cerco di chiedermi se ho tempo per corteggiare.

Quale è stata l’ultima volta in cui sei stata corteggiata? Cinquant’anni fa! Trent’anni fa! Dieci anni fa!

Perché bisogna continuare a corteggiare anche la donna che è diventata nostra moglie, o corteggiare l’uomo che è diventato nostro marito? Perché non lo è diventata ancora, perché non lo è ancora pienamente.

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Immaginate che il gran cerimoniere batta più volte il suo bastone, annunciando il Re e la Regina. I fiati lo annunciano e si apre un’ala nella folla degli invitati, tutti elegantissimi, e con un incedere solenne sono entrati nientemeno che Sua Maestà e la Regina.

Perché questa ambientazione?

L’arte di stare a corte chiede che si percepisca che da qualche parte c’è un Re e c’è una Regina, perché il giorno in cui il Re è morto e la Regina è scomparsa, la corte e il castello perdono il loro fulcro, il loro centro d’attenzione: perdono significato. Se il Re e la Regina non ci sono più, allora è finito il castello, è finita la corte, è finita la vita.

Questo non vale solo per la vita a corte, ma vale anche per la vita spirituale: dovremmo vivere continuamente nella percezione che il Re è qui e ti guarda, che la Regina potrebbe uscire da una di queste stanze, e tu non essere preparato e non fare il devoto inchino che hai provato tante volte allo specchio!

Forse il Re è Cristo Signore! E forse la Regina si chiama Maria di Nazareth!

Come vedete, i piani si confondono, e noi quello che diciamo della corte, lo pensiamo anche della Corte Celeste, dove ci sono dei principi, gli angeli, gli arcangeli, i serafini, così come diciamo in alcuni dei Prefazi, per dire: attenti, che è un momento importante! Nessuno fiati: c’è la Regina, c’è il Re! Siamo alla loro presenza! Anche quando non ci sono, anche quando non si vedono, il Re e la Regina danno motivo di vita alla piazza del castello, ai commerci, al lavoro nei campi, ai messaggeri, ai cavalieri, agli stallieri, alle sarte … Tutti. C’è un formicaio, ma è per la Regina! Anche il panettiere che lavora di notte, fa il suo lavoro con attenzione, perché domani uno di questi pani andrà sulla tavola del Re!

Dobbiamo recuperare questa dignità.

Potrei chiedervi, e potrei chiederlo ai parroci presenti: quanti di voi e quanti dei vostri fedeli la Domenica, in estate, vengono a Messa in pantaloncini corti? Forse potrei mettere i pantaloni lunghi anche d’estate per andare a Messa? Non andrei al Quirinale in pantaloncini corti o in costume da bagno! Credo che non vi farebbero entrare! Noi vi facciamo entrare, un po’ perché ci siamo abituati anche noi… Magari il prete stesso, o il vescovo, per non sudar troppo, sotto i paramenti avrà un paio di pantaloncini! Cosa assurda, orrenda!

La vita è fatta di piccole cose: se c’è il Re, c’è il Re; se c’è Gesù, allora noi … dobbiamo anche mettere un cappotto di lana d’estate!

Non sto qui a chiedervi sacrifici immani, fuori luogo, ma semplicemente a trasmettervi il senso di una Presenza, o almeno il dubbio di una Presenza! Il dubbio! Potrebbe esserci! Potrebbe venire! Oggi potrebbe venire il re e, allora, metto la cravatta anche d’estate!

Sembrano atteggiamenti esterni, in realtà togli questo, togli quell’altro, non rimane più niente … Il Re scompare e non c’è il senso della sacralità: nessuno si inginocchia e nessuno ritiene che quell’Ostia sia il Corpo di Cristo!

Ma se stiamo a corte, allora conviene che io vada in abito elegante.

 

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Il messaggio di questo mio secondo intervento è semplicemente: vivere alla Presenza.

Se c’è un Re o una Regina da qualche parte, voglio vivere in maniera regale (“regale” viene da “re”): è il modo con cui si comporta il re e quelli che gli stanno intorno, quelli che vivono sotto il suo stesso tetto, o nel raggio del suo sguardo, o del suo reame.

Qui alle mie spalle c’è un panorama meraviglioso … Questo è il reame, e anche se una persona è laggiù, anche lì c’è il Re che potrebbe affacciarsi e col suo binocolo vederla.

Gli esempi che sto facendo non riguardano l’abito, ma l’“habitus”, l’abitudine che finisco per non avere. L’abitudine è una cosa terribile, perché uccide le cose più grandi, uccide l’amore, uccide la fede. L’abitudine uccide tutto. Allora forse è il caso che l’abitudine non sia un’abitudine negativa (vizio), ma positiva (virtù).

La virtù è il mantello che rende regale anche un contadino all’atto in cui va a corte. Sant’Ignazio di Loyola continuamente lo ripete negli Esercizi Spirituali dicendo: alla presenza del Gran Re! Scegli quale bandiera vuoi seguire: quella del Re, tuo Signore, o quella di satana! Il linguaggio di Ignazio proviene dalla sua esperienza di cavaliere. Anche San Francesco, che sembra essere così logoro, in realtà ha maturato gran parte delle sue intuizioni dal tempo in cui era cavaliere, e un cavaliere parte a gran carriera se ha un messaggio importante che il Re gli ha consegnato, dicendogli: questo plico contiene un messaggio importante, va’ senza fermarti, perché qui c’è un motivo di vita o di morte. E il cavaliere parte!

“La messa è finita, andate in pace” è più o meno questo, ma nessuno di noi pensa d’aver ricevuto un messaggio di vita o di morte che deve diffondere da qualche parte e portare per le strade, perché qualcuno da questo messaggio potrebbe riannodarsi con la volontà del Re, e ritrovare la direzione giusta …

Vivere alla Sua presenza. Sono entrati il Re e la Regina, e allora, mi raccomando, un po’ di contegno.

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Che ruolo hai a corte? Che ruolo hai nella vita?

È una domanda vocazionale, è una domanda di identità, che accende un’attenzione sulla mia identità.

Oggi l’identità ciascuno di noi purtroppo la riceve da sé, ma a corte non era così: era il Re che decideva chi era cavaliere, chi principessa, chi duchessa … Cioè, l’identità veniva da un altro, da un altro che dava dei compiti. Anche lo stalliere, che stava nel buio di un sottoscala, di una grotta, riteneva di dover battere il ferro e renderlo luccicante, perché magari quel cavallo sarebbe stato cavalcato dal Re.

Se noi chiedessimo a questi ragazzi: ma tu chi pensi di essere? Neanche fanno più riferimento ai genitori … Ovviamente la colpa è nostra, non è loro. Neanche dicono: io sono figlio di …, io ho un cognome … Ognuno è centrato su di sé. Non riceviamo più nulla dall’esterno e ognuno di noi pensa d’essere il Re.

Ma è impossibile che siamo tutti re e regine!

Le persone prendevano con entusiasmo il ruolo da colui che con la sua luce illuminava le loro povere vite. È così anche adesso, ma il problema è che noi non sappiamo più eclissarci! Adesso siamo quasi nel pieno dell’eclissi di luna. Lo sanno anche i bambini che l’eclissi è un momento magico perché finiscono con l’essere in asse il Sole, noi sulla Terra e la luna. C’è un asse preciso, e la luna stasera decide di scomparire … Morire? Scomparire. Decide di eclissarsi.

L’amore è sapersi eclissare. In questo momento la luna sta facendo un atto d’amore (ovviamente diamo una coscienza alla luna) nei confronti della Terra, e dice: mi basta che tu, Terra, riceva il Sole (ovviamente nell’altro emisfero, non nel nostro), mentre io mi nascondo, scompaio.

Questo è l’esatto contrario di quello che vi abbiamo insegnato: mi raccomando, sgomita!, devi essere primo!, devi vincere! Così fanno i genitori, così abbiamo fatto noi nei confronti dei nostri figli, rendendoli infelici e impedendo loro di amare, perché amare è scomparire, eclissarsi, è perdersi per il bene di un altro.

Allora il Signore ci sta mettendo davanti l’eclissi di luna per dirci cos’è l’amore (se ancora questa parola ha un significato per noi).

Tu, per la tua ragazza, per il tuo ragazzo, sai eclissarti? Utilizzo questo termine perché c’è l’eclissi, che è il contrario della voglia d’essere presenti: oggi noi siamo tutti ammalati di presenzialismo, vogliamo stare a tutte le feste, a tutti i momenti, e stiamo continuamente a guardare sul cellulare se da qualche altra parte sta succedendo un’altra cosa e io non ci sto, e ci devo andare, e non sono stato invitato! Questa è una infelicità imperante! Invece vedete la luna com’è contenta di scomparire, di scomparire per un altro? Questo riguarda anche l’amore dei genitori per i figli: non sempre i genitori sanno eclissarsi (… vero?), non sempre sanno morire… Sei grande, vai, puoi andare, non ti preoccupare di me!

Abbiamo invitato un menestrello, perché ogni corte ha un menestrello. Anche il menestrello è uno che racconta storie e lo fa davanti al Re, davanti alla Regina, davanti ai principi, ma anche davanti ai cortigiani. È uno che tiene la poesia a corte. Ci racconta qualcosa sulla luna, perché stasera la Luna sta scomparendo e non possiamo non parlare di lei.

 

La luna

(Angelo Branduardi)

 

Un giorno all’improvviso

la luna si stancò

di guardare il mondo di lassù…

Prese una cometa

e il volto si velò,

e fino in fondo al cielo camminò…

E sorpresa fu

che la bianca distesa

non fosse neve…

Eran solo sassi

e i piedi si ferì,

piangendo di nascosto, lei fuggì…

Affrontare il mondo

a piedi nudi non si può,

e dall’alto a guardarlo lei restò…

E sorpresa non è più

che la bianca distesa

non sia neve…                

***

 

Non c’è un menestrello più bravo di Branduardi!

La storia narrata riguarda la luna che ha sempre interessato i poeti, gli amanti, gli scienziati. Il testo dice che la luna un giorno ha detto: Ma guarda quella terra come è bianca! Voglio andare a vedere il mondo, com’è, che si fa laggiù, come sono gli uomini, cos’è il biancore che l’avvolge.

Allora prende un treno a estrema velocità, che è un cometa, e raggiunge la Terra. Cosa scopre? Rimane delusa! Rimane delusa perché quel biancore che pensava fosse neve, erano solo sassi, e lei non è preparata a camminare: la regina luna è scesa a piedi nudi, si ferisce e i piedi le cominciano a far male, a sanguinare. Allora pensa di tornarsene su, per guardare il mondo da lontano.

Carissimi, questo è il nostro pericolo: guardiamo un altro, un’altra, un cavaliere, una dama e vogliamo andare a conoscerlo, per tuffarmi nel mondo dell’altro. Ma cosa succede? Quello che vedevi da lontano poi non lo trovi, e allora resti deluso.

Ci sono due possibilità. O tu ti incaponisci e dici: no, mi ferisco i piedi e resto qui a guardarti, perché può darsi che forse quello che ho sognato guardandoti da lontano è vero, più di quello che adesso mi sembra a dieci centimetri di distanza! Oppure te ne torni a casa dalla mamma, perché non conviene sposarsi, non conviene mettersi con una donna, ed è meglio stare a guardare da lontano. Quanti oggi fuggono dall’amore, perché non si vogliono far ferire! Invece no, l’amore ti fa tramontare, ti fa eclissare, ti fa sanguinare i piedi, perché è un’altra terra, è un’altra persona, perché siamo mondi diversi, e ogni donna è un mondo a parte! Quindi se anche hai letto un’enciclopedia sulle donne, quella donna non rientra nei cinquecentomila casi che l’enciclopedia prevedeva, e quell’uomo non rientra nei centomila casi previsti!

Allora capite che o ci lasciamo ferire, o ce ne stiamo lassù a guardare.

È meglio farsi ferire?

Il Vescovo dice sì, perché l’amore è questo. Quelli fra voi che amano veramente, hanno tante cicatrici … Quelli che hanno il corpo perfetto non hanno ancora amato nessuno, e forse non ne ameranno mai uno, perché amano se stessi e dicono: me ne torno sul mio balcone a guardare il cielo, la terra da lontano, torno a fare la luna, torno a guardare con il telescopio, non mi implico! L’amore, invece, è sporcarsi le mani nella vita dell’altro.

***

Il problema ora è se quella distesa è neve o non è neve. Facciamo una votazione.

Quanti di voi ritengono che questa distesa sia neve?

Quanti ritengono che questa distesa siano pietre?

Dal testo sembrerebbe che sono pietre, infatti si è fatta male, ma non è così, perché la verità è quella che ha visto da lontano.

Se la luna avesse avuto la pazienza di restare ed avere i piedi sanguinanti, avrebbe scoperto che la distesa era neve. Quindi hanno vinto quelli che hanno alzato la mano per dire: era neve. Ed erano pochissimi! Il nostro problema oggi è che siamo tutti troppo concreti, e solo concreti. Invece questa serata è all’insegna della poesia, e la poesia è una creazione (“poiesi” è creazione, trasformazione della realtà). La luna vedeva la neve, ha sperimentato le pietre, e deve restare, farsi male, perché quelle pietre possono diventare neve, possono diventare una distesa.

Questo è il miracolo dell’amore, per quelli fra voi che ancora ci credono. Spero che ci sia almeno qualcuno che ritenga che le pietre possano diventare neve, quello che è duro e aspro possa diventare un manto, e quello che è sporco possa diventare bianco come la neve.

 

La luna inonda di latte il mondo, rifacendolo bambino. Anche stasera, mentre ci dice: ma tu sai morire? Ma tu scappi quando l’amore ti ferisce?

Vi lo leggo un testo del poeta Gibran che poi mediterete a casa, proprio su questo tema.

 

“Quando l’amore vi chiama seguitelo.

Benché le sue strade siano aspre e scoscese.

E quando le sue ali vi avvolgono, abbandonatevi a lui.

Benché la spada che nasconde tra le penne possa ferirvi.

E quando vi parla, credetegli, anche se la sua voce può mandare in frantumi i vostri sogni come il vento del nord lascia spoglio il giardino.

Perché come l’amore v’incorona così vi crocifigge.

E come per voi è maturazione, così anche potatura”.

 

Continuamente Gibran lavora su questa opposizione: vi abbraccia e vi ferisce, vi incorona e vi crocifigge …

L’amore è così.

Ovviamente vi sembra che io stia facendo poesia, ma quando ho detto “vi crocifigge” pensiamo al Crocifisso, che è Colui che si è lasciato inchiodare dall’amore.

 

***

 

Davanti a voi c’è la luna. Nell’altro emisfero c’è il sole. C’è il re e c’è la regina.

La regina, anche se in questo momento si è eclissata per amore della Terra, vive di luce riflessa.

Anche Maria è la Regina, è grande, è l’Immacolata Concezione, ma riceve tutto da Dio e nulla da Sé. Ecco, sono la serva del Signore, avvenga di me secondo la Sua Parola.

Il sole risplende di luce propria: è Cristo. Tutta una innologia cristiana ci fa guardare al sole la mattina, nella preghiera delle Lodi come al re: notte, tenebre e nebbia fuggite, entra la luce, viene Cristo Signore! È uno squillo di tromba per dire: arriva il Re, è Lui, è il Sole! Noi ci troviamo qui, tra il Re e la Regina, vediamo la Regina di notte, quando il Re sembra scomparso, tramontato, e allora la guardiamo per dire: Maria, aiutaci in questa notte a non perdere la memoria del Sole, in modo tale che possiamo ritrovarlo domattina. Ma quando sorge il Sole, anche la luna scompare, come scompaiono le stelle. Tra l’altro stasera dovrebbero essere visibili anche alcuni pianeti. Tutto scompare quando compare il sole: restano, ma non si vedono più, e quando Dio irrompe nella tua vita, spazza via ogni altra cosa, a volte anche ogni altro amore.

 

***

Facciamo il riassunto e concludiamo.

Cosa ho imparato stasera? Dovremmo dircelo alla fine di ogni giorno, alla fine di ogni incontro, alla fine di ogni Messa, alla fine di ogni lettura (sperando che qualcuno ancora legga …!).

Cosa ho imparato?

Ho imparato che c’è un Re nella mia vita che forse non ho ancora incontrato, a cui vorrei magari sottoporre i miei piani, facendogli firmare quello che io ho già deciso. È la mania di tutti gli adolescenti arrivare già con le cose pronte, e qualche volta anche dal Vescovo: “Eccellenza, mi firmi questo documento”. Ma di che cosa si tratta?

Io posso avere un programma, un progetto, un sogno, che non è quello del Re!

Allora, sperando di non dispiacere qualche adolescente o giovane qui presente, ma anche qualche adulto, io porto il mio piano al Re, e il Re, se c’è ancora un po’ di fiamma, mette sul camino il foglio con il mio piano e dice: Questo l’hai fatto tu! E non è quello che voglio io.

Allora il Re mi brucia … la vita? No, mi brucia l’errore, mi brucia lo sgorbio che io volevo diventare, perché qui è scritto: voglio essere tuo stalliere, e lui vuole farmi suo principe! Tu volevi fare la profumiera della regina? Invece è scritto che sposerai il principe erede al trono!

Se c’è un Re, il Re decide. Se c’è un Re, dipendiamo da Lui. Se c’è un Re, vivo alla Sua presenza, e cerco di piacerGli, in questo poco tempo che ho, anche se devo fare il menestrello, anche se devo fare il giullare. Alcuni di noi hanno il compito di fare il giullare davanti al Re, come tanti santi han fatto!

 

Stasera ho scoperto che devo imparare di nuovo a corteggiare: a corteggiare le cose che già so, che già conosco, che ho la presunzione di possedere già, e che invece mi sono lontane, e devo imparare a guardarle da lontano, avvicinandomi adagio adagio, a piccoli passi, in punta di piedi, senza violentare.

Il corteggiamento è il contrario della violenza, perché il corteggiamento è un fiore, è una rosa, è un messaggio, è una poesia, non è “prendo”, ma “offro”, “dono”.

 

Stasera posso aver compreso che il sole è il re e la luna è la regina, e che la regina a volte, come adesso, si vela per svelarsi. Martin Heidegger, attingendo a Tommaso d’Aquino, dice che la verità si svela velandosi.

Una bella donna si svela coprendosi, e non spogliandosi. Perché se si spoglia, che delusione! A cosa servono gli abiti? Servono a svelare, velando.

 

Ho scoperto, guardando l’eclissi di luna stasera, che l’amore è eclissarsi: genitore, o amante, o marito, o fidanzato, o amico che tu sia, se non ti sai eclissare, tu non sai amare. Devi saper scomparire, perché l’altro viva, perché l’altro sia illuminato, perché l’altro vinca, perché l’altro sia al primo posto e tu all’ultimo, dimenticato.

Luna, che ti eclissi stasera, grazie di questa lezione sull’amore, grazie del menestrello che ci ha cantato che la luna un giorno ha fatto un viaggio, e ha scoperto che la lunga distesa non era neve, e si è ferita ed è scappata: aiutami a restare anche quando soffro. Aiutami a vivere le cicatrici dell’amore, senza le quali l’amore non è amore, perché l’amore come t’abbraccia ti crocifigge.

 

Questa sera ho scoperto che qualsiasi compito il Re mi affiderà, mi abbia affidato o mi stia affidando, questo compito è quanto di più importante io possa fare nella vita.

 

Adesso ci teniamo per mano, e diciamo insieme: Padre nostro…

 

Prima dell’ultimo brano, rinnoviamo il ringraziamento al sindaco, all’amministrazione di Montefredane, al parroco, alla Pastorale Giovanile, a Don Marcello, ai giovani che si sono offerti per farci da guida, e per ambientarci in questo balcone meraviglioso con abiti d’epoca. Ci portiamo a casa un po’ di regalità, ognuno di voi prenda un po’ di oro da questa serata e torni a casa arricchito. È tutto gratuito.

***

Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

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